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Dal 1° gennaio 2010, al  31 gennaio 2012 i lettori  sono stati   13.583

   Autori
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Salvatore (Peppino) Aquila
Domenico Cianci

Adolfo Barone

Donna Pellegrin 

Salvatore Secreto   

Nicola Chiarelli
Agostino Pirito 
Salvatore Isidoro   
Vincenza Cavallaro
Lina Di Rosa
Emilia Pasculli 
Pasquale Saracino
Nenè Rao
Lina Scigliano
Luigi Spadafora 
Roberto De Candia
Mario Cavallaro
Antonio Rugiero
Giovanna, Felice, Daniela e Paola Vagliviello 
Giuseppe Ignazzi

 

Salvatore Secreto

  

  Uno scroscio improvviso di pioggia nella notte, magari accompagnato da qualche folata di vento, a una persona normale non dice niente, non suggerisce niente  per cui si gira tranquillamente dall’altra parte e riprende a dormire.  Se la persona è un pochino acculturata, al massimo si ripete mentalmente il famoso verso del Libro 1, Elegia 1 di Tibullo “Quam juvat immites ventos audire cubantem” prima di rimettersi anch’egli a dormire invogliata  dalla considerazione del poeta del I secolo avanti Cristo. Questi i comuni mortali; poi c’è il mio amico Rino Girimonte, un poeta che come tutti i poeti vede ciò che noi non vediamo, sente quello che noi non sentiamo, respira dove noi rischieremmo l’asfissia mentale  e che, svegliato dalla pioggia, invece di infastidirsi,  si mette a giocare con le parole in una sorta di affascinante prestidigitazione  e crea un capolavoro o meglio lo partorisce perché il capolavoro è dentro di lui, è la sua anima, il suo cuore, la sua mente, la sua straordinaria  sensibilità.  Provate per qualche istante a mettere la vostra vita  a riposo, gli affanni in soffitta, lo stress in un buio ripostiglio e godetevi questi straordinari versi che seguono. Capirete allora cos’è “Una profonda pausa di non vita, di calma, di tregua delle umane cose, appese per un momento a un arbitrio che all'uomo ancora sfugge mentre le gocce “cadono con la monotonia di un metronomo”, e proverete anche voi quei piaceri minimi  ches'apron varco a punta di piedi” mentre si è “avvolti in un lenzuolo di silenzi  mentre "il paese si fa padrone di se stesso" e gusterete appieno la straordinaria ottimistica bellezza della metafora che chiude questo capolavoro di poesia.
   Ho sempre pensato che davvero poche son le cose belle per le quali la vita vale la pena di essere vissuta: l’amore, il sesso, il buon cibo, il cielo, il mare, i fiori,  i colori, i profumi e il lirismo del mio amico Rino, questo Keith Jarrett della parola, questo Art Tatum della metafora poetica. Grazie amico di questa graditissima  possibilità  di godere della tua arte che mi dai spesso. Sapessi quanto mia iuta a vivere!

Pioggia d'estate

Dal davanzale del cielo, a
singhiozzi dirompenti, scrosci
instancabili a bagnar i tetti
e le ore tutte,
 a imparar minuti e gli istanti
che verranno
in un anticipo  di settembre
 prematuro.

Chissá il tempo, d'ora in avanti,
 sará pioggia o non sará.....
Serpenteggiano i rivoli d'acqua
 per le ripide viuzze,
spariscono
 come lacrime inconsolabili
 sotto le "vinelle",
 come a voler cercare,
perfino loro, riparo
da se stesse.

Scansano la vita, le gocce,
 la spingono in un angolo,
in apnea,
i passi dell'uomo assenti,
 le voci s'aggruppano
sotto l'ombrello comodo della stanza,
il paese si fa padrone di se stesso,
 in attesa che la fiumara passi
a lucido le pietre e porti via
le allergie e anche i dolori.

 Una profonda pausa di non vita,
di calma, di tregua delle umane cose,
appese per un momento
a un arbitrio che all'uomo ancora sfugge.
 Tutto tace in un rumore costante,
sotto i colpi che cadono,
 con la monotonia di un metronomo,
sulle tegole e la valle,
sugli alberi
e la stanchezza dell'estate.

 I piaceri minimi
s'apron varco a punta di piedi e,
 avvolto in un lenzuolo di silenzi,
porgo il sentire verso la finestra.

I vetri resistono
all'abbaiare delle nuvole,
le note del concerto di Jarrett cadono
 su di me come perle preziose,
come le carezze piú ardite,
 sento il grido di una gatta
 mendicando
una porzione di calore.

Lassú piú in alto i
l giustiziere in agguato,
con le sue lingue di fuoco preparate
per cadere a mannaia sulla terra
 e bruciare il frumento
e le schiene curve
 e lasciar nudi questi miei versi.

Forse domani......
Forse questa notte
ha giá consunto il suo abito triste
ed il piú scuro ed io ho soltanto
 voglia di non sentirmi solo.

   Ho cercato più volte di commentare le opere del mio amico Rino Girimonte (Salvatore Secreto), ma ogni volta ho temuto di sciuparle. La poesie, i brani di questo genio caccurese vanno solo letti, goduti e interiorizzati nel mentre se ne gusta la grandezza poetica.

 

    L'amico Salvatore mi ha inviato il testo sotto queste mie brevi note senza un titolo per cui mi sono preso la licenza, sperando non non far torto all'autore, di inventarmene uno io. Spesso mi capita di discutere con amici sulla differenza tra poesia e prosa. Per molti miei amici la poesia è una forma d'arte che fa perno principalmente sul verso che rispetta determinati schemi metrici, cosa che non è richiesta per la prosa. Ovviamente la poesia, oltre che versi, metrica e musicalità deve anche saper trasmettere stati d'animo, sensazioni, emozioni. Io, invece, sono molto meno tradizionalista e, forse sbagliando, non mi impicco al verso e alla metrica perché penso che si possa fare poesia, buona poesia, anche adoperando la prosa. Credo che Salvatore con questo componimento ce ne dia una convincente prova. Per questo ho voluto intitolarla "Poesia."
                         
Peppino Marino                                         
 

Carissimi, un piccolo omaggio alla grandezza del PREMIO CACCURI



Il verso che prolunga una carezza

è l'unghia che s'appiglia tra i capelli,
è lacrima che scava sulla guancia,
il pigiama che protegge i miei sogni.

Mai sapremo chi fu il primo a forgiarli,
imprigionarli in rima per tenerli stretti,
scioglierli in colori su tappeti d'oriente,
salirci in groppa per attraversar le notti.

Ne faccio trecce, collane di ciliege,
coltelli affilati per tagliare il pane,
ne faccio dono a chi li vuol sentire,
miei piú non sono fuor dalla mia prigione.

Li vedo negl'istanti accelerati 
di mondi impazziti,
nello specchio d'acqua zampillan come pesci,
stanno dietro le gesta e gli archetipi, 
briciole di sabbia nei deserti.

Mai sapremo chi fu il primo
a dire una preghiera
quando erano ancor giovani le stagioni,
a parlar con dio senza saperne il nome,
a sentir pietà vera per le sue pene.

Mai sapremo il peso di tutte le parole,
le sillabe fuggevoli che sfogliano un tramonto,
le grammatiche segrete
del libro delle fate,
il rebus dispettoso che occulta un labirinto.

Feriscono, s'accucciano, si tacciono,
sussurrano, perdonano, ci scappano, 
ammaliano, si spengono, alzan la voce,
un'occasione per la guerra, 
una minaccia per la pace.

Al principio fu il verbo
ed io ne ho il sacco pieno,
per uno che ne spendo,
cento son che rubo.

Per ogni sospiro
ne raccolgo una vendemmia,
per ogni dubbio
le note di una strenna.

L'ossatura immensa della biblioteca umana 
é vino, miele dolce, pugnale che trafigge,

tesori sempre esposti 
al saccheggio e all'insulto,
metafore d'acqua limpida che scorron d'ogni fonte.

Prostituita in serie,
in gocce omeopatiche,
veleno curativo
che entra nelle vene,
chiodi e moschettoni per scalar montagne,
gerani colorati sulle mie finestre,
babeli insanguinate, torri di cartone,
la parola resta illesa a tutte le tempeste
e mai sapremo chi ne sancirà la fine.

 

Non so piú niente delle tue mani

Non so piú niente delle tue mani,
se le porti ancora al volto
come finestra che si chiude al mondo,
allenate e svelte per gli addii.

  Nulla so dei  tuoi occhi,
spicchi di luce,
cecchini appostati,
sporgenze di speranza su tutte le mie notti.

 Del tuo respiro ho smarrito le orme,
la scala in discesa, stretta,
la corrente
che portava alle tue labbra,
per la mia sete hanno asciugato ogni fonte.

 Ho scelto chiavi che suonavan false
e in ogni stanza giacciono sudori,
molliche sparse,
storie di dolori, respiri, un abbaglio,
carezze rotte.

 Per questi pendii, resti di naufragi,
smottamenti progressivi, certezze,
anatemi, sortilegi,
le urla archiviate,
le parole non dette.

 Nascosti, a valle, a deviare il destino,
intralci di pensiero,
un corteo d’ansie incarognite,
i sublimi versi del vate.

 Ed io a contar lacrime,
quelle non ancor piante,
nell’anima incrostate,
retaggi di storie vere e, seppur antiche,
forse giá spente.

