Domenico  Cianci

                                                                                         
                                                                                            

    Domenico Cianci è nato a Santa Severina nel 1940. Venuto al mondo in una famiglia contadini, conobbe, sin da giovanissimo, gli stenti e i sacrifici di tutti i fanciulli che vissero gli anni difficili del dopo guerra in una terra povera e abbandonata come la Calabria di quel tempo. Costretto a  interrompere gli studi per aiutare la famiglia nel duro lavoro dei campi, poté riprenderli solo a distanza di otto anni. Conseguita la licenza media nella sua Santa Severina, frequentò per due anni l'Istituto magistrale di Vibo Valentia, poi, la carenza di mezzi economici lo costrinse ad abbandonare gli studi e a emigrare a Sanremo. 
   Nella città dei fiori, conciliando il duro lavoro con gli studi, conseguì il diploma di geometra che gli consentì di lavorare alla costruzione dell'Autostrada dei Fiori. Costretto ancora una volta a lasciare il lavoro per problemi di salute, si impiegò, successivamente, come casellante. E' in pensione dal 1996 e vive attualmente a Milano. Dopo il pensionamento ha continuato a coltivare una serie di interessi che vanno dal teatro all'arte, ai libri, alla musica classica, alla frequenza di centri di aggregazione e di corsi vari.
  Proprio in occasione di uno di questi corsi ha scritto una pregevole "Lettera alla felicità" ricca di umanità, di profonde riflessioni che scaturiscono da un dialogo apparente con questa evanescente entità,  ma che finiscono per costituire il bilancio di una vita certamente dura, ma che egli ha saputo vivere serenamente accettando quanto di bello e di brutto gli veniva offerto,  grazie al dono dell'accettazione serena della sofferenza e della fatica e alla capacità di saper comunque cogliere il bello dell'esistenza anche quand'essa ci serve un "pane amaro". Grazie a questa filosofia di vita Domenico incontra la felicità  " negli occhi melodiosi d’una coetanea" che  poi diventerà sua moglie, nella contemplazione dei nipotini, le sue "gocce d'eternità", nelle minute cose di ogni giorno che a volte ci lasciamo stoltamente scivolare addosso come l'acqua senza apprezzarne la ricchezza e l'arcano fascino  e con questa felicità convive tutt'ora. 
   Un vecchio adagio che lessi da ragazzo in un racconto di cui non ricordo più l'autore, ma che mi pare si richiamasse al Tantra tibetano,  recitava così: " Quando tu nascesti tutti intorno a te ridevano e solo tu piangevi... fa sì che quando morirai tutti piangano e tu possa sorridere felice." Non so se Domenico abbia ispirato volutamente la sua vita a questo concetto, ma, in ogni caso, lo ha messo in atto, magari anche inconsapevolmente. Vale davvero la pena di leggere questo suo pregevole scritto che ci aiuta a vivere felici e ci mostra, ancora una volta, quale immensa "miniera d'oro" di intelligenze, valori, cultura sia stato e sia ancora il nostro Mezzogiorno.
                                                  Peppino Marino

   CECI
               
Dagli aneddoti della lontanissima infanzia.   
di Domenico Cianci

                                            

   Domenico Cianci ha voluto inviarmi questo suo pregevole racconto che mi onoro di ospitare fra le pagine del mio sito.  Originario di Santa Severina, Domenico, come ho avuto già modo di scrivere,  fu costretto a emigrare giovanissimo per mancanza di lavoro, ma chi è nato dalle nostre parti  si porta dentro per sempre la sua calabresità, l'amore per il luogo natio, i ricordi d'infanzia, di un'infanzia quasi sempre difficile, segnata dalla fatica e dalla sofferenza, ma nel contempo allietata dai sogni, dai profumi, dai colori, dal fascino arcano della terra, soprattutto se è di origine contadina,  sensibile e colto come lui. Ed ecco  in una limpida giornata milanese riaffiorare alla mente del nostro conterraneo un episodio lontanissimo della  fanciullezza quando col padre si recò in un fondo dell'agro di Santa Severina per la raccolta dei ceci. Difficile, come spiega benissimo l'Autore, stabilire cos'è che sobilla un ricordo, dal momento che i ricordi sono indisciplinati, non rispettano alcuna regola, passano col rosso, scavalcano le transenne, si intrufolano da qualche finestra del nostro cervello, sgattaiolano dal subconscio e si presentano come inattesi ospiti. Così il ricordo di un suo inspiegabile comportamento nel corso di quella giornata che lo segnerà poi per tutta la vita procurandogli degli arcani sensi di colpa, spalanca prepotentemente le porte della sua memoria, lo prende per mano e lo costringe a scrivere questo bellissimo racconto del quale non voglio anticiparvi nulla per non togliervi il piacere della lettura. Uno scritto struggente costellato di bellissime metafore nel quale ritroviamo si avverte fortissimo il sapore di Calabria e l'anima immortale della vecchia società contadina. Buona lettura. 

                                                                        CECI
                                                 
Dagli aneddoti della lontanissima infanzia.   

   Stamani la città di Milano è piena di luce. Il cielo è di un celeste tanto  cristallino che  sulla pelle e  nell’anima   avverto dei brividi. Il vento stanotte lo ha pulito a tal punto che il Resegone e  i monti   limitrofi si  stagliano nitidi e alonati da una luce  che sa di favola e sogno . E’ una strana luce quella di oggi.

   Mi richiama alla memoria trasalimenti, stupori, disorientamenti e altri particolari  stati d'animo vissuti durante l’infanzia e l’adolescenza nei miei piccoli poderi   della   CALABRIA.   Solo con me stesso  e a tu per tu  con   l’universo, mi ponevo  mille domande  sul mio  io quasi sempre  in pulviscolo e sul  misterioso  e immenso creato. Mi scervellavo. Mi mandavo il cuore in fibrillazione. Sono belli i ricordi. Per nostra fortuna non hanno grammatiche, non conoscono  neanche le più elementari regole della ragione.  E’ vero. Non  hanno regole,    binari,   semafori, orologi, i cari ricordi. Dormono o  vagano    nella nostra memoria. Vagano, vagano. Come  certe nuvole in cielo. Basta una foglia, un profumo, un suono, un  cielo pulito per ri-viverli.  Non li scolora la lontananza dai luoghi in cui  li abbiamo vissuti e certuni ricordi dell’anima  non riesce a scalfirli neanche il  lungo  tempo.  Il cielo   trasparente e luminoso  di oggi  mi richiama alla mente e all’animo  atmosfere e   sensazioni  godute e sofferte    l’otto agosto del 1954 nel mio fondo NTONIMARIA. Me le fa  ricordare   ancora  più nitidamente  di quelle  vissute    durante la giornata  alquanto movimentata  di ieri qui a Milano.  Avevo quattordici anni. Era il    giorno del mio   onomastico. Da cinque  penosissimi  anni ero  un contadinello a tempo pieno  nei miei piccoli poderi   dispersi in quel lembo  estremo della penisola bagnato dal mare Ionio che la leggenda vuole sia stato solcato da Ulisse.
   Tranne i giorni di maltempo, mi toccava sempre lavorare in uno di quei   cinque    poderi, tre dei quali lontani e a ponente del  piccolo   borgo nativo  e due, relativamente vicini, nel versante opposto.  Quel giorno mi  è  toccato andare      a Ntonimaria,  un podere  molto   fertile,  in gran parte seminativo,   quarantasei piante  di  ulivi,  sessanta  di peri di tutte le specie,  vigna, susine, mandorle  e ruscello, tutto esposto a levante e a solo mezz’ora di cammino    dal paese.  Ero con  mio padre  sessantaduenne,   mingherlino, malaticcio e nemico acerrimo  delle parole, l’esatto contrario di  come ero io:     loquace,   esuberante, voglioso di vivere, di scherzare e   purtroppo    sempre    costretto a tenere le labbra cucite. 

Assieme incominciammo a lavorare al fresco dell’alba   ancora   unta di notte,  ma   dopo  le otto     andammo incontro a    un   torrido  caldo. Sudori a  rivoli in ogni parte del corpo, una faticaccia tremenda  e, ininterrottamente,  l’assordante  e monotona   colonna sonora dei grilli e delle cicale.   A fessurare l’aria immobile  e  l’ossessiva  sinfonia  monocorde  delle maledette cicale,   provvedevano  ogni quarto d’ora i  rintocchi argentini del vecchio orologio  della torre campanaria e,  di tanto in  tanto,      isolati     abbai di cani randagi  e anche   dei  ragli di asini tristi e chissà quanto   annoiati. Abbai e ragli, tutti di provenienza lontana, mi giungevano  sempre     graditi   grazie  a una sorta di   pace   e di  vitalità  che essi mi  trasmettevano. Sulla rotonda e piccola aia  di terreno battuto in cima al poggio più  ventilato del fondo avevamo finito alle  dieci  di  trasportare un terzo dei  ceci    mietuti  agli inizi del mese di giugno.

   Avevamo usato la   stravula, una sorta di ruvida  slitta,    che i  due asinelli Cicco e Nicola avevano tirato con tanta pazienza.  Finito    il   trasporto, mio   padre    era  corso  al  ruscello di lato alla vigna,  si era lavato   il volto,  il petto,   le  spalle e al ritorno     si era rifugiato  nel capanno  non distante dall’aia.  Durante la mezzora della sua  assenza, io avevo portato  a riposare gli asinelli all’ombra  di un pero, il cui fogliame, afflosciato e rivoltato, si difendeva alla meglio  dai raggi del sole emettendo  strani riflessi. Ero  poi  andato nel capanno, mi ero dissetato e    quindi    disteso  sul pagliericcio per appianarmi la schiena, raffreddarmi la testa  e raccogliermi un tantino le idee.   Al ritorno di mio padre,  mi  ero  bagnato dappertutto     con  dell’acqua del barilotto, avevo   indossato un altro   cappello di paglia dalle falde più larghe ed  ero andato  a prendere gli asinelli che  poi      feci trotterellare   per più di un’ora sugli  steli dei ceci  trasportati   sull’aia. 

   Impietoso  era il  calore che dal basso  veniva dagli arroventati steli dei ceci      e  ancora  più   spietato   era quello   che  il sole africano diffondeva   dal centro del cielo . Nessun alito di vento, neanche a pagarlo con  mille accorate     preghiere .  Sudori  a tutto spiano  da  ogni parte del corpo.  I mantelli  dei due asinelli  colavano.

   Finito alle 11,30 il lavoro di battitura,  occorreva l’intervento  del vento  per      eliminare la paglia e la pula, ma  quello chissà su quali monti lontani, su quali lande  sperdute, su quali scogliere  se ne era andato  in vacanza.