 “Il tempo dirá” se ho detto il vero,
se ho spicciato i miei affanni
o son restato al buio, in bilico,
appeso agli abissi.

 Il tempo é muto
nel suo frastuono, assente,
il tempo non ha fretta, non ha futuro,
é l’esattore che ogni attimo ci prende
con artigli di aquila,
poi……poi la notte scende.

                                                                               Poesia

Vorrei avere il tempo di non invecchiare e vedere invecchiare questo tempo, vederlo passare come passa una nuvola, come cade una foglia, spingerlo sull’altalena dei respiri, spiarlo quando torna indietro per raccontarmi il destino, i sorrisi persi, le carezze non date, quelle che rimangono appiccicate alle mani , quando é piú difficile il perdono. Seguirlo sulla scia del vento, contro la luce del mattino, sulle ali di carta del mio unico aquilone. Ed io gli davo corda finché si spezzava come il mio cuore e saltavo, saltavo per salirgli in groppa e farlo tornare a terra, ma era giá troppo lontano, molto piú vicino al cielo.
Vorrei un giorno farti dono del piacere, pronunciando soltanto parole, messaggi di fumo, echi che rimbalzino sulla parete dei sensi, parole sdrucciole ficcate nella fierezza acuta dei tuoi seni. Come api impazzite far scivolare il miele lungo i pendii scoscesi dei tuoi affanni, sulle curve sinuose dei tuoi fianchi. Aromi sconosciuti che fanno tremare i ricordi, che chiedono una tregua al dolore o cercano soltanto un focolaio acceso.
Una frase che ti avvolga, una metafora che ti accarezzi, un aggettivo sussurrato, un sostantivo penetrante che scuota il tuo silenzio, un avverbio che ti stupisca, puntini che sospendano il fiato, parentesi che schiudano il paradiso ed imbriglino i sogni, un verbo che conduca al pianto, un’iperbole che ti regali un sorriso, esclamazioni di passione e di desiderio, due punti di andata e ritorno nella dialettica oscillante di due corpi nudi nell’amore.
La grammatica degli affetti, l’alfabeto dell’orgasmo. Una donna, un uomo: punti interrogativi nell’universo.........

 

Il tempo

Il tempo é la sequenza con cui le gocce della vita, come una flebo, schiaffeggiano le tue vene. Il tempo é la corda che ci serve per arrrivare ad abbracciare la nostra stella prima che si spegni, é il cappio in cui infiliamo le nostre speranze, i nostri desideri sempre rinviati, schiacciati dal realismo che affoga i sogni, vanificati, perché, a ben cercare, sempre si trovano altre prioritá nelle lunghe notti, quando stenta ad arrivare l’aurora. Il tempo é una puttana, si concede a tutti, ma il servizio ha il suo prezzo. S’offre in prestito come  fosse un ostaggio e poi ti chiede il conto senza muoversi dal suo nascondiglio. Non paga mai il riscatto. Il tempo é l’almanacco dei ricordi, gli scaffali della memoria. Li apri e ritrovi le fossette della tenerezza sulle guance e le rughe negli sguardi. Alla fine solo esiste il presente. Il passato é una boccia di bigliardo che fa carambole, traiettorie strane che possiamo ancora seguire, ma una buca nera é il suo destino. É l’eco dei passi che si allontanano, girano l’angolo e poi…… niente piú. Il futuro, nell'annuncio giá sconta la sua data di caducitá. Avete capito perfettamente: CARPE DIEM. In fondo la vita é un corteo di solitudini e, i giorni vissuti, sono le foglie che cadono, coperte ingiallite per funghi e formiche, alimento per altre creature. Non c’é nessun orologio, neanche stando fermo, che riesca a indicare l’eternitá.

 

                                                                             Emozioni

Le profezie piú azzeccate sono quelle del giorno dopo, ma questa volta lo avevo detto. E carta canta: É UNA STUPIDA PIOGGIA SENZA UNO STRACCIO DI ARCOBALENO......Alla fiera della muffa tutti i mercanti sono mummie. Mutanti, mutandati, transumanti, impegnati a sfoggiare miserie e nullitá, occupando le nostre vite e un paese che s'accende e si spegne. Vampate di dignitá, lacrime amare, giorni di speranze, lunghe notti dell'orrore, parole che sono insulti, insulti di parole. Tacere, forse, tacere, non so. Non stare, assentarsi, lasciarli soli, nel delirio, non dare sponda, non rispondere piú fino a ritrovare un senso, un linguaggio con il quale tornare a dire piccole veritá. Ed allora alzarci e gridare che é possibile un altro mondo, dove il tramonto che guardiamo insieme, ci appartiene. É, per entrambi, il sole che scende e non il giorno che muore, anche se poi ognuno declina a suo modo il catalogo delle sue emozioni. Che é possibile camminare sul selciato, mano nella mano, regalando petali di sorrisi e idee come pugni, canzoni stonate e scale armoniche che accompagnino relazioni nuove, fuori da questa pazzia collettiva. Io non ho le chiavi per uscire da questo manicomio e forse l'unica rivolta é accellerare la malattia. ".....Tu chiamale, se vuoi, emozioni....."

 

                                                                                                           IF
                                                                                
PER UNA POSSIBILE VIA DI FUGA
                                                                                         
di Salvatore Secreto

Ho più volte definito con convinzione Salvatore un intellettuale e, ogni volta che leggo un suo nuovo scritto questo mio convincimento ne esce rafforzato. L'intellettuale non è un persona istruita, una persona colta o, meglio, non è soltanto una persona istruita e colta, ma è soprattutto un uomo che conosce il mondo con le sue storture, la società con  i suoi vizi, i suoi difetti, le sue meschinità, ma anche la sua grandezza, la capacità di rinnovarsi, se solo lo volesse, le sue ingiustizie, ma, contemporaneamente, il suo anelito di giustizia. L'intellettuale è un uomo che ci presta i suoi occhi per farci conoscere meglio il mondo, il suo presente, ma anche un suo possibile futuro, la cruda realtà e i sogni, alcuni dei quali a volte si avverano o, quanto meno ci aiutano a sopravvivere. Ecco, qui sento il bisogno di ringraziare Salvatore ogni volta che mi presta i suoi meravigliosi occhi.
                                           Peppino Marino

SE chi ha pagato tutte le crisi passate e presenti, di questo e dell’altro mondo, non ce la fa più e decide perfino di farla finita;
SE non sappiamo più dove lasciarci cadere morti;
SE c’é chi non ha mai pagato nulla e non ha mai avuto bisogno di chiedere un mutuo;
SE loro non sanno in quale delle loro ville andare a riposare;
Se c´é chi dorme su un materasso di denari e chi dorme per terra;
Se bussano alla nostra porta ed abbiamo paura di aprire perché aprire vuol dire lasciare aperto un varco alla povertà che dilaga e ci fa paura;
SE ci hanno convinto che la guerra é fra chi non ha nulla e chi ha qualcosa ancora da mettere sulla tavola;
Se lavoriamo per pagare le tasse invece di pagare le tasse per vivere un pò meglio;
SE versarsi addosso della benzina comincia a diventare proibitivo oltre che orribile;
SE il cielo é sempre più scuro ed alle nubi possiamo toccare il culo;
SE il compito della politica, il dovere dei Governi é fare buone leggi che rendano possibile e più semplice la vita e  la felicità della gente;
SE il 20% possiede tutto e l’80% quasi niente;
SE la dignità non é un pezzo di pane;
SE senza un pezzo di pane é molto complicata una vita degna d’essere vissuta;
SE il rito della rappresentazione democratica si manifesta attraverso il voto;
SE non siete capaci di fare una legge elettorale semplicemente decente, lasciando tranquilli maiali e vacche che non c’entrano niente con la vostra indecenza;
SE alle urne non ci va più nessuno per l’impossibilità di esercitare il diritto democratico di poter scegliere;
SE nonostante tutti questi professori - salvatori, questi cavalieri di tavole rotonde e quadrate, qui non ci salva nemmeno lo spirito santo, ebbene allora LASCIAMOLI SOLI.
E forse .....”é giunta l’ora che volge al desio” ed il gesto più “rivoluzionario” é preparare una via di fuga, un progetto di vita, di relazioni umane possibili, in un altro luogo, in un posto dove  ancora si può vedere come il cielo abbraccia il mare e la sera é un pentagramma di colori.
Naturalmente continua intatta in me l’ammirazione per tutti quei movimenti  che lottano per un altro mondo possibile, un mondo  in cui tutti quei SE si possano riempire di giustizia ed uguaglianza ed incoraggio i giovani a proseguire la loro lotta per un presente degno e più giusto. Anch’io ci provai e lasciai sul cammino splendide e dolorose esperienze. Ma ho giá dato e gli anni ti azzannano come un branco di lupi.
Un vecchio film di tanto tempo fa s’intitolava ironicamente e drammaticamente “La classe operaia va in paradiso”, a me han parlato di luoghi bellissimi e lontani e nascosti dietro l’angolo dei nostri sogni, sul ciglio dei desideri, di paesi dove si puó vivere degnamente con 1000 euro al mese e perfino con una misera pensione previdenziale, dove l’energia costa una manciata di centesimi ed il sole non manca mai. Sarà vero, sarà falso? Non lo so, mi piacerebbe verificarlo.
Forse questo tipo di mobilità bisognerebbe cominciare a prenderla in seria considerazione.
Si dirà: é una risposta individuale a un dramma collettivo. Può darsi, ma chissenefrega!!!!!  E poi, quale sarebbe l’alternativa? Persino Gesù ebbe qualche dubbio sulla possibilità di redenzione: ci mise tre giorni per risuscitare, non sapeva se sarebbe valsa la pena.
É una resa, ma io decido le condizioni: a voi le “armi”, a me gli spazi aperti ed un altro orizzonte ed il piacere di decifrare i paradigmi di un nuovo alfabeto, di un linguaggio in armonia con i miei desideri.
Mai nessuno é riuscito ad emendare il passato, ne credo valga la pena. Io solo vorrei un altro presente dato che avete ipotecato il futuro.
Se molti di quelli che stanno soffrendo le magnifiche sorti di questa società dell’opulenza riusciranno a mettersi in salvo( molti lo hanno già fatto) non lo faranno a cuor leggero. La colpa é tutta di uno Stato ( Italiano, Spagnolo, Greco, Portoghese, non importa) che ha rotto i patti con i suoi cittadini e non riesce a garantire le condizioni minime per poter vivere, uno Stato che ti toglie anche la voglia di continuare a farne parte. Ribellarsi é giusto e fuggire via  e non farsi trovare se non da chi noi vogliamo é un modo di ribellarsi con altri mezzi. La vita é unica ed irripetibile e lentamente si consuma. Possiamo rimanere qui nel nostro letto a sognare oppure andare a scovare i luoghi sognati e dare un altro senso al tempo che ci rimane. Non so se un giorno troverò il coraggio per fare questo passo nel vuoto. Non so se saprò assaporarne le vertigini, ma vorrei tanto vivere questa sensazione di rimanere sospeso tra il sogno e la realtà. Fuori dall’incubo

    La differenza tra un intellettuale e un uomo di normale intelligenza o, peggio ancora tra  un intellettuale e uno dei tanti peones che affollano i parlamenti di mezzo mondo consiste nel fatto che l'intellettuale non solo riesce a vedere molto più lontano, più in profondità e molto tempo prima quel che accade o accadrà nel mondo e nella società, sia nel bene che nel male (soprattutto nel male), ma sa anche spiegare con parole e concetti semplici le cose, proporre soluzioni semplici, ma  efficaci puntualmente disattese dai milioni di stolti che si lasciano abbindolare dai potenti che, sin dagli albori dell'Umanità reggono le sorti del mondo per delega degli stessi stolti come gli indios dai vetrini di Colombo. Così milioni di intelligenze, esseri pensanti, scatole craniche piene, molto spesso  di materia grigia di qualità,  anche se da come si comportano non sembrerebbe, si sono trasformati da esseri umani in smodati consumatori nella ridicola convinzione che ciò ci fa star tutti meglio. Per fortuna ci sono ancora intellettuali come Salvatore capaci di farci fermare un attimo a riflettere e di mostrarci un possibile mondo diverso e, forse probabilmente più felice. Peccato che, come sempre, ci ostiniamo a guardare il dito e non la luna. Provare, per credere, a leggere questo nuovo intervento di Salvatore. 
                          Peppino Marino

TEMPI MODERNI

Si consuma per produrre e nel modo più veloce possibile. Usare e gettare. Poi, se nella spazzatura finiscono anche pezzi della nostra vita, beh peccato. Certo non tutti consumano, ma questo é un altro discorso.
La caratteristica di un prodotto non é la sua utilità  e nemmeno  quanta vita possiede, ma la sua estetica, cioè la sua parte effimera che, nomen omen, dura poco.
Siamo passati, come direbbe Zygmunt Bauman, “dall’etica del lavoro all’estetica del consumo”, da cittadini a consumatori.
Si producono moltissime cose inutili che servono soltanto a riempire di rifiuti il nostro pianeta che, come tutti sanno e quasi tutti ignorano, é finito anche se con noi ha una pazienza infinita. Si producono cose che spesso servono soltanto a riempire gli scaffali della nostra vanità.
Dicono quei depredatori, che dirigono il mondo, che bisogna ridurre il debito che loro stessi hanno contribuito a generare. E la riduzione comincia massacrando milioni di persone che non sanno minimamente che significa edge found, derivati tossici, subprime e merda varia. Cioè la soluzione comincia non sequestrando i beni di tutti questi delinquenti freschi di manicure, ma affamando la povera gente già affamata, con le unghie sporche e nere come il futuro e a cui nessun carnevale riesce più a strappare un sorriso.
I politici banchieri ( e viceversa) hanno un solo obiettivo: salvare le banche e i loro privilegi. Il mio sogno sarebbe eliminare tutte le banche private. Con una Banca Pubblica che si dedicasse a rastrellare denaro per poi prestarlo a quelli che ne hanno bisogno, senza chiederti per questo anche l’anima, già mi riterrei rozzamente soddisfatto. Ed essendo un sogno non saprei se é “tecnicamente” possibile.
Dicono i politici d’ogni luogo, d’ogni colore: bisogna ritornare a crescere, bisogna creare occupazione. Dopo le manovre lacrime e sangue, quando avranno finito di tagliarci oltre la speranza anche le mani, per impedirci di afferrarli per il collo, vedrete che torneremo a crescere più belli e più forti che pria. Ed il bambino pantagruelico che é dentro di noi, giá si lecca i baffi. Mentono senza pietà, senza scrupoli.
Per competere con i paesi emergenti, con le economie più forti, bisogna puntare sulla qualità del prodotto e ciò é possibile, lontano dai parametri cinesi ed al netto dei vizi quasi esclusivi del nostro paese, soltanto con l’innovazione tecnologica. D’altra parte, se l’innovazione produce un aumento della produttività, provoca anche una riduzione della forza lavoro impiegata. Quindi, se produciamo di più, se l’offerta é superiore alla domanda e, contemporaneamente, diminuisce il monte salari, come é possibile assorbire tanta produzione?
É semplice: facendo crescere il debito la cui riduzione si indica come conditio sine qua non per uscire dalla crisi.
Spesso mi appisolo sul divano guardando i documentari dove appaiono gli animali di tutto il “creato”. Un giorno sognai che, sotto il calduccio di una coperta, un branco di leoni guardava la tele e commentava le gesta di alcune fiere particolarmente feroci. Strangolavano le prede pià deboli e poi si facevano il segno della croce. “ Non lo fanno poi così male”, dicevano, mentre con dolcezza leccavano i loro piccoli.
                           
Rino Girimonte (Salvatore Secreto) 

 

 

    Avrei  voluto e potuto inserire questa lettera di Salvatore nella rubrica "le vostre lettere" nella quale raccolgo le mail che mi scrivono tanti amici per ringraziarmi del lavoro fatto per questo sito o per esternami le loro impressioni. Ho preferito, invece, metterla fra le sue "cose"  poiché la ritengo uno dei suoi tanti capolavori letterari, una semplice, grande lettera nella quale il nostro amico ci spiega, in medo semplice, oserei dire pudico,  ma nel contempo esauriente e  meraviglioso, la sua poetica, la corretta esegesi dei suoi scritti. E nel far ciò finisce, ancora una volta, inevitabilmente, essendo questa la natura dell'uomo, la linfa che alimenta il suo essere, il sangue che scorre nelle sue vene e nella sua carne, per far nuova poesia. Provare  per credere a leggere,  con attenzione e con la mente libera dalle angosce e dalle miserie quotidiane dell'esistenza,  questo periodo: "Non mi succede mai di dire: domani mi alzo e scrivo un verso. Accade sempre che un colore, un odore, un ricordo, brandelli d’un sogno, le sequenze della solitudine, lo scricchiolio di un mobile nella notte che sembra voler fare due passi per sgranchire le ossa, la goccia del rubinetto che cade come un singhiozzo permanente, cioè qualsiasi cosa può partorire una vendemmia d’uva dolce."
    
Non oso ancora rubare altro tempo al lettore o abusare della sua pazienza e lo lascio a godere di questa preziosa perla meritevole di figurare in ben altro e autorevole scrigno. 
                                         
Peppino Marino
                                                   

                           Compañero, ti mando questi spunti o "spuntature"