   Di gesso e  sconfinato  era il cielo, ferma era l’aria e  paurosamente immobili erano   le     valli  e    le  colline    che   emanavano   respiri   tra il    grigio   e  il   viola. Nelle immediate adiacenze solo stoppie e cespugli  spinosi. Sul confine, distante  non più di dieci metri dall’aia, se ne stava    immobile e muta una fila di   secche piante  di  carciofi  selvatici  dai rami   contorti,    privi di foglie e  col  frutto   armato di  aculei gialli  lunghi più di un centimetro. Più  fissavo  quei   carciofi,   più    prendevano l’aspetto    dei  menorah, i  candelabri ebraici   ammirati      in un vecchio  libro di storia di    mia sorella  Maria   quando   frequentava la   quinta  ginnasio.  Mi davano appunto la netta  sensazione che  fossero  in silente  e compunto   viaggio verso  chissà quali  templi misteriosi oltre i monti  dell’orizzonte .  A furia di fissare i carciofi e  di osservare    qua e là,  si erano fatte  circa le  dodici meno un quarto.

Mi scrollai la testa  e  di corsa  portai   a dissetare gli asinelli al ruscello,  sulle cui rive alberate    si respirava un fresco  paradisiaco.

 Dopo averli  fatti dissetare,  li legai    a  due   cespugli  di un tratto    poco ombrato   della riva   su cui prosperavano cannule  basse  e  alti  ciuffi di gramigna verdissima.   Accattivante era il fresco e   ancora   più   piacevole e  allettante  era   il  lento  e  sonoro  fluire dell’acqua che    ammutoliva mentre attraversava  una  fonte  profonda non più di mezzo metro e che,  subito dopo, riprendeva  a gorgheggiare lentamente    tra le lucide e bianche pietre dell’alveo. 

Mi spogliai, pian piano mi calai  e restai  nella limpida  fonte non più  di     un  minuto. L’acqua era fredda, freddissima.  

Sgorgava da più punti  tra le piante  degli olmi,   dei salici e   delle tamerici che  crescevano fiere e rigogliose ai lati del lunghissimo tunnel creato dalle  loro fronde incrociate.

Rigenerate, in un niente,  le ossa e la pelle, ne uscii battendo  i  denti, mi asciugai alla meglio  a una piacevole e provvidenziale  macchia di sole, mi vestii di corsa,  passai dalla vigna,   raccolsi dei fichi nel cappello di paglia e mi avviai verso  il capanno.  

Lungo il tragitto in falsa  pianura   di nuovo a tu per tu  col sole africano,  con   i  grilli,  le  serpi,  i  ramarri,  le lucertole,  le stoppie  e con  le terribili spine gialle volgarmente chiamate OCCHITISI.

Al mio arrivo al capanno, mio padre, arrossato e madido di sudore, si alzò dal pagliericcio, col braccio si   asciugò il volto e la fronte,   si portò     entrambe le mani sulle prime  vertebre del fondoschiena e si curvò all’indietro   dando  al suo volto un’espressione di dolorosa rassegnazione.  

 I miei occhi  incrociarono  i suoi  che presero a  squadrarmi con tale intensità da non poterne      scappare. Il suo sguardo  sembrava un  pennello che   dalla testa ai piedi        mi spalmava  un   sentimento che tanto sapeva d’amore e  di  pietà.

Mi strinsi nelle spalle e  abbassai la testa per  evitare  i suoi occhi lucidi. Ma dopo pochi secondi,  una sorta di calamita  mi  tirò la testa all’insù e   mi  legò   gli  occhi ai suoi, con un tremolante e incerto filo  d’emotività.

Faticai  e  ressi quel filo su cui   lui sempre più  faceva scorrere       il suo tenero  amore, la sua  pietà,    la  sua sofferenza   e soprattutto  la    consapevolezza  di   dovermi lasciare per forza  in eredità il suo mondo di terra,  di umiliazioni,  di miseria  e di fatiche spossanti.

Tra me e lui  solo  quel filo,  sospiri smorzati, silenzio e caldo.   Non so se per stizza o se  per istinto  ruppi  l’incanto  e  lo fissai senza quel filo. Dagli occhi al mento gli  erano ritornate a  gocciolare  lunghe   perle   di sudore  e di   lacrime.  In quel momento  giunsero i   rintocchi   del vecchio orologio della torre campanaria e subito dopo quelli più densi, più larghi e più lunghi della  grossa campana di mezzogiorno.     

Volsi  lo guardo sulle due falde del capanno. Nessun  fruscio.      Arrivavano  solo  ondate di caldo e,  più accentuato un     odoraccio di     carogna di  ratto. 

 I sorci che gli altri giorni, di solito, squittendo, vi scorrazzavano festosi, erano  andati a rintanarsi chissà in quali profondità sotterranee. Sicuramente si erano rifugiati nelle tortuose tane all’interno     del muro a secco di sostegno  al filare di fico d’India, ben   prosperoso  a solo due metri     dal    capanno.   Annusavo a destra e a manca  sperando  di trovare la   provenienza dell’odoraccio.  Anche   mio padre    s’interrogava col naso. Perse  entrambi le speranze,  ci sedemmo  per terra a gambe incrociate    e  ci mettemmo a mangiare, certi che   il vento,  durante o a pasto finito,     incominciasse a farsi sentire.

Niente da fare.  Nessun fruscio all’esterno   e tanto meno all’interno. 

Ovunque  l’aria  era ferma.   L’alto e scheletrico  pero, che  s’intravedeva  dalla porta,    sembrava  implorasse pietà al cielo ostinatamente    calmo e bianco  come il gesso.

Il sole si accaniva  sulle sue foglie      che non sapevano più come difendersi.

Alle tredici  e mezzo finimmo  il  misero pasto di     pane raffermo con patate fritte e olive infornate, ci alzammo e con i rispettivi cappelli ci mettemmo a  sventagliarci  la faccia, il collo e anche il petto scoperto fino all’ombelico. Nessuna speranza che venisse  il vento  e potessimo      impugnare  i tridenti    per ventilare la paglia e la pula  per  separarle dai ceci.   Solo caldo, odraccio, silenzio e cicale.   Dissi a mio padre  che   sarei  andato sull’aia per tentare anche senza vento  e lui mi si oppose   molto energicamente.

Ma io  andai   lo stesso, impugnai il tridente e mi misi  a sollevare e  levare  la paglia più grossa,  facendo attenzione che non contenesse dei   ceci.  Il sole picchiava sempre più implacabile.

Dall’interno del capanno ogni tanto mio padre  mi chiamava   per  andarmene a stare   al fresco con lui.

Irritato per la mia testardaggine, mi ripeteva   che sarei andato incontro a chissà  quale    insolazione e  che avremmo rimandato  il lavoro  al giorno dopo, che sicuramente ci avrebbe offerto del vento.

Aggiunse che lui  avrebbe   pernottato sull’aia  per non essere derubato  da qualcuno abituato a ingrassarsi sul lavoro del prossimo.

L’idea che lui solo  dovesse restare  la notte mi anneriva l’animo e mi  torturava la mente.

I ladri sarebbero venuti lo stesso e lo avrebbero forse anche picchiato se si fosse opposto. Con questi pensieri e con  tutta l’attenzione in mio possesso continuai,  per circa tre ore sotto il sole spietato,  a separare la paglia più grossa. 

Sconsolato,  spostai  lo sguardo dall’aia  nei terreni limitrofi.

Due confinanti  se ne stavano placidi  a fumarsi una sigaretta di trinciato forte   all’ombra   del solito  ulivo millenario,  imponente sulla demarcazione dei loro poderi.

Sotto  una  giovane quercia, distante solo una   cinquantina  di metri dall’aia,  notai  gli     asini degli altri due   confinanti che non riuscii  a  scorgere.  Immersi nei loro profondi pensieri metafisici, i due ciuchi scalciavano   alternando le zampe,  dimenavano   la coda e sventolavano la orecchie per  mandar via  moscerini e  tafani.

Suonò l’orologio della torre campanaria .

Ne contai i rintocchi.  

Si erano fatte le sedici.  Il  monotono  e assillante  canto dei grilli e delle cicale non  rallentava minimamente, il caldo aumentava e del vento neanche un  esile  refolo. 

  Emisi un lungo respiro e  raggiunsi    mio padre      con la speranza  che il vento, prima o poi,  si facesse sentire.   

Disteso    di fianco  sul pagliericcio,   il  poveruomo         fissava  la trave di colmo, ossia quella centrale su cui poggiavano i montanti delle due falde del grande e vecchio  capanno, più noto come  pagliaio per essere  fatto  con  travi, montanti, canne e cannule  infiammabili   più della paglia.

L’osservava  come se avesse dei conti sospesi con quel    nodoso tronco di  leccio, che sapevo da lui  tagliato di frodo  e  trasportato   nottetempo   e  con tante tribolazioni e paure da monte Fuscaldo.

Al  mio arrivo,    non   distolse lo sguardo dalla trave.  Per istinto volsi  anch’io gli occhi su quel legno. Non c’era niente di speciale, tranne  l’appoggio dei montanti e dei chiodi fissati, di grossolana fattura,   da cui pendevano  i soliti  fili di ferro. 

 A  spalle e gambe nude   e  sudaticce  mi  distesi  pian piano    al centro del  farinoso pavimento di terra battuta .

Supino  e  a gambe divaricate,  dopo  non so quante imprecazioni  contro il vento e la nostra condizione di contadini,  fui   assorbito   da un sonno profondo.   

 A un bel momento  mi sentii    chiamare   e  strattonare    da   uno  stinco .

 Sobbalzai.   Aprii e chiusi più volte  le palpebre, lasciai  le schegge del sogno al loro destino, scattai in piedi  e, sicuro dell’avvenuto arrivo del vento e  che   mio  padre    mi seguisse,  ritornai  di corsa sull’aia. Avevo gli occhi impastati di sonno e la mente come     attraversata da un groviglio di lampi      Dietro non avevo   neanche l’ombra di mio padre e, al mio arrivo, l’aia era  esattamente come l’avevo lasciata. 

Il sole, invece, era  piegato sull’altra metà del cielo .

Da lì a poco avrebbe incominciato a divenire arancione   oltre    monte Fuscaldo la cui sommità dialogava con l’aria rarefatta e con macchie sfumate e  sfilacciate di celeste.  Del vento neanche a parlarne. Feci un po’ di luce e calma nella mente e poi una fuggevole  panoramica nei dintorni 

I quattro confinanti  vagavano in ordine sparso     nei loro fondi.

Di solito, a quell’ora tutti   avevano fatto ritorno  al paese.

Sapevo di furti di granaglie   che si erano verificati nella mia valle e in quelle limitrofe ai danni di  sprovveduti  che le  avevano   lasciate incustodite durante la notte. 

Alle orecchie mi erano giunti   dei nomi tra cui anche quello di un noto  mariolo  della zona.

Sull’aia  c’erano  circa  due  quintali di ceci. I ladri     avrebbero potuto finire di    pulirli   benissimo a casa con    i    crivelloni che noi non possedevamo.

Mi  curvai e col tridente e le mani  mi misi   a levare  i resti  grossi di paglia che prima non ero riuscito ad eliminare.