  Carissimo Peppino, prendo spunto dai tuoi sempre squisiti e lusinghieri commenti ai miei “pruriti” letterari, per spiegare e spiegarmi come nasce questo bisogno di dare alla luce quelle piccole “creature” che si agitano dentro di noi. Per spiegare e spiegarmi ( verbo pedagogicamente presuntuoso) l’assenza di un racconto precostituito, l’inconsapevolezza di un progetto e di una “tecnica dei sentimenti”. Non mi succede mai di dire: domani mi alzo e scrivo un verso. Accade sempre che un colore, un odore, un ricordo, brandelli d’un sogno, le sequenze della solitudine, lo scricchiolio di un mobile nella notte che sembra voler fare due passi per sgranchire le ossa, la goccia del rubinetto che cade come un singhiozzo permanente, cioè qualsiasi cosa può partorire una vendemmia d’uva dolce. O amara. Naturalmente la chitarra deve almeno avere qualche corda per poter vibrare.
   Non c’é mai un’idea, un concetto all’origine di un verso, ma sono i versi che, come ballerini, compongono e scompongono figure, immagini, arabeschi. Ed ognuno, secondo i  filtri culturali ed esistenziali, interpreta a suo piacimento, per riempire i propri vuoti a perdere o, semplicemente, per regalarsi un’emozione.
Nel cuore, nell’anima, s’aggrovigliano le parole che, come perle di sudore, scivolano dalla nostra fronte fino al fiume e, di li, verso il mare dei sentimenti e delle emozioni
Poi si perdono nel nulla ma quell’attimo, che ci riconcilia con la bellezza, già ci appartiene. Volendo e vincendo le nostre pigrizie, sempre possiamo riscattarle dai fondali profondi dell’indifferenza.
   Il senso, la simbologia, l’enigmistica metaforica, é una ricerca che faccio, quando la faccio, sempre a posteriore. Viene dopo aver goduto della musicalità, del ritmo.
   Quando mi chiedono di spiegare un strofa,  spesso non so che dire e mi rifugio nella musica. Ecco, la musica. Una strofa di quattro versi deve suonare come un giro armonico composto di quattro accordi.
   É come una danza indiana. I movimenti del corpo, la sonorità, auspicano il compiersi di una magia, l’avverarsi di un auspicio ma, alla fine, é lo svolgimento del rito stesso che nasconde il sapore degl’ingredienti magici, il benessere di una catarsi. Anche perché é difficile pensare, almeno per noi, che picchiare su un tamburo possa provocare una “commozione fra le nuvole”. Come diceva De Gregori, “...E non c’é niente da capire...”
   La poesia é un po' come l’utopia, una splendida signora che sembra stia lì, sulla linea dell’orizzonte ed ogni tanto alza un braccio per indicarci la direzione, il senso di marcia, ma più ci avviciniamo, più lei s’allontana, più la cerchiamo e meno la troviamo. Ed allora, “a cosa serve l’utopia”, domandò uno studente ad un famoso scrittore. “ Non serve a niente, però ci aiuta a camminare”, rispose.
   Nel momento preciso in cui evadono dalla prigione nella quale le teniamo rinchiuse, le parole già non ci appartengono, s’offrono come prostitute generose, gratis a tutti i clienti. E, per chi le scrive, non c’é maggior piacere che scoprirne di nuove, metterle in fila o alla rinfusa con la speranza che riescano ad avvicinarmi alla mia stella, per abbracciarla prima ancora che si spenga. Ossia: non c’é proprio niente da capire, soprattutto se sono io il maestro che deve spiegare e soprattutto perché ognuno é ammiraglio della propria nave.

                   
    
Con questo bellissimo componimento che consiglio di leggere e rileggere on molta attenzione per goderne appieno la bellezza  Salvatore vinse, due anni fa, un concorso letterario. Il lirismo del nostro amico poeta è il filo conduttore di tutte le sue opere, ma in alcuni versi, come quelli della strofa 

Il corpo  gode, geme, suda ed implora,
la sua luce é una stella che s’allontana
ed un suicidio di cellule m’avvicina
alle soglie del crepuscolo che mi sfiora.

tocca, a mio avviso, vette altissime. 
                          Peppino Marino

                Le parole scemano nel tempo

Le parole scemano nel tempo,
ed io, chiuso qui, in questa stanza,
giocai con l’amore e la speranza:
acqua fresca che disseta il mio sgomento.

  Tornerò quando s’acquieterà lo scempio,
nel fuoco delle idee nascosi il mio silenzio,
cornacchie di schiuma agonizzano all’orizzonte,
le vene corrono in cerca del loro sangue.

  Uomini che vivete mascherati,
nelle pieghe della memoria, sui selciati,
nelle visceri del mondo, nei solai,
nelle pagine dei libri, negli addii:
umani sono i sogni lacerati,
amare le storie dei battuti.

Nella notte gelida la mia chitarra piange,
accordi fragili che cadono dalle dita,
come il ronzio d’un lamento distante,
come un sorriso che nasce senza vita.

 Il corpo  gode, geme, suda ed implora,
la sua luce é una stella che s’allontana
ed un suicidio di cellule m’avvicina
alle soglie del crepuscolo che mi sfiora.

  Fichi d’india abbracciati nelle cunette,
come catena di mani che lambisce
tutti i naufraghi fuggiti nella notte:
la speranza é una lucciola che resiste.

Volli leggere il libro dell’Universo
sotto il cielo del diritto, nella terra del rovescio:
Non ho più nulla da chiedere se non il perdono
alle persone amate, a quelle offese invano,
ai giorni che non ti ho avuta,
per la mia vita esagerata,
ai viaggi senza ritorno che allontanano il traguardo
e non c’é più, sull’altra sponda, neanche più il ricordo.

  Terminar non so questo poema,
chi leggerà ormai i miei stupidi versi?
L’inchiostro più non tinge, é già finito;
ma se rettificar potessi la mia storia
non saprei se viverla d’un solo fiato
o assaporarla a piccoli sorsi.

Ma come posso rinunciare alle tue labbra,
a quei viaggi insieme, fino all’alba,
alla sequenza di baci, la luce del tuo sorriso,
ai tuoi piedi freddi, gl’istanti di paradiso,
la lingua di fuoco, il piacere, il pianto,
pioggia di primavera per il mio tormento?

  Come posso fare a meno del mistero, dell’aroma del fieno nel granaio,
dei palpiti di una nuova era, del pane che cuoce il fornaio,
dei giorni che trascorrono come una danza,
del vortice di passione che m’incatena?

Chissà terminar non voglio questo poema
e le parole son colombe di breve vita
che scivolano come gocce sulla tua finestra
aperta ogni notte per l’incontro.

Il mio sogno é sparire nei tuoi occhi,
e,  quando la luna scenderà tra gli ulivi
e le palpebre saran cariche di stanchezza,
canterò una canzone, vita mia,
e morirò una volta ancora fra le tue braccia.

 

 

   Salvatore Secreto ci ha inviato delle pregevoli riflessioni su alcuni dei problemi più gravi che affliggono l'Umanità che arricchiscono noi stessi per primi, poi anche questo sito. Salvatore sa farci riflettere sulle cose e sugli uomini usando un'arma molto efficace: la poesia, un'arma capace di radere al suolo anche il più inespugnabile fortino dell'indifferenza e dell'egoismo. 

                                                        
LE DUE SPONDE DELLA SPERANZA

Quando il mare si spezza e si fa onda, nel Mediterraneo, come in un cimitero liquido, si celebrano esequie collettive e, in questa eclisse salata, ogni naufrago s’afferra al suo scoglio, s’abbraccia ad una sirena di speranza, mentre i pesci portano in bocca un fiore di pietà.

Il sole della libertà sembra svegliare i popoli dell’altra sponda e i dittatori fuggono con la cassa piena di denaro ed infamia. La geografia della paura, la fragilità dei nostri tempi fragili, scrivono un racconto che sfugge alla realtà virtuale alla quale siamo sottomessi. Gli occhi spiano le nubi cariche di cenere radioattiva, 50 samurai lottano per placare la bestia nucleare, il popolo d’oriente c’insegna la disciplina del pianto, la dignità di fronte al diluvio universale, mentre gli altri, pazientemente, cerchiamo la radice quadrata dei venti, l’incognita di questa equazione, la variabile indipendente della natura con la sua bellezza e la sua potenza distruttrice. Per contare i morti non sono sufficienti le dita della mano e la più poderosa tecnologia non é riuscita a scongiurarli.

Il numero 11 sta meritandosi un luogo privilegiato in questo calendario del dolore e, mentre abbiamo ancora nelle orecchie e nel cuore l’eco del tremore, che rimbalza di parete in parete, piango i morti dell’ultimo terremoto di Lorca. Dalle case più umili alle chiese che custodiscono la solennità del mistero, dalle scuole con i loro saperi ai focolai con i loro sapori, torneranno a rivivere. Con l’aiuto del suolo, la solidarietà delle persone buone, torneranno ad alzarsi. Con criteri di massima sicurezza che, disgraziatamente, chi é preposto spesso dimentica in beneficio del massimo profitto, riprenderà la vita, tragicamente interrotta. Quando tutto é ancora macerie, rivendico la bellezza di questi luoghi e la necessità di amministrarli con onestà e passione, con saggezza e amore, perché é qui dove vivono i nostri sogni, perché é qui dove abbiamo la speranza d’essere felici, perché é qui dove cresceranno i nostri figli.

Eppur si muove, diceva Galileo, e altri tremori si manifestano nelle piazze della Spagna, nelle città italiane, nei cieli d’Africa, nelle periferie latinoamericane. Il tam tam cresce nella rete, la comunicazione circola nelle vene di un sistema che non da risposte e non permette domande. Le nuove generazioni stanno rimanendo senza pagine su cui scrivere, non hanno più inchiostro per la loro calligrafia, non hanno nulla da perdere ed a nulla vogliono rinunciare. Sono stanchi di aspettare il futuro e verso il futuro vanno correndo. Nessuno può interpretare questa voce collettiva ed é per questo che cantano la loro canzone. Dicono : “SE VOI C’IMPEDITE DI SOGNARE, NOI NON VI FAREMO PIU' DORMIRE”.