Nelle brevi pause,  la mente   mi oscillava  dalle più strane   riflessioni alle più cupe  preoccupazioni.

Mentre passavo in rassegna  la fisicità,  il carattere    e la  moralità  dei probabili ladri, mio padre, irritato   per  la mia testardaggine,  venne sull’aia, mi levò il tridente dalle mani, mi disse che mi aveva svegliato perché  nel sogno avevo    sproloquiato e perché in quel momento  intendeva dirmi qualcosa. Calmatosi,  mi ordinò di andare al ruscello,  prendere   i due asini e  di portarli al capanno.

 Lo sguardo e il tono di voce non consentivano obiezioni.

Andai e, al ritorno, m’impose di mettere il basto  all’asinello Nicola, di andare di corsa    a casa , prendere la cena solo per lui e ritornare subito per poi raggiungere di nuovo  il paese, prima che scendessero  fitte  le ombre della sera. 

Non me lo feci ripetere. 

Durante i cinque anni  trascorsi  con lui in campagna avevo visto tante albe e  infiniti  tramonti da incanto e non più di tre o quattro  mezze notti, ma mai  una notte  intera    di   piena estate fitta di stelle.

Quella era l’occasione  buona che non dovevo farmi scappare. 

Pernottare per i ceci era assolutamente   necessario e  lui, mingherlino com’era, non poteva  restare   solo a far la guardia.  

La mia presenza era indispensabile.

Un confinante se ne era andato a casa, ma tre   continuavano a ronzare negli anfratti dei loro campi.  .

 Mio padre  li seguiva con occhiate significative   mentre io, compiaciuto, mi  ripetevo dentro di me :

 “  Ah!!! E’ arrivata finalmente  l’occasione  di  poter  vedere di notte le bellezze  della volta celeste  e   della  natura, sentirne le voci e il silenzio delle sue ombre. Ah! Potrò  quindi osservare  la luna e  le stelle  da un orizzonte all’altro”.

Bardai   Nicola   e raggiunsi il paese.

 Irritata  e di corsa, mia madre preparò una cena abbondante solo per   mio padre , ma io, di nascosto, ne apprestai un’altra a secco tutta per me.

Il sole  stava per raggiungere gli ultimi monti della catena silana    e, secondo mia madre, io dovevo far   trotterellare a rotta di collo l’asino sia all’andata che al ritorno per potere arrivare a casa  prima o almeno durante le  ultime luci   del crepuscolo.  Non le risposi.

Ma, appena montato sull’asino,  le girai le spalle e le dissi che anch’io sarei rimasto a dormire  nel podere .

Mi supplicò, si disperò, ma  non mi scollò dalla decisione presa.

Lungo il tragitto  m’ imbattei in più  ficcanasi che ebbero da dire sull’ora del mio andare in campagna, prospettandomi le  brutte sorprese che,  agli sprovveduti come me,  covano   e regalano le ombre della sera. 

A sentir loro, gufi giganti, famelici lupi, spiriti di  contadini ammazzati dal caldo  o dalla lupara e infiniti  altri  fantasmi crudeli    avrebbero di lì a poco invaso  sentieri, valli e colline.

Non risposi a nessuno. 

Sapevo che erano dei sadici burloni,   che  si divertivano     a   mettere  paura    soprattutto  a chi aveva varcato la soglia della fanciullezza. 

Non risposi a nessuno, ma le loro insinuazioni  avevano     gettato    dei     dubbi  nei labirinti della mia  instabile mente,   che  non smetteva  di porsi domande sui piccoli e grandi  fenomeni della natura e   anche sul mistero dell’aldilà. 

Sempre guardando in avanti e mai dietro  e  ai lati del contorto e  scosceso  sentiero, arrivai nel mio fondo  nell’ora   in cui il giorno   si ritirava     per dare  alle ombre facile ingresso nel loro regno notturno.

L’arancione  del tramonto   era    diventato viola e  di  un colore tra il  grigio  e il viola  stavano divenendo anche le valli,  le colline e le  montagne lontane.

Mio padre   mi rimproverò per il ritardo, prese  l’involucro  dalla bisaccia e mi  ordinò di fare subito ritorno al paese con Cicco, l’altro asinello che, a suo dire, era riposato e anche  più veloce.

 Non mi ero mai ribellato ai suoi ordini. Mi rifiutai, e  lui    con voce alterata mi   sottolineò che, restando la notte all’aperto,  sarei andato in pasto alle zanzare, agli scarafaggi, alle blatte e  quindi  anche  incontro a   qualche malattia.    Nei suoi confronti sentivo un amore viscerale, tanta pietà  e  tanto  rispetto.  Ribellarmi non era possibile. E tanto meno potevo convincerlo con le parole. Non me ne venivano. Nella testa avevo una confusione che   sapeva di nebbia e vento. Nessuna idea  che avesse un filo  di  logica.

  Chiara e pressante era, invece, soltanto la voglia  di piangere. Strinsi i denti, presi la cavezza di Cicco  e  con stizza  mi avviai verso il paese. 

Avevo  percorso una decina di passi,  quando,    con voce smorzata,     mi  fece ritornare  al capanno.

  Il poveretto   aveva letto  sia   il  mio   dispiacere di doverlo lasciare solo con i ladri   sia   il   mio     desiderio di   trascorrere   in aperta campagna   una notte di luna piena    al centro  di  una volta celeste fittamente stellata.

Era molto  commosso e  anche amareggiato.

Legò i due asini  a due cespugli tra l’aia e il capanno, distribuì loro  due fasci d’erba che aveva mietuto   durante la mia assenza,  e ci mettemmo a mangiare     in un punto del pianoro antistante al capanno ed equidistante dai  due asinelli e  dall’aia . 

   La flebile luce della fine del giorno era saltuariamente attraversata da ombre e continuamente scheggiata dai voli lenti  e felpati degli ultimi rapaci diurni  o dei primi uccellacci notturni.  Come sempre  mangiammo in totale  silenzio Era  così denso il silenzio  che  sembrava  si posasse  inscatolare. Si posava sul silenzio che lo aveva preceduto.       

Sentivo  solo il suono del nostro masticare, dei nostri respiri e del leggerissimo  volo  di alcune    mosche indiscrete  che non avevano ancora  deciso   dove   posarsi per passarvi la notte .  

 Furtivamente   e  di tanto  in  tanto, gli guardavo le  scarpe, le gambe, le mani bitorzolute, il petto e finanche  il volto scuro e  rugoso  come  un guscio di noce,  di cui  ricordavo  e ripassavo  anche la più piccola   piega.

Lui non si spostava di un millimetro.   Era con pochi  denti. Sbriciolava il pane e masticava come poteva.  Ogni tanto  volgeva  lo sguardo     verso   quei punti da dove arrivavano abbai   o guaiti di volpi.

Mi aspettavo sempre il rimprovero per la mia disubbidienza e invece in una breve pausa, dalle sue labbra uscirono scandite  soltanto    queste  parole: “Hai vinto tu.  Hai fatto  bene a restare. Tu mi devi aiutare  e proteggere  Sono tuo padre”. 

Finito il pasto, si arrotolò una sigaretta di trinciato forte  e con gusto se la fumò a rilento.

Era stanco,  aveva gli occhi dilatati e  mi  dava l’impressione d’essere     più  stufo che mai della sua condizione.

In religioso silenzio  restammo  parecchio tempo  a guardare come avanzavano le ombre della notte e ad ascoltare i  primi versacci degli uccelli notturni  che a pari dei rintocchi dell’orologio della torre  campanaria fendevano buio e silenzio con arcana solennità .

Sulle valli e  le colline    incominciò  ad   espandersi   cristallina la  luce    argentata della  placida luna.    Era così rotonda e vicina,  la luna, che  sembrava    un     ammonitore occhio divino  .  

 Pian piano   il  cielo  divenne  blu scuro  nonostante   le numerosissime  stelle.   Mio padre si arrotolò  una seconda sigaretta, finita la quale ruppe il    silenzio con una cavernosa  espettorazione seguita da due colpi ti tosse e col dirmi: “ Io vado      a dormire sulla paglia  ai bordi  dell’aia… Tu  riposerai   sul pagliericcio all’interno  del capanno,    sempre che   tu non  abbia  paura  dei  ratti.”     Non mi  quadrava   per niente  quell’ordine.  Primo perché non mi andava   di  lasciarlo solo, secondo   perché da dentro il capanno non avrei visto un bel niente delle bellezze notturne e poi perché avevo una maledetta paura dei ratti.

Di quei maledetti ce ne erano alcuni più  grossi  delle faine.

Durante la giornata non si erano fatti   vedere né sentire per il  troppo caldo, ma col buio  e il fresco della notte sarebbero  tutti venuti fuori, piccoli e grandi,   terribilmente affamati.

Avrebbero  fatto  piazza pulita delle     briciole  di pane  lasciate  da noi    per terra e,   all’interno del capanno   avrebbero rosicchiato quanto altro  trovato, comprese  le mie dita  e  le mie orecchie . 

Terrorizzato di dovere andare in pasto ai  ratti, mi alzai di scatto  e  balbettando gli dissi: “ I  ratti  mi fanno ribrezzo  e  ho anche  paura  che possano mordermi e  quindi infettarmi”   

E lui,    vistosamente impietosito, così mi rispose: “Non ci avevo pensato.  Perdonami figlio.  Hai ragione. Quelli mordicchiano   tutto   ciò che trovano . 

Dormirai   al mio fianco ; stai tranquillo…. staremo a stretto  contatto sulla paglia ai bordi dell’aia… e così saremo in due a  fare la guardia ai ceci.”

Risollevato, gli chiesi  ancora perdono per non avergli ubbidito   e lui mi allungò una mano sulla  testa e ci tamburellò   dolcemente bisbigliandomi con voce    tremula:

“Caro figlio, hai pienamente  ragione per i  ratti , ma  non  per    il    dormire    in    campagna. Specialmente di notte.  Stanotte non   avrai   la sicurezza e  i  conforti   che offre il  letto di casa”.  Ed io a lui:   “Non ho paura delle zanzare e degli altri eventuali  insetti. I  ratti del capanno non verranno a esplorare fino all’aia. Tranne le volpi, i pipistrelli e  i  rapaci  notturni nessun altro animale gira al chiaro di luna.  Non ho per niente paura di  dormire   sotto  la volta celeste.    Tutt’altro.    L’ho sempre  desiderato” .

E lui a me:  “ Se sei contento tu,  lo sono   anch’io. Ora vai sull’aia, disponi  a lettiera     la paglia sul bordo a monte e  stendici sopra quattro   sacchi .”  Rincuorato da tanta grazia elargitami,  andai    con la stessa leggerezza      di una piuma  spinta dal vento.  Mentre io provvedevo alla preparazione del letto, lui distese sui ceci  le sei  lamiere che tenevamo ammucchiate dietro il capanno   e, sopra   ad esse,   sparse della paglia,  e sopra la paglia incrociò i forconi   e   i   tridenti    e su essi sparse ancora uno spesso strato di paglia . 