                                
Note sparse 

Fino a qualche tempo fa pensavo che, in guerra come in amore, era conveniente essere, almeno, in due. Dopo una breve riflessione durata, più o meno, quanto la mia vita, ho capito che, forse, non sarebbe del tutto sbagliato avere un po' d’amor proprio.
Allora, una volta compreso che non sono un’anima pura, ho cominciato a dubitare del sesso degli angeli. Un percorso per ripidi e splendidi pendii che mi hanno condotto dall’isola dell’ideologia all’arcipelago delle idee, a cercare empaticamente di capire le ragioni dell’altro, a interrogarmi se il peso ed il luogo che occupo nel precario equilibrio della biosfera  riveste piú importanza di un verme rosso della California.
Ho cercato, sto cercando ancora, di capire se sto facendo qualcosa di cui mio figlio, in seguito, dovrà vergognarsi. Davvero difficile da capire, in questo cortocircuito della comunicazione nel quale siamo tutti intrappolati. Ma vorrei guardarlo negli occhi e leggere il suo futuro non in termini di PIL, ma con altri parametri, altri indicatori, che tengano conto della sua felicità, del suo benessere e non del suo “bentenere”. Ecco, il PIL, questo taumaturgo che misura tutto, tranne ciò che rende la vita meritevole d’essere vissuta. Questo PIL, come diceva Robert Kennedy, che non ha spazio nella sua contabilità per la salute dei nostri figli, la qualità della loro educazione, la gioia dei loro giochi, la bellezza della nostra poesia.
Sto cercando, perché già ho capito, di adattare la mia esistenza in armonia con una legge fondamentale della fisica, quella legge  cioè che ci dice che  non é possibile una crescita illimitata in un sistema finito.
E che da questo treno, un giorno, tutti scenderemo senza aver avuto il coraggio di chiederci se l’odio, l’invidia, la violenza, l’intolleranza, il non rispetto, la sopraffazione, lo sfruttamento, l’ingiustizia, erano davvero così inevitabili e quanto ha giocato la mia indifferenza nella loro affermazione e cittadinanza.
Abbiamo concesso molto, troppo al peggio di noi stessi, essendo capaci anche del meglio. Come é possibile che di fronte alle brutte cose solo siamo in grado di dire che nell’orto del vicino ce ne sono ancora di peggio? La tua verità e la mia non verità vengono contabilizzate entrambe, ed entrambe contribuiscono  a formare il bilancio dell’esistenza.
Ma é difficile ragionare. E poi Roma é pur nata da un omicidio!!!
Non vi sono regole compartite, basiche per cui é impossibile una convivenza fatta di comprensione, di compassione, di differenza sulle idee ma nel rispetto della persona.
No, bisogna vincere, l’imperativo categorico é annientare il “nemico” in una guerra reciproca, questa si, con la par condicio, dove se uno dice: piove, l’altro risponde: c’é il sole e, nessuno dei due si gode la bellezza della pioggia, la luminosità del sole. Troppo occupati a guerreggiare fra di loro, senza capire che può piovere anche quando c’é il sole. L’indipendenza , certo relativa, delle idee, l’indipendenza dall’ideologia, certo sarebbe bello!!
E se uno dei “miei” é un mascalzone, non spulcio nelle file “nemiche” in cerca di un altro mascalzone per autoassolvermi e cosí, en passant, cementificare la coscienza.
Entrambi, in ogni caso, abbiamo un problema. A entrambi conviene liberarci dei due mascalzoni, perché 1+ 1 non é = a zero.
Possiamo continuare a correre in questa pazza pornografia della fretta, possiamo continuare a non  sentire le grida che la natura c’invia, possiamo mantenere il battito del nostro cuore in disarmonia con la nostra terra, possiamo far finta che la profondità dell’insulto, dell’aggressione all’equilibrio sottile del pianeta é un costo inevitabile al “progresso” dell’umanità, oppure possiamo provare a far qualcosa per impedire tutto questo. E non sono vagiti di una sibilla. Migliaia di scienziati di tutto il mondo ci stanno avvisando da tanto tempo, ma non ascoltiamo.
Dicono che i dinosauri, 65 milioni d’anni fa, si estinsero per l’impatto d’un asteroide sulla terra. Qualcuno insinua che,  comunque, erano predestinati all’estinzione perché non si accarezzavano a sufficienza.
   E noi, miseri bipedi, altro che carezze! Stiamo lasciando sul nostro pianeta un’impronta ecologica indelebile.
Siamo tutti presi dalle nostre piccole battaglie, pubbliche e private, siamo tutti affascinati dalla cetra che suona Nerone mentre sta bruciando Roma.
  E adesso, si dirà: Ma questo qua, mo’ che vuole? Che si é perso? Dove vuole andare a parare con questa specie di semone? Con chi ce l’ha?
Ecco, tranquilli, non ce l’ho con nessuno. A volte uno scrive solo perché ne ha bisogno. É come una terapia. E se, sgranando questo rosario confuso, leggendo queste parole almeno uno, uno soltanto di voi sente che non sono dirette contro qualcuno ma, al contrario, cercano di intercettare la sensibilità di qualcuno, allora sarò contento di averle pensate e scritte.

 

NAVIGARE 

Ho strappato le foglie all’albero del tempo
per contare le assenze, i dolori del mondo,
scommettendo sul nero quando vinceva il bianco,
dribblando il destino per continuar giocando,
quando fuori il sol brillava e, dentro, solo il vento
sfogliava il mio sorriso, asciugava il pianto.

 Ho contato le onde per arrivare al porto,
non mancava nessuna, eran tutte al suo posto,
ed ogni sirena scivolava leggera come un concerto,
ogni naufrago cercava il suo scoglio a cuor sgomento,
ed un cielo capriccioso guardava con dispetto
le labbra di schiuma nel mare aperto.

 Mi affacciai sul fiume e fu un istante:
le parole nell’acqua scorrevano lente,
le vedevo passare sotto il ponte
bagnate, vuote, inutili, spente
come mosche fastidiose sotto un sole cocente,
come salmoni impazziti risalendo la corrente.

 Ho visto un raggio di sole ed erano i tuoi occhi,
sorgenti di lacrime, fra le cime, nel vuoto, persi
tra il labirinto del buio, la troppa luce dei deserti
un soffio di primavera che un giorno perdetti,
e quando l’ansia fiorisce esco fuori a cercarti
nella profonditá dei sogni, negli occhi degli altri.

Ho vissuto i miei giorni come un soffio, un sospiro,
graffiando con le unghie le veritá ed il mistero,
cercando di vendere i miei affanni, il mio credo,
brandelli d’umanitá, uno straccio di pensiero
progetti d’ altri mondi, senza confini, che io ignoro,
desideri, bisogni, sussulti di decoro.

 

In occasione della presentazione del romanzo "Il due di bastone" di Olimpio Talarico, Salvatore Secreto ha scritto:

Il viaggio più lungo

Il viaggio più lungo, così come la più intima e breve avventura, comincia sempre con un piccolo passo. E mi riempie di gioia accompagnarti, caro Olimpio, in questo tuo battesimo letterario, in un’epoca in cui il senso delle parole, le verità che narrano, la luce che proiettano sopportano a volte, con tutta evidenza, l’indecenza e l’indegnità di chi queste verità racconta.
É un momento di gioia perché, nonostante le diaspore, le migrazioni, gli esili dell’anima, ci sentiamo di questa terra e, quando uno di noi ci regala un motivo per sentirci orgogliosi di essere caccuresi, ebbene io lo celebro e ne gioisco.
La memoria é un treno che ritorna, che scorre lungo ogni sua  stazione, che sfiora ogni tua stagione. Un pentagramma di aromi e ricordi che scivolano via  sul binario del tempo.
Ma ancor prima ci sono i fatti, l’esperienza, ed é un fatto, una fortuna per me aver incrociato, fin da bambino, una persona dolce e tenera come tua madre, la mia cara, giovane maestra che, in pochissimo tempo riuscì a trasmettermi molto di più dei primi rudimenti della conoscenza.
Ricordi antichi che si alimentano ad ogni nuovo incontro. E per lei, tenerti qui, in questa circostanza é, ne sono certo, la più dolce ed efficace delle medicine, quelle che curano nel più profondo dell’animo, quelle che danno una ragion d’essere a una madre: l’orgoglio per il proprio figlio.
Mi sento lusingato, caro Olimpio, di meritare la tua amicizia. Non t’inganno, non ho avuto il tempo materiale di leggere il tuo lavoro, ma mi fido del tuo sguardo, del tuo sorriso. Se solo una piccolissima parte della tua straripante umanità sarai riuscito a far scorrere in queste pagine, il tuo sforzo sarà ricompensato, ne sarà valsa la pena. Ed io te lo auguro.
Siamo qui per levare l’ancora e soffiare sulle vele. Tu già sai che le tue parole sono colombe di breve vita, già non ti appartengono, sono già in balia di pirati e bucanieri, sono sostanza per i pesci e pescatori solitari. Ma le  parole anche ci sopravvivono e, comunque, il naufragio é una tappa ineluttabile nell’orizzonte di ogni esistenza. Ti faccio i miei più sinceri ed affettuosi auguri e ti prometto che rispetto al tuo prossimo libro sarò molto più critico e severo. E, soprattutto, lo leggerò prima.

 

 

Ancora una grande poesia del grande Salvatore, un poeta vero, capace di toccare le corde più sensibili dell'animo umano, un uomo  che ha sempre qualcosa da insegnarci, che sa commuoverci, affascinarci, ma, soprattutto farci pensare, riflettere ed apprezzare la nostra esistenza.
Grazie, Salvatore, grazie di cuore.
Peppino Marino

                IL CAMMINO

 Lo sanno tutti, non serve l’indovino:
Il cammino diritto non é uguale al retto cammino.
Il cammino contorto non é un vicolo cieco,
é uno spazio aperto, con uscite generose,
curve sinuose, salite, discese,
verso l’azzurro del cielo,
la profondità dell’incerto;

 Una bussola d’incognite,
una rotta con tante soste,
per riposare, prendere il te con limone e paste,
specchiare il sorriso con il verde dei tuoi occhi,
mangiare una mela, mordere un seno,
scivolarti dentro,  leggero come il veleno.

 Senza fretta, lascerò passare tutti all’incrocio
perché il mio tempo é mio, non é vuoto,
e passerò quando un soffio scuoterà la neve,
quando il gallo annuncerà il sole.

Perché la terra, voi lo vedete,
non smette di girare
e gira anche la Primavera,
il destino e la nostra storia.

 Per quelli che non hanno nulla,
perseguiti dalle ombre, la rogna, la guerra,
per quelli a cui ogni diritto é negato
e se pur bisogna andare, cammineran a ritroso,
con il viso sporco, il cappello vuoto.

E vagano derisi verso il ritorno
come rondini inseguite dall’inverno,
con le scarpe sulle spalle,
ed il giorno che si spegne.

 Per quelli che gridano per gli altri
con le parole dell’inganno, per ingannarti,
per quelli che odiano dentro fino ad odiare se stessi,
per gl’inginocchiati, i supini, gl’indecisi,
per quelli il cui pensiero é un impaccio
e la libertá un dolce indigesto.

 Per quelli che hanno tutto e tutto non é niente,
cacciatori di quaglie, di sorrisi della gente,
con l’anima in forziere
e i conti sempre da fare,
con segreti che sussurrano
e sussurri che minacciano.

Anche per voi la ruota gira
e, senza né pena né gloria,
l’eterno si contraddice:
una lacrima, una preghiera e una croce.

E già, se la pena durasse un istante e il finale fosse un miracolo,
non mi sarei perso su questo cammino,
né accelerato senza pudore,
con i polmoni al limite,
i vuoti a perdere
e la fantasia a spingere,
lasciando sfuggire l’occasione
di asciugare tutte le lagrime,
di piangere tutte le perdite
e mancare le mie rivincite.

Di silenzio si veste la notte,
quando tutte le verità son certe
e in ogni vicolo una stella cade,
e in ogni sogno, un sogno riappare
per frammentare la vita in rivoli d’oro,
giocar con la speranza e morir davvero,
ricucir le ferite e riprendere il volo.

 Che sia più sicuro il cammino diritto, mi lascia perplesso.
Dipende dai segnali che incontri, lo scopo del viaggio, i limiti, il percorso.
Dipende dal contesto.

 Non c’é pioggia senza nuvole,
non c’é luce che rinunci al bagliore,
ed io mi sporgo sulle tue labbra di fragole
e ti lascio queste parole.

E poiché il tempo fende la sua lama nella mia carne
e il vento sempre raccoglie nuove voglie,
resterò ai tuoi fianchi appeso fino al mattino,
per cantarti la canzone più dolce e poi,
e poi via di nuovo, lungo il cammino.


Auguri di Buona Pasqua 

La memoria é il magazzino del passato dove i morti continuano a vivere. Tutte le persone a me care, giá scomparse, rivivono negli scaffali dei ricordi. Penso ad uno di loro e subito si accende il profilo, un gesto, un dettaglio, un episodio, una frase.
Passo in rassegna i loro volti ed é incredibile il rilievo che assumono in me all’istante. É come se un pittore li disegnasse e mi facesse dono del dipinto.
C’é un’esistenza autonoma, estranea alla morte, che vive in noi, che perdura nel tempo presente e si alimenta con il pane vecchio, con sussurri di note antiche, con l’eco di parole spente che si affievoliscono fino a scomparire, come i cerchi d’acqua nel fiume quando un bambino tira una pietra.
Ma c’é di più. Li penso ad uno ad uno, infaticabili viaggiatori a nessuna parte, e m’appaiono con il loro sorriso e dimentico le grida, gli sgarbi, le cose brutte che pure hanno abitato la nostra relazione. C’é una sorta d’indulto del negativo e solo le cose belle rimangono a galla in questo mare delle assenze. Ci rendono migliori ed il rancore coltivato in vita svanisce come un omaggio alla loro scomparsa.
Non risorgono queste anime come Gesù, ma solo perché non sono mai morte per davvero. E le processioni mentali sono libere d’imposte e non soccombono al calendario ne alle stagioni dell’emergenze.
Nelle stazioni del dolore ognuno asciuga le proprie piaghe e disseta la bocca che ha amato. Ognuno ha il suo Cristo in croce, ma le lacrime non hanno colore e sono tutte salate.
Persino nel linguaggio comune la morte é protagonista involontaria di un curioso movimento “dell’immobile”, per cui quando uno muere “se ne va”, “transita” anche se, naturalmente, non c’é niente di più quieto di un morto.
Ed ancora, ci sono persone che é difficile sotterrare, che resistono più di altre, così come ci sono vivi da tempo giá morti. Ma questa é la vita, cari miei, prendere o lasciare e quando io non ci sarò più, resterà il ricordo di me in qualche parte dell’universo, fra l’erba dei campi, alimento dei pesci, nido per gli uccelli, rifugio delle formiche, sostanza e cibo per nuove esistenze, insomma il ciclo che riparte, con tutti i misteri, poche certezze ed una canzone che non riesco propio a dimenticare.
Solo una morte é definitiva: quella che la mente cancella.
Buona Pasqua a tutti.

 

Lo sguardo

Lo sguardo, come l'udito, bisogna educarlo.
Il disordine dei nostri tempi s’inscrive dentro un ordine predeterminato e ferreo. Il suono più famigliare é il tam-tam di guerra, violenza e banalità.
“Quale sfinge di cemento e  alluminio gli ha sfracellato il cranio e gli ha divorato il cervello e l’immaginazione?
Moloch! Solitudine! Lerciume! Schifezza! Spazzatura e dollari inafferrabili! Bambini che strillano nei sottoscala! Ragazzi che singhiozzano negli eserciti! Vecchi che piangono nei parchi!
....Moloch mentale! Moloch duro giudice di uomini!
….Moloch prigione incomprensibile! Moloch galera, teschio di morte senz’anima e Congresso di dolori!”
Era “L’Urlo” di Allen Ginsberg, lontano nel tempo: 1956. Hasta siempre, poeta!
Siamo cechi e viviamo la nostra cieca vita nella più assoluta oscurità.
Siamo carne da sondaggio, reliquie statistiche, numeri freddi. Tutto é ben organizzato dentro una gerarchia di valori (?) e contro l’imprevedibile trascorrere della natura.
La tecnica, la Scienza, la Democrazia: aggeggi mitologici dei nostri tempi, riconducono l’istinto di libertà nel letto di un fiume asciutto, nella gabbia dorata del Sistema. Aggeggi, forse necessari, però non producono felicità.
La storia dell’umanità ha conosciuto esseri straordinari, fuori dal comune: metà uomini e metà caproni.
Nessuno sfugge e la complessità di un uomo é archiviata in una banca di dati di un cervello malato.
Mi chiamano due compagnie di assicurazioni per offrirmi i loro prodotti. E vabbè! Sapevano tutto di me ed io niente di loro.
L’unico valore spirituale dei nostri giorni é il denaro. E la pubblicità, la sua dottrina religiosa, registra affiliati in tutti gli angoli di questo triste mondo.
Mi viene in mente una piccola storia:
Mentre Confucio stava contemplando la caduta dell’acqua della cascata Lu Liang da una altezza di 300 piedi, vide un uomo galleggiando in una turbine d’acqua spumeggiante. Sarà un suicida, pensò. E mandò i suoi discepoli per aiutarlo.
Cento passi più sotto l’uomo, fischiettando, usciva tranquillamente dall’acqua.
--Posso chiederti come hai fatto, che metodo hai seguito, chiese Confucio?
--Nessun metodo, rispose il presunto suicida.
-Entro nel vortice dell’acqua e con lui emergo.
-Seguo il cammino dell’acqua e non impongo il mio potere. É cosi che galleggio.
Lo so, é difficile ascoltare la voce del fiume, ed é ancora più complicato mettere le sue acque in una bottiglia, ma bisogneráà pur trovare qualcosa, un cammino, per sfuggire al destino dell’affogato.
Io, come vedete, non ho nessun metodo, nessuna linea da offrire. Soltanto pongo la necessità di una riflessione. E mi rodo il fegato.
“ Sono molto negativo, non propongo nulla ed aspiro all’eternità”.
Semplicemente, sospetto che ci deve essere un modo differente di vivere, di guardarci, di ascoltare la natura, le sue voci, i suoi silenzi, i suoi dolori. Di cercare la bellezza, la felicità, di trovare una soluzione all’enigma senza privarci della possibilità di frequentare le meraviglie del suo mistero.
Senza fretta, con passo tranquillo e sguardo sereno. Con la comprensione nell’anima ed un briciolo di compassione fra le mani. Forse la soluzione é lasciare aperto il cammino della ricerca. Forse, non c’é niente da cercare.
Una notte sognai che stavo sognando e, nel sonno, mi svegliai perché quel sogno non mi piaceva. Anzi mi rendeva infelice. E decisi, sempre nel sonno, d’ inventarmi un altro mondo da  sognare. Con tante donne ed uomini, bambini ed anziani, giovani di tutti i colori che si parlavano in tutte le lingue della terra, che dividevano il pane, che bevevano lo stesso vino, che si scaldavano al sole di un mattino nuovo. Tutti con la stessa opportunità di vivere con dignità, con gli stessi diritti, gli stessi doveri, salutandosi con un sorriso, una stretta di mano.
Purtroppo era solo un sogno, ma non dispero.
 