Vedendomi    perplesso,    mi  spiegò      che  le lamiere   ci   avrebbero svegliato    nel caso   i ladri  fossero venuti a  farci visita .

A questo punto gli dissi che il  cane ci avrebbe avvisato     e lui di rimando:  “  Quel mascalzone  è  sparito. E’ andato all’inseguimento di una  volpe     prima che tu andassi al paese e poi  non l’ho più visto.”   Ammutolii.   Immense  le ondate di paura e di  silenzio. Nel  labirintico vuoto della mia anima sentii echeggiare  voci misteriose che per mia fortuna vennero sopraffatte   da quelle reali .

 Incominciarono   le raganelle del ruscello, e subito dopo,  i gufi, le  civette  e gli  altri rapaci notturni   i cui  lugubri versacci, fendenti buio e silenzio,   sembravano  delle imprecazioni   rivolte alle stelle. Mi sentivo vuoto e  disperso  nel cosmo. Tesi l’udito: solo silenzio e stelle   lontanissime.  L’orologio della torre  mi venne in soccorso    con    dei   rintocchi così tinnuli e dolci che al cuore mi giunsero come    fili d’argento    tendenti  a tenermi     ancorato al paese, alla casa, alla materialità delle cose.

Distanziati cinquanta centimetri circa l’uno dall’altro,  silenziosi ci distendemmo supini  sui sacchi. 

 Dopo  pochi minuti    di leggeri scricchiolii  di assestamento   sotto di noi, dalle case sul ciglio del paese a un tiro di schioppo , un grammofono librò   le  bellissime note di un tango famoso.  Trattenni il respiro.

 Le  struggenti       note   mi  filtrarono tutto,  fino  a mettermi sottosopra   ogni   fibra  del corpo  e  a crearmi un ingorgo alle sensibilissime corde dell’animo.

Mi portarono al primo  e  memorabile ballo con  la bella Maria,  la provocante  e focosa ventenne   vicina di casa di una mia cugina abitante nell’altro versante del paese. Era la prima volta che nelle mani avevo le fattezze  profumate di      una giovane e bellissima  donna, sogno dei sogni.  

 L’esuberante e generosa  ventenne ,    un’autentica statua di sesso e bellezza,  col contatto continuo, denso e strusciante  delle sue    cosce     contro  le mie,  mi aveva incendiato il sangue e     reso  acqua     il cervello. 

Indossava una   veste attillata di  tessuto  fine e leggero con  uno   spacco fino  a quattro dita  sopra il ginocchio. Maria era al massimo dello splendore. Le sue  curve esplosive   si vedevano tutte.  Sembrava che la veste  faticasse a contenere  le    sua scatenata   voglia di maschio. 

Con mio sommo piacere Maria mi aveva fatto   assaggiare      quei brividi e  quelle    delizie che può offrire  solo una  ventenne  navigata    nell’arte della seduzione   ad un adolescente non ancora    esperto del  misterioso  e    meraviglioso mondo  del gentil sesso .

Accanto, però, non avevo Maria con le sue grazie,  ma mio padre addormentato, il cui sudore rappreso     emanava un odore    pungente. Il tango però non ne volle sapere e   continuò a portarmi    dritto  alla travolgente  Maria di  quella sera.   Lasciai le stelle,  chiusi gli occhi e a    palpebre proprio  serrate,    rivissi e rigustai più volte e per  parecchio tempo    quei momenti di estasi pura.     Quando  però mio padre si mosse ed io    spalancai gli occhi,   quei godimenti  mi scomparvero  in meno di  un lampo. Mi si dileguarono. Raggiunsero  le stelle  di  tutta la volta   celeste.  

Era densamente stellato il cielo, un vero incanto, e la luna irradiava un  chiarore  leggero,    argentato che sapeva di pace divina. 

Il dolce e incontenibile  mondo dei sensi,  che irruente    mi si era svegliato grazie alle note del tango ,    mi si era letteralmente  volatilizzato     come se  mi fosse  stato sottratto da una  misteriosa  e  malefica forza sovrannaturale. 

 Tutto in un niente,    in meno di un lampo. Forse  per farmi prendere coscienza e quindi spingermi  a volgere  la vista nel cielo stellato   che, secondo i miei  intimi sogni,  avrebbe dovuto regalare      alla mia anima strabilianti     stupori  e  forse anche  delle  risposte ad alcune mie domande.  Esitai.

La curiosità e la paura  facevano a botte, mio padre russava e  l’abisso in cui annaspavo  era   privo di  fondo e di sponde .

Mi scrollai la testa, mi  stropicciai gli occhi e volsi lo sguardo   al  cielo .  

Avevo miliardi e miliardi di stelle che facevano sfoggio della loro immensità  e ancora di più  della loro  provenienza misteriosa.

A destra  c’era   il paese  con le sue  flebili    voci e con  i   fiacchi e sonnolenti     bagliori dei suoi isolati e  depressi lampioni .   

A sinistra  stagnava  una distesa di valli e  colline dalla solidificata  solitudine, oltre le quali      una  fila di  monti decrescevano  verso la lontana  e sconfinata pianura del mare in cui, scintillando,  affogava la luna.

 Dappertutto era  uno spettacolo  immenso,  meraviglioso di cui      facevo parte anch’io in misura    inferiore a  una punta di spillo  dispersa   in  uno sterminato  deserto.  Sconcerto e paura si sovrapponevano,  litigavano  per   avere il sopravvento .

 Della vita dell’uomo   valutavo la durata poco più  lunga   di un respiro di un moscerino  e   la   consistenza  poco più solida di una traccia lasciata nell’aria dal volo   di passero. Non trovavo pace.   Chi ero?

Incanto  e smarrimento sfidavano in continuazione la mia   debole mente.

La consapevolezza  mi franava. I pensieri non avevano né capo né coda e tanto meno un po’ di equilibrio. In più, a meno di un metro di altezza,     scorrazzavano      alcune  coccinelle, il cui volo a zigzag e i cui lampeggi intermittenti mi davano  la sensazione che     scrivessero nel buio le loro sinfonie d’amore e che  intendessero darmi  la misura  della loro e   della mia pochezza. 

Al primo tango, ripetuto   più   volte, ne seguì un altro ancora più   appassionato,  più sensuale,   le cui    note ebbero la forza di pulirmi la mente da ogni pensiero, di  arrivarmi  all’anima come  carezze  e  quindi   come  scosse telluriche agli istinti e   ad ogni fibra dell’essere.

Stavo appunto  calmando gli istinti e  gustando  quelle carezze e  gli  splendori  del creato, quando    mio  padre, smesso di ronfare, tutto di un colpo   mi  disse con voce tonante: “Speriamo che quelli la smettano subito  con quei fastidiosissimi tanghi; e tu finiscila di osservare le stelle.   Calmi la tua torbida mente, metti in un angolo le tue fantasie erotiche e   i  tuoi pensieri privi  di logica, distenditi bene   e calati  al più presto nel sonno.     Tu sei sveglio dall’alba,  hai lavorato  duro sotto un sole tremendo e  per domani  ti aspetta un’altra giornata di fuoco.”   Profondamente  sorpreso  per  avermi letto gli istinti, i  sentimenti,  i pensieri e  per  non aver perso una nota dei tanghi  durante il suo sonno ronfante,  gli risposi, tutto di un fiato: 

“Sì,  sì, papà” . Ma quel mio sì  era   un no secco.

Un no che non mi  scollava minimamente   le braccia  dalla schiena   e le ginocchia  dalle cosce  della ventenne, e neanche   l’udito dalle note dei tanghi,  la vista    dalle stelle e l’animo  dall’invisibile  filo   che  continuava a librarmi   nel nulla.  

Giravo i bulbi oculari,   tenevo tutti gli altri sensi in allerta e non avevo  nessuna intenzione di farmi assorbire dal sonno.

Quando lui   riprese  a russare  duro e profondo, mi spostai  pian piano       e mi   girai sul fianco sinistro. Aspettai, gli piantai un dito  sotto l’ascella, lo solleticai senza che lui si muovesse.  Accertatomi  bene della sua assenza,  pian piano  mi ruotai sul destro senza interrompere i suoi ronfi.  Intendevo  sedermi e anche alzarmi, ma restarono  a lungo  solo  propositi.   Avevo paura di svegliarlo .

Dormiva davvero?  Non dormiva?

Anche prima russava !!!! Non sapevo  cosa   decidere.

  Avevo i suoi ronfi,  il silenzio,  il buio   e quel filare di carciofi selvatici diretti   verso  chissà quale  imponente  e oscura    sinagoga oltre  monte Fuscaldo  assorto in un  silente e misterioso dialogo col cielo   stellato.

Le coccinelle si erano diradate, ma non i fruscii della paglia di sotto le  mie    spalle.  Non potendone più,   puntai il gomito e  posai la testa sul palmo della mano.  Affossavo. Faticavo. Riuscii a fermarmi. 

Avevo   ora    davanti  i due asini,  il capanno,    la breve   scarpata dietro stante  e  il grosso uliveto   sotto  gli strapiombi  del paese che sempre  più  mi appariva a forma di nave  .    

Le luci dei lampioni,  in preghiera    da prua a poppa, mi davano  la netta  sensazione che la NAVE DI PIETRA,    carica della sua  millenaria storia  e dei suoi abitanti dormienti, veleggiasse     nell’universo  infrangendo le onde dei secoli e del millenni   senza di me. 

Mi sentivo al centro  di un vortice che follemente  mulinava all’interno di una voragine bianca priva di    fondo. 

Solo i rintocchi dell’orologio della torre riuscivano   a darmi la consapevolezza  della mia esistenza e della materialità delle cose.     Essi, però,  mi    trasmettevano  anche  la    certezza che,  in durata e consistenza,  la mia  vita    nulla in   più    aveva  di un semplice  respiro .

Il silenzio era immenso. Sempre più denso e più  lento  il nuovo silenzio si stendeva sul precedente quando dall’ovile ai piedi del monte di lato ai ruderi della vecchia  fiera, mi  giunse un lamentoso e prolungato   latrato  diretto  alla luna.

A quell’abbaio  ne seguirono   altri ancora più lunghi. Tutti   modulati    su  quell’ intonazione da brividi. Confluivano da   più    direzioni come se i cani  si fossero  messi d’accordo non solo   nel tono, ma anche nei tempi.   Per niente d’accordo, però,   ero io.   Quei latrati mi frantumavano l’anima e in pulviscolo me la  trascinavano   fino alla luna e oltre. Me la disperdevano tra le stelle. Avevo una  paura tremenda.     Ero  terribilmente confuso, stanchissimo e  le mie  palpebre erano  più che mai restie ad abbassarsi.

Incominciai a maledire il vento, la mia  curiosità e  a rimpiangere il letto di casa.