L’amore

L’amore é il colore dell’immenso,
Il suono del silenzio;
L’amore é il peso del ricordo,
Un sussurro, un lamento,
Il volo di due uccelli nel vento,
L’abbraccio della notte al giorno,
La precisione del sorriso,
La profondità del pianto.

  L’amore contrae lo spazio,
Congela il tempo,
Imprigiona l’attimo,
Rende vana la ragione,
Gioca con un filo di luce,
simula la guerra, a volte, la pace.

  Coniuga verbi di grammatiche antiche,
Un melange di libertá e catene,
Un fruscio d’una gonna a un ballo,
Le carezze segrete, un brivido sul collo.

  Dell’amore si prende tutto:
Il bello, il brutto,
Il chiarore d’un mattino,
La nebbia, il dubbio, l’oscuro,
Il cerchio di fuoco, le ore d’insonnia,
Il freddo d’un addio.

  L’amore cerca l’eco dell’eterno,
Fa la sponda all’infinito,
É leggero come le farfalle,
É fatto con la materia delle stelle.

  Va e viene come una nave pirata,
Un giorno ti riempie, un’altro ti svuota,
Ha il colore dei tuoi occhi,
La curva dei tuoi fianchi,

Un gioco, un abbaglio,
Un filo d’erba, un giglio;
Poi, d’improvviso,
Un gemito, un sussulto,
Crisi, catarsi, un insulto;

 Il vuoto nelle mani,
I letti sfatti,  promesse senza domani,
Quando le carezze sono stanche,
E la dolcezza già si finge,
E la noia disegna il gesto
d’uno scarto, un pretesto,
un gioco al massacro,
un calvario, un simulacro.

  Dal suo labirinto non si esce,
Quando scema la speranza,
d’un colpo rispunta una luce,
Quando il cammino sembra diritto,
Retto non é il cammino,
Quando le coppe sono piene, alte in cielo
Del suo peregrinare sono schiavo.

  Poi, l’autunno cade come una sentenza,
   Un coltello che apre le vene,
   E ti lascia come un lenzuolo:
   Sporco, fuori, di sangue,
   Bianco, dentro, come la neve.

     In Caccuri  14 Agosto 2009

 

Un modo come un altro per dire buon Natale a tutti.
Il prospero anno é un po' azzardato, con i tempi che corrono, ma forse proprio per questo voglio desiderarlo con più forza.
 
 

Con il capo chino ascoltando la musica dei venti,
Che stai cercando, poeta, fra le pagine illuminate dei tuoi sogni?
Chi conosce il tremore dei tuoi silenzi,
chi resiste all’ immagini che racconti?
E le lagrime del dubbio sgocciolarono fra le tue mani vuote
e da tanta solitudine arrugate.

I tuoi occhi, interrogativi scuri nella nebbia più amara,
agonizzano in una diagnosi senza luce, che nulla spera
poiché la scienza che tutto sa, l’essenziale ignora.
In ogni angolo si nasconde la tua ombra,

Il coltello della tristezza é affilato ed ingombra,
Sveli le cicatrici della vita,
però dimmi, che stai cercando, poeta?
Forse é troppo poco la bellezza di quel crepuscolo,
La scultura di quei fianchi, quei suoi occhi che sono un miracolo?

Di quali orrori sei il sintomo, la prova,
Vagabondo, pellegrino dell’idioma?
Perché esisti e canti in questa valle di sordi,
In questa palestra dei ricordi?

Io non ho la colpa, mi dichiaro innocente,
Caddi nell’inganno con dose effervescente,
M’avvicinai al tuo cuore, scalzo e senza scudo,
M’aggrappai ai tuoi ricami, solo ed ignudo,
Come un naufrago abbracciato al destino
Come un viandante che ha perso il cammino.

Cosa cerchi, poeta, io l’ignoro,
Ma nei pomeriggi d’inverno io non dispero,
Aspetto la precisione miope del tuo verso,
Le metafore, il ritmo, la profondità, il concetto,
La lucida armonia d’un imperfetto
Che mi dia la pace, che acquieti i sensi,
Che spalmi sul pane caldo l’aroma di quei tempi.

E sono qui sotto un cielo che minaccia,
Che s’apre all’incognita che ci schiaccia
E soltanto spero che questo pianto si faccia canzone
Che il vento spargerà come un’alluvione
In tutti gli anfratti del dolore, quello vero, senza fine
Che non cessa quando spingi il bottone.

                     Salvatore Secreto



                         Addio a mia madre

 
Anche se la gioventù é una meravigliosa malattia che si cura con il tempo, anche se il tuo tempo era già venerabile, anche se la talpa della sofferenza aveva cominciato a scavare il suo inesorabile labirinto, non ci si rassegna mai alla perdita di una persona cara.
Però la morte, poiché a cattivo gusto, congelerà di noi il gesto più brutto, più stupido, fisserà il fotogramma più incredulo, l'immagine più stupita. A volte, la più serena.
Alla fine, la morte azzera nobiltà e miserie, chiude la cartella degli appunti della vita e ci riconsegna un volto che non é più quello che abbiamo baciato e accarezzato nei giorni dolci dell'infanzia.
Alla fine, la morte é così sicura della sua vittoria che ci concede un'intera vita di vantaggio.
Disgraziatamente la materia, nel mio pensiero, ha un peso specifico che opprime l'anima, la schiaccia e non la fa volare verso orizzonti piú gioiosi, lontani da questa amara e umida terra.
Ed io invidio, davvero invidio e rispetto coloro che hanno fede, che trascendono la caducità del corpo e lo innalzano "qual piuma al vento" e lo immaginano incontaminato e celestiale.
Disgraziatamente, non so forzare il destino, né il binocolo del tempo. Uno vede ciò che vede e niente più.
E davanti a me c'é una bara e dentro c'é mia madre con tutto il suo passato ed i ricordi più belli ed i ricordi più brutti.
C'é la memoria della famiglia, la nostra storia simile a quella di tantissime altre, davanti alle quali offro il mio più affettuoso omaggio.
La tua vita di rinunce, stoicismo e sacrifici. Il tuo dolore, ripetitivo come un singhiozzo. La tua esistenza e la felicità, in lotta permanente, come due rette parallele con pochissime occasioni per sfiorarsi. Il tuo orgoglio di madre, la tua fragilità di donna.
Schiava e regina del tuo piccolo regno, governante premurosa di tutti i nostri temporali, della rosa dimenticaste il profumo e l'insondabile armonia del petalo. Troppe spine han lastricato il tuo cammino.
Le persone come mia madre e mio padre, esempi indelebili della processione migratoria, non hanno mai disfatto del tutto la valigia nella quale si adagiava il sogno del rientro.
Da questo paese siamo partiti, qui sei voluta tornare. E' il compiersi dell'eterno ritorno.
A tutti voi un grazie di cuore per accompagnarci in questo momento. E non c'é momento piú alto e solenne per dire grazie a te, mamma, per avermi dato la vita. Riposa in pace.

                                                               Tuo figlio Salvatore

Il grande Salvatore Secreto dalla Spagna ci  manda questa stupenda poesia che ricorda uno degli avvenimenti più drammatici di questi ultimi anni: l'ennesima strage di innocenti prodotta dall'odio e dalle incomprensioni fra gli uomini. "Ancora tuona il cannone", cantava Guccini nel secolo scorso, e chissà ancora per quanto!. Grazie Salvatore e un grande, affettuoso abbraccio
                          Giuseppe Marino

In onore delle vittime di Madrid

11 Marzo, giovedì le 7 e 37
il dolore e le carni aperte,
il fragore e poi niente, la mosca impertinente della morte.
Silenzio, le lenzuola del sangue innocente
coprono la stazione di Atocha.
Madrid, ma poteva essere Roma o Londra, poco importa.
La sete del terrore succhia il sangue d'ogni fonte.
192 vite spezzate per sempre,
2062 feriti nel corpo e negli affetti
in quei vagoni senza destino, divelti,
in quei marciapiedi di lacrime amare
in quella mattina gonfia di bare.
Daniel, Roberto, Maria ed il destino.
Un professore ed un fornaio
un emigrante ed un operaio
un disperato ed un netturbino,
un'anziana ed un bambino
che come un sospiro di primavera 
attraversava il sole di quel mattino.
Già appartenete ai miei pensieri,
già siete l'incubo di tutti i poteri
che "in un tripudio di tromboni,
con la tovaglia sulle mani
e le mani sui coglioni",
volge la vista altrove
per controllare i cattivi
e sentirsi ancor più buoni:
lampi di odio, uragani e guerre,
non v'è scampo da Caccuri a Finisterre,
ed io, che non rinuncio all'amore,
guardo mio figlio come fosse un fiore
e penso alle madri che han perso il loro giglio
quel giorno di marzo che scordar più non voglio:

                                Salvatore Secreto

 

L'amico Salvatore Secreto ci ha inviato questa bellissima poesia. Si tratta di versi stupendi, forti, che ti prendono allo stomaco e che condivido perfettamente, soprattutto quelli della quarta e della quinta strofa. Avrei voluto scriverli io questi versi, ma mi ci voleva la penna di Salvatore. Grazie, amico mio. e arrivederci alla prossima.
Ti abbraccio.
Peppino
                                
Come un Prometeo urbano


Come  un Prometeo urbano,
con gesto divino,
rubo luce alla notte,
come un cieco che gioca a tresette,
come un ubriaco che scommette
sul suo vagare e sulla gravità
e poi piange perché non sa,
non sa più dove andare
oltre il limite del suo orinare,
oltre l'azzurro dei suoi occhi
che son due scrigni aperti
e accecano come lampi
agitati da tutti i venti.