Mi girai dalla   parte di mio padre.  La luna gli illuminava tutta la faccia.     Mi avvicinai a lui  sperando che  smettesse di  russare.  

Niente da fare.   Mi appariva  come un  bruciacchiato    tronco di ulivo abbandonato da chissà quanti anni.  Da un  estremo   della bocca emetteva un      percepibile soffio .  

Viaggiava   in chissà quale  strano regno dei sogni.

Svegliarlo era  per me  un    imperdonabile   reato  di mente e di cuore.

Assolutamente  da non commettere.   Il  silenzio si dilatava.  Inglobava buio, valli e colline.  Immaginai la mia anima come  un’immensa  e deserta cattedrale dalle pareti affrescate  da  verdeggianti monti   e  colline smaltate di sole che si alternavano  a    scene della storia di Cristo e  della fine del mondo. Una scarica di brividi   mi portò fuori dalla  mia cattedrale  e mi librò  in quella  immensa dell’universo ancora più paurosa. Mi sentivo impazzire.

Mandai lo sguardo a vagare tra le stelle, attorno alla luna e quindi sulle colline vicine.

Nessun alito di vento e tanto meno  un  rumore sospetto.

 Al paese  tutti dormivano compresi i confinanti che    erano spariti chissà  da quando e  senza che noi ce ne  fossimo resi conto. 

Svegli erano  solo  i rintocchi dell’orologio  che    erano  sempre più lunghi,   più lenti, più  limpidi, quasi visibili.

Essi  fendevano  l’aria    e il buio come se  volessero  unirsi agli esili  fili della  luce  lunare     e con  l’aiuto di essi poter forare   la solida e spessa  solitudine delle valli, delle colline  e dei monti . 

Ogni rintocco provocava  nella mia anima  una sorta di tonfo  che dava vita a   un  cerchio concentrico  simile a quello   creato da una  pietra  gettata in uno  stagno.

Seguendo  quei cerchi,   sempre più lenti e più larghi anche dopo  i  rintocchi,  precipitai  nel sonno. 

Aprii piano piano  gli occhi   solo quando l’alba aveva già  tinto di un bianco  dorato i monti lontani che sempre  solenni e tranquilli s’innalzavano al cielo e, nello stesso tempo   si specchiano nel mare di Ulisse.

Mio padre  non  era al mio fianco e non  immaginavo   neanche   dove potesse trovarsi.

L’aria era frescolina e  qualche voce lontana  incominciava a  farsi sentire. 

I due asini  erano in piedi dove  la sera prima li avevamo lasciati.

Anche la capra era in piedi su un ripiano della scarpata dietro stante il capanno. 

Sbatteva con insistenza  ora una zampa ora l’altra   e osservava  il sole che diventava sempre più grande e più  bianco.  Con quel battere alternato  delle  zampe anteriori e con quello sguardo  fisso    sembrava volesse rimproverarlo per essere spuntato con troppo ritardo. 

Voleva sicuramente  essere sciolta dal cespuglio al quale   era stata  legata  fin dal mattino  del giorno prima.

Un suo belato dal tono piagnucoloso    mi fece  capire che, col cuore  sulla lingua,  implorava i suoi padroni.

Lentamente mi girai   meglio verso  la scarpata senza alzare più di tanto la testa.

Non c’era nessuno, tranne il cane acciambellato a qualche metro dalla capra e il millenario  ulivo   le cui    fronde  aspettavano  invano  di essere pettinate dal vento. 

 Dappertutto l’aria era bianca, ferma e priva di vita.  Spettrale. 

 In giro nella mia valle  e  in quelle vicine non c’erano   quaglie, passeri e  nessuno altro uccello. 

Eppure,  in pieno giorno, ce ne erano tanti di tutte le specie e  di tutte  le taglie.    

La terra, invece, respirava.  Sì, esalava degli esili fili di fumo che si  dissolvevano a meno di un palmo d’altezza. 

Il viola   aleggiava  sulle stoppie   del  grano  attenuandone    il colore e deformando  le sagome delle valli   e delle colline .

Qua e là osservavo come se fossi  caduto dalla luna  letteralmente stregato.  I pensieri mi  oscillavano    come coriandoli  turbinati da       venti contrari.

 Mi si stavano  calmando e concentrando  su  mio padre  quando   la sua sagoma mi apparve  nitida sulla porta del capanno.

La luce del sole che lo prendeva di sbieco in faccia gli dava fastidio. 

Portò a visiera  una mano; si stropicciò gli occhi; tossì.  volse lo sguardo alla vigna e quindi lo ancorò sulle colline del Rio.

Lentamente e impercettibilmente   mi distesi supino e  abbassai le palpebre.

Dopo  pochi  secondi  lo sentii    arrivare. 

Spostò i forconi  e i tridenti  ai bordi dell’aia,   raccolse,  portò le lamiere  dietro il  capanno  e ritornò con un canestro vuoto che posò a poco più di  un metro  dalla mia testa.

Mi si avvicinò ancora  e mi  ordinò     di  andare nella vigna non appena mi  fossi   completamente   svegliato e di  riempire il canestro  della più gialla  uva zibibbo.

Preso fiato,    mi  comunicò  inoltre che lui  avrebbe   bardato l’asino Cicco, su cui  avrebbe caricato le due grosse  gerle di dietro il capanno e   che  sarebbe andato      a riempirle    di fichi d’India raccogliendoli dal filare   in cima alla scarpata.

Non  gli risposi e neanche  mossi le palpebre.

Con gli occhi  semi serrati e   immobile e muto ero rimasto  quando aveva sgombrato l’aia e tale  continuai a restare .  

Andò via.

 Bardò Cicco, caricò le gerle e si avviò  per  il filare di fico d’India  che traboccava di frutti maturi  in cima alla scarpata.

Non avrebbe impiegato tanto a riempire le gerle.

Dovevo alzarmi e darmi da fare e, invece, non so per quale strano motivo dell’inconscio, restai a poltrire sui sacchi  di iuta e la paglia    resa  umida  dai respiri della terra .

La capra belava invano.  L’aria incominciava a scaldarsi.

Gli alberi mi apparivano    dipinti nell’aria    e le   valli e  le colline  letteralmente pietrificate.    Il sole si staccava a rilento dalle montagne di Strongoli. Sembrava  che trovasse piacere ad   imbiancare   con calma e dolcezza   il suo percorso.

 A ponente e al centro,  il cielo    era   di puro cristallo e  a più strati d’infinito. Sembrava che  si beasse della pace      che regnava sulla terra.

Dappertutto immobilità e   silenzio.

  Con lo sguardo assonnato   seguii    la nazionale alla base  di monte Fuscaldo e  dalla strada  passai a scrutare   gli elci,  i lentischi e  le  ginestre che   coprivano    il     versante del monte  fino alla cima, qua e là con macchie  rocciose.     Quelle piante  luccicavano al sole  come se al posto  delle  foglie avessero  schegge di specchi multicolori .

Volsi   lo sguardo sulla cima  coperta  di pini , quindi  sulle    valli e  sulle  colline prese dal sole, come se volessi assorbirne  la pace  e qualcosa della  loro   immobilità.   

Il canestro era   forse a meno di un metro dalla mia testa , ma chissà quanti  anni luce    lontano dalla mia mente. 

Mi riaddormentai e  poltrii  ancora, forse più di mezz’ora.

Mi svegliai di soprassalto,  quando da    una dozzina di passi sentii pronunciare il mio nome con tono alterato. 

 Era lui: mio padre . Arrivava con l’asino carico.   

 Aveva  portato a termine  il suo lavoro.

Ed io?

Non  avevo scuse   che potessero  giustificare la mia  disubbidienza o perlomeno attenuarne il castigo dovuto. 

 Meritavo   una   forte strigliata se non  una scarica di sberle . 

Serrai  le palpebre   con l’intenzione precisa  di tener  i bulbi oculari   al riparo del buio     che  esse  mi  avrebbero  creato.  

Ma  in quel buio trovai  minutissime    scintille che lampeggiavano   con ossessiva    discontinuità.  Contemporaneamente    più   lampi  di gelo   presero  ad    attraversarmi la  colonna vertebrale con tale  velocità  e profondità    che mi  resero privo di fiato  e del tutto immobile.  Mio padre avanzava mormorando imprecazioni contro  la sorte che gli aveva dato un figlio    disubbidiente, ribelle, cocciuto .

Al suo arrivo sull’aia, tirò un calcio al paniere, mi si avvicinò  e, con tono  minaccioso,  mi disse di alzarmi subito, e di andare di corsa alla vigna, ma io   gli  restai  più muto e immobile  di  un cadavere.

Mi si avvicinò ancora di un passo e  m’intimò   più bruscamente di alzarmi, ma io, ancora una volta, gli restai  più morto di  un morto .  

S’inginocchiò  dietro la mia testa e, con entrambe le mani    mi strinse   la faccia  e  me la scrollò dicendomi di non fare il cretino, ma io, ancora una volta, non gli manifestai alcun segno di vita.

 Mi  liberò  la faccia,   si piegò      su di me, posò  un  orecchio a solo due dita   dalla mia bocca  e,  resosi conto  che io  non respiravo,  scoppiò a imprecare e a   piangere assieme.   Urli disperati   e  un diluvio    di lacrime sulla  mia   faccia       marmorea.  Mai nessuno  prima e neanche dopo ho mai visto piangere e imprecare istericamente  in quel modo.  Neanche un bambino  che si è dato una martellata su un dito.

 Non  avevo altra  soluzione   che  sbraitare,   spalancare all’impazzata le braccia,    svincolarmi  e scappare a rotta di collo.  Solo così, pensavo, di tirami fuori.  Respirando lento  solo col naso esitai pochi secondi ancora sotto le sue lacrime. In meno di un lampo e tutto assieme urlai,   spalancai,  dimenai le braccia, mi alzai e scappai mentre lui, arretrando terrorizzato,  si drizzava, inciampava e cadeva all’indietro. 

  Quando  ero  ormai  lontano cento e più metri ,  mi     chiese,  con tono non ancora  del tutto   normalizzato,  quale follia  mi  fosse  passata dalla testa. Mi bloccai con le spalle a lui girate.   Non  ricevendo alcuna  risposta, cambiò tono  e   mi raccomandò   di  non  scapparmene a casa.  

Mi girai.   Era   sull’aia. Non poteva raggiungermi.

   Mi sventolò le braccia in segno di pace e mi   assicurò    che sarebbe andato lui a raccogliere l’uva e che io, al suo ritorno, sarei    andato     al paese per portare    i  fichi d’India e l’uva.  Avevamo fatto  la  pace? Potevo fidarmi?  O    non dovevo  più comparire entro il suo campo visivo?

 Si piegò, afferrò  il paniere  e   si avviò  verso la vigna, procedendo lungo un percorso lontano dalla mia posizione. Andava  piano. Tentennava il capo, mormorava e dondolava il paniere in un modo come se,    soddisfatto di come  si era risolta la faccenda,  gli  raccontasse in ogni particolare  come si era svolta  scena.  

Io lo seguii con occhi da lepre per un bel tratto.  Accertatomi della sua innocuità , ritornai pian piano  sull’aia tempestandomi la mente  con  una serie di      domande sulle possibili cause e concause  che mi avevano indotto alla messa in scena così pazza da   fargli venire un     infarto secco .

 Gliel’avevo  combinata grossa. Troppo grossa. Da  squilibrato. Da incosciente. Giunto sull’aia, accarezzai il collo e la testa dell’asino. Cercai anche di specchiarmi nei grandi  e acquosi occhi dell’asino assillati   da   moscerini. Ovviamente senza riuscire a trovare riflessa  la mia faccia da schiaffi. Accoppai un tafano. Sulla criniera mi pulii la mano indolenzita e  insozzata di sangue.  Era niente rispetto al rimorso che più  di un  grosso e spietato tarlo mi rodeva  nelle profondità più remote dell’anima. Avevo quattordici anni .   Non ero più un bambino. Ma lo ero mai stato un  bambino? Sì, lo ero stato dalla prima alla terza elementare.      Di quel dolce periodo    mi restavano le tabelline,  i dettati e   vaghi  ricordi delle partite di calcio con la palla  di pezza imbottita di  stracci.  Le varie monellerie  di quel tempo con i   coetanei non avevano più senso.  L’infanzia  mi si  era ormai  volatizzata  e nell’ambiente in cui continuavo a muovermi    non c’era   posto per   l’ansia e la gioia del gioco e per   nessun tipo di monellerie.  L’adolescenza  doveva continuare a bruciarsi  sul fuoco della campagna e della miseria. Esattamente come avevo mandato  bruciata   la dolce fanciullezza.   Naturali e acerbi  erano i miei  sentimenti, sfilacciati i  miei pensieri e  davanti  avevo la vigna, il ruscello,  le solite valli e colline di solidificata tristezza   e, in lontananza, immobili e  arcigne  avevo   quelle montagne che mi sbarravano ogni speranza di uscita  dal  mio mondo di terra.

 Questi pensieri mi turbinavano  quasi   tutti i giorni   nella mente , ma   non riuscivo a   tradurli in parole per la totale  mancanza di dialogo tra me e mio padre e soprattutto perché mi mancava  il  coraggio necessario per   affrontarli con lui.   Li covavo dilatando sempre più l’inquietudine che da sempre  macerava il mio animo. 

In quei precisi  momenti avevo nella testa solo  una sorta di  vento, le mani e le gambe non mi stavano ferme e nel  lago dell’anima   mi sciabordava il rimorso.     Volsi  lo sguardo   ai ruderi della vecchia fiera: non c’era nessuno. Lo diressi allora  sulla vigna: solo pampini  verdi, silenzio e una camicia bianca che reggeva un cappello nero.

Mi raccolsi e con ostinazione  rovistai  nei fluidi strati della  coscienza   sperando di trovare  una causa che    giustificasse il  mio  atto da puro  folle. Ovviamente senza approdare a un bel niente. 

  Intanto grilli, cicale e uccelli  iniziavano a farsi sentire. Passeri e quaglie anche nelle vicinanze dell’aia. Ce ne erano di tutte le   misure. Lo stomaco, il palato e la gola incominciarono   a ribellarsi. Sbucciai  quattro  fichi d’India e  li  calmai.    Ritornai ad accarezzare   il collo e  la testa del ciuco.  Accarezzavo, guardavo   e meditavo. Guardavo le colline del Rio smaltate di sole e di solitudine,     certe nuvole bianche  e    anche la vigna per   accertarmi se  lui era ancora alla ricerca dei grappoli più belli e più  gialli  di zibibbo.   Meditavo  sul mio vissuto,  sull’indole mia  e di mio padre e  anche sul mio  destino di contadino.    A un bel momento lo vidi venire. Il paniere  pesava .  Lui  era stanco ma anche  rilassato. Camminava dritto e non parlava col canestro.

Al suo arrivo mi allontanai una decina di metri dal ciuco  e concentrai lo sguardo sul  placido volo  di  una coppia di  corvi che,  come due virgole  ravvicinate,    si stagliavano nette nel cristallino nitore del cielo.  Sistemò il paniere di lato  a  una gerla, mi chiamò , si allontanò  e andai  al paese come se niente fosse successo.  Mia madre, scrutandomi  in  volto, mi chiese se avevo dormito tanto e  bene    durante la notte.  Non le risposi e lei,   trivellandomi  le pupille, mi domandò se   tra me e mio padre ci fosse stato per caso  un diverbio.    Serrai le labbra, abbassai la testa e  le girai le spalle.

Avevo gli occhi tremolanti  e annegati nelle lacrime e   un assoluto  bisogno di starmene appartato  in un angolo   buio  e lontano dalla gente.

Mi precipitai sul largo antistante alla casa, legai   l’asino alla boccola di ferro murata  e raggiunsi  a rotto di collo  la stalla sul ciglio della rupe.   Monte Fuscaldo, Craparo e la catena  dei monti silani sorridevano al sole e alla brezza  che s’era levata da qualche minuto.     Odiavo la luce, la brezza,  i panorami;  avevo bisogno  solo di  buio e    di  silenzio. Ai due  monti  sbattei la  finestrella dal cui  fondo però  una sottile lama di sole riuscì ugualmente  a dare un minimo  chiarore alla grande  spelonca.  Con i gomiti puntati sulla mangiatoia e il volto  fisso  contro il muro,    mi detti a piangere a più non posso . Non ricordo   quando mia madre venne a tirarmi via e cosa  le  dissi per giustificare i miei occhi rossi e le mie guance bagnate.    

  So di certo che  dal paese ritornai all’aia dopo due ore.     

Grazie alla brezza     alzata da non so  quando,  il mio povero vecchio  aveva   fatto un  gran bel lavoro.  Con  la pala lignea sventolava  ancora  i ceci per eliminare  gli ultimi  resti  di paglia e di pula. Presi la  scopa  detta volgarmente     GRANARA , mi unii a lui   e portai via    i  frammenti  corti e  pesanti  degli steli che il vento non era riuscito a separare.

   Dopo tanti sudori, sguardi di sbieco che dicevano tanto e anche dei lunghi   sospiri  portammo a termine    il     lavoro. Col vento alle spalle e con i ceci nei sacchi ben  assicurati sui basti dei due asinelli ritornammo    al paese. Ovviamente muti come due pietre. Lui  attaccato alla coda del ciuco Cicco ed io  a quella  del ciuco Nicola.

Nei labirinti dell’anima   sento  ancora  lo   scalpitio   degli zoccoli ferrati dei due asini sulla massicciata dei tanti tornanti  della salita   che dal mio podere  porta al bivio  del piccolo borgo.   Quegli scalpitii sono per me  note di una  sinfonia    struggente particolarmente  intima,  note che nessun musicista può  cogliere nella loro interezza, quindi   tradurre  e riportare       sui comuni  pentagrammi  degli spartiti

Durante i sessant’anni trascorsi d’allora più volte sono ritornato a rimuginare sulle profonde  motivazioni che allora  mi hanno indotto a compiere   quel fatto da   squilibrato e mai  sono   riuscito a trovarne una ragionevole che mi abbia  del tutto convinto 

 

 

 


Una bellissima "poesia in prosa" del mio amico Domenico col quale mi scuso per il ritardo nella pubblicazione dovuto a prioblemi con la casella di posta elettronica. Una poesia struggente che mette insieme il dolore di una seconda forzata emigrazione con quello per la sorte di alcune popolazione delle isole del Pacifico colpite dallo tsumani.  Dopo una prima partenza dalla sua amata Santa Severina per trasferirsi nella "Città dei fiori" per motivi di lavoro, Domenico e la sua dolce consorte sono costrutti ad affrontarne una seconda in una città poco conosciuta e forse poco amata nella quale la gente ha sempre poca voglia di fermarsi per distogliere lo sguardo sull'umanità che la circonda. Purtroppo ognuno di noi altro non è che una povera pedina che un fato arcano colloca a suo piacimento sulle varie caselle della scacchiera.

Seconda emigrazione 

 Io e mia moglie siamo  nel  treno
che da Sanremo ci porta a Milano.
Lei legge un giornale,
 io, con l’anima   in pena,
osservo   il mare,  il cielo,  
e, ogni tanto,
mi porto  nel corridoio e ammiro
anche   la  pacata dolcezza  dei monti
le cui punte coperte di verde 
e smaltate di sole,
se ne stanno silenziose e compunte.  
 Senza vento,  piena di luce
e   di  effluvi marini
è la giornata.
Continuamente squarciata da lampi
e  spinta  da   raffiche,
avverto, invece,  nella  mia  
mente
una sorta di  nebbia  filiforme
in  precario equilibrio  stanno
le mie  deboli  e povere idee.
Ondate violente di nostalgia
fanno scempio nelle profondità
 più remote dell’anima mia. 
Non c’è niente da fare:
dobbiamo  per forza lasciare Sanremo.
Mi dispiace  moltissimo.
Vi   ho studiato,  creato famiglia 
e  vissuto  felice un mucchio di anni

 assieme alla   dolce consorte
 e ai due figli che ora,   maggiorenni, 
ci vogliono  nella  grande    Milano .
 Loro ci si   sono laureati, vi   lavorano,
vi hanno casa e Antonio anche   famiglia
con    una bimba di un anno.
 Mi sento    senz’anima,
 come sospeso  su  una strana  voragine.
Un velo di mestizia  avvolge
il volto dei tre   compagni di viaggio
immobili e muti a noi di fronte.
Leggono   gli articoli  degli   immani  disastri 
avvenuti su delle isole  del  lontano Pacifico.
Le onde assassine del tremendo tsunami

vi hanno  raso al suolo cittadine  e villaggi,
e trascinato    nel fango degli abissi marini
migliaia e  migliaia di esseri umani.
Nessuno sa ancora il numero esatto
delle povere vittime
 e,  tantomeno, l’ammontare dei danni
arrecati a quelle coste densamente  abitate.
Una pace da sogno sereno,
 invece, regna qui in Liguria,
 la purezza  del cui  cielo
accoglie   e assorbe
i sospiri  degli  uomini, dei monti  e del mare.
 E’ tutto un canto di pace
 in questo estremo  lembo d’Italia.
 Il mare  è una  paciosa  specchiera.
 Il sole  vi   si  affonda 
e vi crea turbinii  di diamanti policromi
 i cui riflessi  si  accordano appieno
ai colori   delle montagne
che  vi  si specchiano
come se fossero  anime.
Al largo, lente  si cullano   onde
increspate d’argento
che , sui litorali e sulle scogliere,
 si tramutano 
 in  slabbrati    riccioli bianchi.
 Sembra  che esse siano  mosse e guidate

dalla volontà di un animo buono.
Mi  trasmettono   esse
il senso del moto perpetuo,
l’idea dell’infinito,
della finitudine umana,
del  mio inutile  io in frantumi
 che sempre più  vortica
nella  strana   voragine   bianca
priva di fondo  e  di  sponde.
Il  loro lento e continuo
infrangersi   mi fa andare e venire
dalla materia al sogno .
Molto somiglia a quello
del mio animo .

Una forza  interiore mi spinge
a  seguire  i  flussi e riflussi
per  cullarmi  con essi
e  far parte di essi e dell’intero universo.
Mi sento    come disperso nel nulla .
Il treno  non vede l’ora di scaricarmi
 nella città di Milano  
popolata  di gente che corre
e che dagli affari mai scolla la mente.
Sì, dobbiamo per forza stabilirci  in quella città
che  offre  marciapiedi   affollati di sconosciuti ,
vialoni alberati, un traffico enorme,  
palazzi imponenti dai tetti

stipati di antenne TV
e per volta celeste   sempre e comunque
una cappa di piombo.
Corre, corre,   sferraglia il treno.
Corre, si ferma e  riparte
 senza la mia volontà.

L'amico Domenico Cianci ci manda questa bellissima poesia scritta nel lontano 1977 dalla quale traspare l'amore per il figlioletto e l'ansia di vederlo un giorno colto, saggio e umile, armi con le quali,  a differenza della "corazza dell'ignoranza", si vincono tutte le battaglie della vita. 

Antonio, dolce tesoro mio,
goccia condensata della mia linfa
e   dei miei pensieri,
meta e scopo del mio mondo,
cosa vuoi da me 
 che di te vorrei fare
un uomo   colto?

Tutti i giorni ti ribelli
alle mie regole spartane.
Tu hai ragione ed io non ho torto.
Quando padre tu sarai,
con te mi confronterai,
e giudicare potrai
la mia persona
e tutto il  mio vissuto.

Sei vicino ai dieci anni e pensi tanto!
Pensi al tuo passato senza gloria,
al tuo presente senza storia.
Antonio caro, anima ribelle,
vita e morte si confondono
guardandoti giocare.

Quante volte mi domando
come, dove e quando
smussare devo nella tua persona!.
Serena, armoniosa e ricca di pensieri,
con tanta pace e luce dentro il cuore
vorrei  vederla
camminar tra gente colta, 
risoluta e aperta a tutti
con saggezza e umiltà.

 Tante volte con te energico mi mostro,
e forse sbaglio.
Ma con te parlare devo tanto,
e dentro la tua anima
scavare e seminare devo
il seme dell’amore,
il senso del lecito e del giusto,
e soprattutto del SAPERE
il desiderio aggressivo.

Tutto nella vita costa, e con fatica,
... ricordalo..!
Le battaglie non si vincono
se resti corazzato d’ignoranza.!!
Carico di sapere e vestito d’umiltà,
tutta la tua vita sarà serena,
.ricordatelo..
Te lo dice tuo papà.

 Lettera alla felicità

   Cara Felicità, devo scriverti una lettera e non so chi sei, quale aspetto hai e come ti presenti a chi ti cerca.  Indosserai sicuramente abiti semitrasparenti e dalle mille sfumature intonate agli stati d’animo di quelle creature semplici che ragionano col cuore.
   Alcuni saggi affermano che rendi sereno e gaio l’essere umano se riesce ad afferrarti e tenerti ferma con la mente anche per un secondo solo. Io, da bambino, parecchie volte ho tentato di scovarti nel silenzio ombroso e saturo d’incenso della cattedrale e anche nella piccola chiesa di campagna, poco lontano dal borgo di poche anime contadine che mi ha visto nascere e crescere fino a venti anni.
    A nove anni, quando mio padre mi ha tolto dalla scuola per seguirlo nei campi, ti ho cercato dalla sommità di Caprara, quel monte non tanto alto ma isolato, esposto ai quattro venti, e dominante  su colline e valli a perdita d’occhio.
In cima in cima a quel monte possedevamo un grosso uliveto, nel cui centro un piccolo fabbricato rurale,  circondato da sei mandorli, un sorbo e due filari di fichi d’India, sfidava i venti e controllava la severità e l’immobilità delle montagne circostanti. Alla raccolta delle mandorle io e mio padre vi andavamo prima che spuntasse l’alba e ritornavamo al paese al crepuscolo, poco prima che le ombre della sera invadessero le strade.
   Da quell’altezza e con quel silenzio divino ti ho cercato  nella purezza delle albe e dei tramonti e nelle arcane profondità  del cielo. Non ho scorto una traccia della tua presenza ma quella pace e quel mistero mi facevano venire i brividi.
   Alcune notti pernottavamo in quel casale grezzo e semi abbandonato ed io, bambinello, fino a quando non mi prendeva il sonno, ti  cercavo, attraverso la finestra aperta, tra le stelle e il chiarore della luna piena. Non so se nel firmamento cercavo te o un’altra cosa che con te aveva una certa affinità. Certo è che vedevo e toccavo la sapienza e la potenza del Creatore. Con stupore, gioia e trepidazione assieme mi perdevo nell’immensità dei vuoti interstellari. Erano segni tuoi quelle emozioni che provavo?
   Avevo undici o dodici anni quando mia madre mi portò al mare, lontano dal paese venti e più chilometri. Era la prima volta che lo vedevo. Lo stupore fu immenso. Il cielo era di un celeste particolare e la gran massa d’acqua gli faceva da specchio, grancassa e contraltare. Estasiato dinanzi a quel celeste fermo e a quell’azzurro in movimento, ti ho cercato  nelle stratosfere e nelle creste argentate delle onde. Non ti ho visto nemmeno in questi due posti, ma la sorpresa e la commozione sono state intense e ugualmente gratificanti. Un giorno, sempre di quel periodo, dopo un potente temporale, un meraviglioso arcobaleno si mise a puntellare  due montagne lontane. Più lo guardavo più’ lo trovavo stupefacente. Trasalimenti uno dopo l’altro. Anche quel giorno ti ho cercato senza risultati nei colori di quel miracolo del cielo.  Attorno ai tredici anni, quando la razionalità aveva  incominciato a tarlarmi la fantasia e l’innocenza, ti ho cercato nel profumo dei fiori, nella fralezza e nell’ingenuità delle farfalle.  Ti ho cercato dappertutto mia cara, anche in quel periodo.  Ho tentato di scorgerti  perfino nello sguardo e sul volto di un mio nipote appena nato, di un’adolescente, di una giovane al colmo dello splendore, negli occhi e nel tatto delle morbide mani di mia madre e non mi sembra di averti mai incontrato e tanto meno di avere con te dialogato più di tanto.  Provavo solo emozioni dalle più delicate alle più violente assieme ad altrettanti stupori indescrivibili. Quei segni erano sicuramente tuoi strettissimi parenti nel ruolo di tuoi fidati messaggeri con destinazione il cuore degli umani. Sei sempre un po’ dovunque sotto varie forme e noi umani, che non ci rendiamo conto come il tempo scorre, non ti vediamo, non sappiamo coglierti e darti accoglienza nel nostro animo.
   La ragione ti chiude ogni spiraglio quando grande è il desiderio di sopraffare i nostri simili e altrettanto incontrollabile è l’ingordigia di guadagnare sempre  di più.  Sono tue nemiche quelle smanie. Sono forti e radicate in ognuno di noi, e tu sei troppo delicata e incapace di frenarne o quanto meno attenuarne  l’irruenza che spesso travolge le tue deboli iniziative. Non ti tocco, non ti vedo, ma sento sempre la tua presenza quando apro gli occhi e vedo, tocco e sento quanto mi circonda. Sarai forse quell’ombra muta che mi viene dietro quando vado incontro al sole prossimo al tramonto o che mi precede quando allo stesso sole volgo le spalle? Adesso che vagando vado a ritroso sugli eventi salienti dell’esistenza, devo dirti cara Ombra che, nonostante la ragione abbia spodestato da parecchio tempo le illusioni, tu non sei stata con me tanto recalcitrante. In un sommario inventario della vita il positivo sovrasta il negativo.
   Mi hai sorriso e dilatato il cuore il giorno della prima comunione e me lo hai poi subissato di canti e di musiche paradisiache quando, quindicenne, sono andato ad annegarmi negli occhi melodiosi d’una mia coetanea, divenuta subito la morosa, poi la mia dolcissima consorte, madre dei miei figli e ora nonna di Giulia, Benedetta e Leonardo, le nostre tre gocce d’eternità a cui auguro una lunga vita sana e tranquilla,   di  saper cogliere emozioni anche dalle minute cose e  di  continuare a seminare, serenamente, tanti eredi nell’inarrestabile scorrere del tempo. Ero appena adolescente quel giorno del primo incontro con quell’angelo che poi è diventato il rifugio e il custode della mia anima. Da poco mi ero pudicamente affacciato nel meraviglioso mondo delle donne. E’ stato, quello, un giorno di scintille, di sussulti, di tuffi e capriole nel dolcissimo lago dei suoi occhi.
   Da quel momento in poi tu mi hai inondato di brividi sublimi, del tutto diversi da quelli che fino allora mi aveva concesso di godere il Creatore attraverso le sue creature grandi e piccole. Con mia moglie accanto mi hai fatto toccare la corrente multipla dei sensi e fatto mandare in estasi l’anima e la ragione. Mi sei venuta accanto e fatto palpare il cielo con le mani anche quando, a Sanremo, sono passato dalla categoria dei lavoratori della terra a quella dei geometri e dintorni.
   Per fare un minimo inventario attendibile dei momenti di felicità, devo osservare attentamente nei registri della memoria di pensionato settantenne trasferito da Sanremo a Milano solo per fare il nonno.
   Osservando qua e là, mi sono reso conto che devo ringraziarti molto per i continui contatti che tu mi hai dato e per i giorni felici che ne sono scaturiti, dolce Chimera, dolce e tenera Ombra evanescente.
    Non posso farti un elenco preciso di tutti i momenti belli vissuti durante i miei settant’anni, ma qualche altro aneddoto, in cui tu mi sei stata dolce elargitrice di piaceri e gioie, devo pure riportarlo su questa letterina.
   Erano le tre di una notte  senza stelle e con una nebbia che calava fitta dappertutto, quando nella casa del mio  piccolo borgo calabro   è venuto al mondo il figlio maschio con un semplice parto naturale.
   Dopo alcuni minuti ho lasciato la  puerpera  alle cure dell’ostetrica e sono scappato con l’auto a informare del lieto evento e a sollevare dall’ansia i miei vecchi genitori, la cui dimora era distante circa un chilometro dalla mia. Ero tanto inebriato di gioia in quei momenti che, facendo retromarcia, andai a sbattere contro un muro. Ebbene, devo dirti che non scesi per costatare i danni al paraurti. La gioia non aveva prezzo ed io non avevo tempo da perdere.  Ingranai la prima, la seconda, la terza e, fendendo all’impazzata la fitta nebbia e il silenzio della notte, mi trovai in un niente nella casa paterna.
   Mio padre e mia madre avevano lasciato la porta socchiusa e se ne stavano nel letto, in ansioso dormiveglia. Dopo il diluvio di lacrime di gioia per la regolarità del parto e per  il bimbo venuto alla luce sano e bello, stemmo a guardarci a lungo  senza dirci una parola sola: la gabbia toracica faticava a contenere il cuore . Tu reggevi le redini delle forze fisiche e mentali, mie e dei miei vecchi genitori, nei cui occhi lucidi ti ho visto scintillare e volteggiare.
   Passeggiavi delicatamente sulla nostra pelle, schizzavi agile dalle mie alle loro pupille, ti divertivi ad annegarci in sempre più copiose e calde lacrime di gioia.
   Le stesse emozioni tu mi hai elargito quando è venuta al mondo la femminuccia e, tanti anni dopo, il giorno delle loro lauree, della compera delle loro case e delle loro nozze.  Nel mio vocabolario non trovo parole capaci di cogliere nella loro pienezza e poi esternare almeno in parte le gioie e le commozioni provate quando le nostre gocce d’eternità, Giulia, Benedetta e Leonardo hanno messo piede in questo mondo. Tolta la parentesi dell’operazione al cervello per quell’intruso angioma che mi ha privato della vista all’occhio destro e dell’uso naturale della parte sinistra del corpo intero, quando tu mi hai lasciato solo, solo con la morte e l’infinito e poi fatto precipitare a svolgere con una mano un lavoro alienante, deprimente, tra colleghi dei quali alcuni non sempre mi capivano, per tutto il resto non sei stata tanta avara nei miei confronti. In molte altre liete circostanze tu sei venuta a sfiorarmi la mente e il cuore. Ti sei sempre comportata con maniere delicate. Ritorno a dirti che non posso elencarti tutte le volte in cui tu mi hai fatto sorridere e commuovere. Ti ringrazio per il passato, per il presente che mi scivola da sotto i piedi e anche per il futuro che, come a tutte le persone anziane, anche a me viene incontro denso di nuvolaglie. Non mi abbandonare ora che incominciano a mancarmi le forze fisiche e si moltiplicano gli acciacchi, ora che mi perdo nella girandola degli interrogativi del trantran quotidiano e nella ragnatela dei pensieri metafisici. Con la tua  verve  vienimi spesso accanto, tutta protesa e pronta a stimolarmi e a moltiplicarmi le emozioni, i sentimenti e quanto altro mi tiro appresso in questo scorcio d’esistenza affollato di fantasmi.  Tu non hai un corpo, un volto, dicevo, non fai neanche ombra ma docile e silente fai la parte della regina tra le forze, le speranze e tutti gli altri fili intuibili e non visibili che tessono, sostanziano e sorreggono la vita degli umani. Non per niente, durante tutti gli attimi del nostro quotidiano, tutti ti cerchiamo dentro e fuori la sfera dei nostri affetti, dentro e fuori la cerchia di quanti ci circondano. Io, col cuore sgombro dalle varie cupidigie, continuo tenacemente a farti il filo e tu non essere restia. Apriti e vienimi incontro quando ti è possibile. Regalami tutte le meraviglie e le emozioni che la mia età può cogliere e gustare.
   A settanta anni ogni essere pensante diviene spesso un’isola di silenzio galleggiante su paludi d’amarezze e solitudini. Con i tuoi sprazzi luminosi tienimi lontano dal diventare una tale isola durante l’avanzare sul viale che porta sulle rive del  buio e del silenzio eterno. Non aspiro ad allori e agi, ma ti prego di aiutarmi a rendermi la vecchiaia meno amara.  Per quanto devo vivere, fammi stare sano e in armonia  con mia moglie, con i figli, col genero e la nuora e soprattutto con i nipotini. So che dappertutto ti aspettano tanti cuori tristi, ombrosi e che tu non hai più voglia di ascoltarmi. Ma prima di lasciarti andare a dare un po’ luce e di allegria a quelle anime che vedono nero anche dove il sole acceca, ti devo fare un’ultima supplica cui tengo tanto.  Integri, come sono adesso, lasciami i sensi, gli affetti, la mente, la parola e le gambe. Con un libro, un  po’ di compagnia dei parenti, degli amici e anche di soli estranei, essi mi aiuteranno a stare sereno e pago fino all’ultimo respiro.

 

Eccovi una bellissima poesia di Domenico dedicata al padre con la quale, come sempre capita  a ognuno di noi, l'Autore riesce a dire al genitore quello che non è mai riuscito a dirgli quand'era in vita. In questo scritto struggente e delicato c'è tutta la  cultura della nostra società contadina, il dramma dell'emigrazione che ha sempre condizionato la vita dei meridionali, le aspirazioni e il riscatto della gente umile, ma dignitosa del Mezzogiorno d'Italia.
             Peppino Marino

 

 A mio padre

  Avevo vent’anni
e tu sessantotto, papà,
quando   ti ho abbandonato
per trovare fortuna   a Sanremo.
Anche tu,  diciannovenne,   
 hai lasciato   tuo padre 
per andare  a trovare lavoro in America.
Mio figlio si è separato da me  
ancora più giovane.
Lui aveva solo  diciotto anni quando
a  Sanremo ha preferito Milano,
dove ora io mi trovo a svernare   
gli anni   della vecchiaia.
La storia si ripete carissimo padre.
L’aspirazione dei figli
di  distaccarsi   dalla dominazione paterna
 è  radicata nell’animo  dei giovani di ogni epoca
 e di ogni regione geografica.
Una tua sorella mi ha detto,
quando  io ero un ragazzo,
che tuo padre ti  aveva  raggiunto a Brooklyn
 per starti vicino  e che tu,  taciturno e ribelle ventenne,
sei scappato a Pittsburgh perché amavi  essere libero.   
Tre anni dopo la mia partenza  dalla famiglia,
 tu, settantunenne e malandato in salute,
 mi hai  raggiunto a Sanremo per   renderti conto
se  davvero  ero salito di casta
e se, poi, potevi  finire i tuoi giorni sotto i miei occhi.
Ricordo i tuoi zigomi  ossuti,
 le rughe profonde del viso,  del collo,
il cui colore  non differiva da quello delle noci essiccate.
Ricordo le tue mani   piene di calli e col dorso  serpeggiato 
 da grosse  vene bluastre in rilievo.
Eri contento, papà, dei  gradini che avevo salito
nella scala sociale  e, ancora di più,
per il rispetto di cui godevo.
 Eri sereno,  orgoglioso, appagato
sebbene, tre anni prima, ti avessi lasciato
 a far fronte da  solo, vecchio   ammalato,
ai tanti  lavori   pesanti dei campi. 
 Non mi hai parlato neanche a Sanremo
come non lo hai mai fatto
quando a Crapara e  nelle   altre  nostre  campagne
 stavamo dall’alba al tramonto
a stretto  contatto di gomito.
 Stavamo  muti, sen’anima,  come due pietre.
 Non  mi parlavi neanche a Sanremo, dicevo
ma dai tuoi occhi  lucidi e gonfi di gioia
sgorgava  il tuo orgoglio e anche il    perdono
per il  mio atto d’indocile figlio.
Durante  gli ultimi  tuoi  tre anni
vissuti nella mia casa di Taggia,
ho fatto  tutto il possibile
per darti    serenità,  benessere
e  per  smuovere e scavarti nell’intimo.
Hai letto cinquantadue raccolte di favole 
dietro  la finestra della tua camera,
da  dove  ti vedevo allungare lo sguardo nostalgico
sugli orti lontani, sul panorama di Taggia,
 sulle acque  e sugli oleandri  del torrente Argentina,
su Castellaro, sulle alpi marittime, su Triora
 e, girandoti a destra,   su Arma e sul suo mare
screziato di  lamine e di  riccioli argentei
che  inni di gloria innalzavano al cielo.
In quel dolce periodo mio figlio  aveva solo tre anni.
Lo accarezzavi,  giocavi, litigavi con lui,
te lo mettevi  sulle ginocchia
e gli raccontavi le favole di cui  non era mai sazio .
Nel grande    cimitero  di Sanremo,
in cima a valle Ormea,
ora tu  riposi in un loculo alto,
in mezzo a una fila di sconosciuti.
Sono trascorsi  quasi quattro decenni
 da quando sei spirato  tra le mie braccia.
 Da allora non  ho mai smesso
 di  chiederti perdono per  averti lasciato
quando avevi     disperato  bisogno del mio aiuto.
 Non ho mai smesso e  mai smetterò altresì
di ringraziarti per quanto mi hai  trasmesso
attraverso i tuoi occhi, il tuo esempio.
Non fa niente se  quand’ero bambino
non  mi hai  raccontato una favola,
e se non mi ha mai sorriso.
Non fa niente se non mi hai insegnato
a leggere e scrivere, ad avere a che fare
con  la matematica,  il greco e il latino,
se non mi hai parlato di Dante e Petrarca
e  se neanche un semplice accenno m’ hai dato
dei grandi  ingegni che hanno   elevato 
i sentimenti e i pensieri del genere umano.
In nessun modo potevi, caro papà.
 La zappa, l’aratro, la falce
erano state le tue  penne stilografiche;
 per libri e quaderni avevi  la terra
e per compagni  solo il vento e  la pioggia,
il freddo e il  caldo cocente.
Il tuo mondo   era quello
e  sarebbe stato anche il mio
se  io non avessi avuto il coraggio
di lasciarti per   scappare a Sanremo.
Mi sono bastati  tutti quegli anni
 vissuti con te in campagna
 per   ipotizzare da fuori   il tuo animo
e da dentro penetrare  il tuo  mondo di terra.
Avresti  agito con   me
come a sua volta
tuo padre  ha    fatto  con te
 fino a quando non sei scappato in America.
 Le tue labbra, ripeto,  erano restie ad aprirsi,
anche quando ti supplicavo di dirmi qualcosa
dei tuoi sentimenti e dei tuoi pensieri.
Non parlavi, ma  dai tuoi occhi  traspariva
quanto bolliva nel  tuo  animo chiuso.
Ti ringrazio  non solo per  avermi dato la vita
ma  soprattutto per  quella   grammatica
semplice e rude,
senza parole, 
di solo sguardi 
e per  quella morale
che   i tuoi  lunghi  e profondi silenzi  
mi hanno    trasmesso con    saggia
e  soppesata   pazienza.
Se dal cielo mi  vedi e  mi ascolti,
preparami un posto al tuo fianco.
Quando verrò,   e non   credo sarà lontano quel giorno,
ci  svuoteremo le idee, gli affetti, tutto il nostro  vissuto
come non abbiamo mai fatto.
Ci svuoteremo fino all’ultima scaglia riposta
nel fondo delle nostre  semplici anime.
Dei  numerosissimi  errori perdonami anche quello
di   non essere riuscito a convincerti quanto belli
sono il dono, la potenza e lo scambio della parolache, tra noi, purtroppo, non c’è mai stato.