 Sono un fiore che sogna una farfalla,
sono una lacrima che feconda un sorriso
e, come il girare virtuoso di una palla,
guardo nella mente
e sequestro l'orizzonte.
Chi afferma che più in là non c'é niente?
Lo disse già qualcuno, c'é un altro orizzonte,
un po' più vicino,
a portata di mano.
Basta togliere il velo scuro
con cui vediamo tutto nero.

 "Tutto ció che é reale é razionale"
e se non lo é, poco male,
metto davanti i miei buoi
ed affermo: son cazzi suoi.
Mica posso soccombere a questa inezia,
mica si ripete questa delizia.
La vita é una sola, magica e materiale
ed al principio delle scale
tutti i destini,
dalle teste privilegiate ai cretini,
abbiamo diritto ad essere felici,
a rigirarci nelle nostre feci,
a non essere uccisi.

Come la bimba e la madre piangente,
il ragazzo con fame urgente
che solca il crepuscolo come un diamante,
l'ombra ed il soldato
che rimane sul selciato,
nella polvere e nel pensiero,
in un finale sicuro,
in questa guerra senza confine
in questo tempo senza più pane.

 Le lacrime più vere
come fulmini che ignorano frontiere,
per chi fabbrica la morte
e poi parla di cattiva sorte
o danni collaterali
e, non curante dei miei guai,
prega per la mia fine,
perché vuol farmi, alla forza, del bene
non sapevo di avere tanti amici,
ansiosi di passarmi dalla padella alle braci.

 S'occupa di noi troppa gente,
deprimente ed elegante,
s'occupa di noi un potere infinito
che controlla la realtà ed il mito,
le radici ed il genoma,
il DNA e la trama,
tutti i capitoli del copione,
dal prologo alla fine.

 Non puoi farlo fesso
perché s'arrabbia e, spesso,
quando meno te l'aspetti,
un nugolo di esperti,
ti spiegano il bene ed il male
a te, che sei un po' speciale.
Ed io dico basta e scopro l'imbroglio,
esco dal mazzo ed aggiro lo scoglio:
non stiamo al mondo solo per soffrire
e nemmeno solo per durare,
ed allora la vita mi condono,
mi sento più uomo
e m'invento un nuovo dio,
più vicino, più mio,
chissà meno guerriero,
forse più umano e più sincero,
senza tante promesse e che perdoni
tutti quelli che, a priori,
si credono migliori,
o altri, come me, che si sentono ancor bambini,
e con pieno diritto ad essere coglioni.

 Mentre riposa l'ubriaco,
nel sogno etilico,
confonde il grano con la paglia,
non sa più se é una palla,
che rimbalza e  vola
come un urlo che scappa dalla gola,
o un baco da seta
che, dopo una notte quieta,
scopre d' essere una farfalla,
meravigliosa e bella,
o forse soltanto una lucciola
che va da sola
verso il primo raggio di sole
e mentre il giorno s'accende
lei, dolcemente, muore.

                                     Salvatore Secreto (Spagna)  

 

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                                        Salvatore Isidoro

                                 

                                         Il vecchio, la palla e la morte.
                                                    Racconto di  Salvatore Isidoro

         L’oscurità avvolge ciò che la luce abbandona.
Le entropie vitali si azzerano, come se una grande forza sospinga il tutto verso il nulla.
  La vita è una sola. La stanza è priva di arredamento, aspra e silenziosa. L’uomo disteso nel proprio giaciglio , ritrova se stesso, sconfigge l’embolia spirituale che lo ha confinato nella più cupa solitudine.
   E’ vecchio. Nella vita ha dato tanto. Proprio come un pezzo di ferraglia arrugginita, tra non molto verrà gettato al macero biologico. Non importa, non conta ciò che sei stato.
   Bussa alla porta un piccolo bimbo che abita sotto. Non trova risposta, egli non può rispondere. La palla, con la quale giocava, è volata al secondo piano nel terrazzo di quel vecchio solo, dalla pelle solcata da rughe profonde quanto l’oceano. Adesso serve che Lui apra la porta per tornare a giocare. Una sola Palla. Una sola Vita.
   Bussa ancora una volta, chiama timoroso il suo nome di battesimo. Quel nome che per anni non lo ha mai abbandonato. Quel nome sacro, che i suoi genitori gli diedero in un estasi religiosa , alla luce di un aspide, unto di acqua santa, glabro finalmente  da peccati. Il bimbo non sa perché la porta è chiusa. Non sa cos’è la morte. Per Lui è importante recuperare quella palla fondamentale per continuare la sua attività. Crede che Lui non voglia aprire. Crede nella cattiveria, nella ostilità che i moderni schemi gli hanno insegnato.  
  ll bimbo ora scende le scale. Ritorna in cortile. Osserva la palla ingabbiata tra quelle misere ferriate del vecchio terrazzo. Un modesto alito di vento la smuove ben poco. Egli spera che possa spiccare un salto e tornare da lui. Non può essere. Ritorna a casa. Chiede alla mamma di poter intercedere, presso il vecchio per avere indietro quella palla. Ella ascolta il figlio, si arrabbia e pensa al vecchio. Va per le scale, sale al secondo piano, bussa alla porta. Nulla. Nessuna risposta, nessun segno vitale. Eppure lo ha visto entrare due ore prima. E’ sicura. Sicurissima.
    ll figlio la osserva senza fiatare, in silenzio. E’ come se avesse adesso un presagio , una sensazione. Ma non sa cosa. Il pensiero è la palla. Ritornare a giocare.
   L’odore forte e mediterraneo di sugo di pomodori, cucinato ad arte dalla signora che abita di fronte, invade le scale. E’ stuzzicante. Il bimbo immagina la pasta immersa in esso, scalfita ad arte da neve di grana. La mamma chiama qualcuno al telefono.
   Arrivano quelli colla tuta arancione. Il bimbo li osserva incuriosito. Forse sono arrivati a liberare il suo pallone, forse scaleranno le mura del condominio e prenderanno quella palla, liberandola da quella prigione occasionale. Forse. Riescono ad aprire la porta. La mamma non osa entrare. Esce subito dopo uno come gli altri. Parla con la mamma. Ella si fa il segno della Croce. Il bimbo lo ha riconosciuto, glielo ha insegnato Don Roberto. Gli aveva detto che è una cosa bella. Si tranquillizza. Qualcuno avrà smesso di pregare. Sfugge agli occhi della mamma, entra dentro. Gli uomini arancio sono nel piccolo soggiorno, parlottano tra loro. 
   Il vecchio è immobile. Il letto è proprio di fronte all’accesso al terrazzo. Il bimbo deve prendere il pallone, chiede scusa al vecchio immobile e pallido, apre con delicatezza il finestrone, per non svegliarlo. Esce in terrazzo e finalmente prende la sua palla. Appena rientra, richiude il finestrone. Con la palla tra le mani si avvicina al vecchio. Il profumo del sugo adesso è anche in questo misero appartamento, sbatte tra le pareti, irretisce i sensi del gusto. La palla tra le mani. La vita tra le mani. Si avvicina ancora. Lo tocca. E’ freddo. Scappa fuori dall’appartamento. Ritorna da sua mamma. e Le dice: “Mamma? Sai cos’è la morte?”- la mamma lo osserva intimorita pronta a non rispondere. “Io lo so!” - continua il bimbo; “E’ quella cosa che ti fa riprendere il pallone e ricominciare a giocare quando non riesci farlo da solo o quando gli altri non vogliono..”.  
       Fine.

 
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Vincenza Cavallaro

          L'UOMO

Unico essere che ama volere,
in cerca solo di stelle vere.
A volte impavido, altre meno,
con gli occhi rivolti ad un cielo sereno,
l'uomo è grande, ed ahimè, lo sa,
ma insegue solo ciò che non ha!
Spesso aggressivo verso chi lo teme,
non sa che la vita si alimenta col bene!

   V Cavallaro

               Il Mondo 

Gira incontrollato, da solo nello sconfinato
a volte in fretta, a volte a rilento,
senza mai apparire spento.
Meta perseguita da un uomo un po’ avventato;
resta un enigma ed un mistero
proprio perché troppo veloce è il suo nocchiero.
Popolato da una miriade di etnie,
il mondo, luogo magico, di mille poesie.
 

                Vincenza Cavallaro  

Luna...10/08/03"

E’ ugualmente gelida come rugiada d’inverno…
La cosiddetta “sempiterna” che striscia alle soglie del firmamento;
spècchiati nelle acque marine, impreziosendole di oro tremante…
tu, luna, non spegnere mai i cuori ardenti di chi sogna un deserto rosso di passione.

                     Vincenza Cavallaro

 



                                             Lina Di Rosa

La nostra concittadina Lina Di Rosa, dagli Stati Uniti, ci manda questa bellissima poesia sul paese della sua infanzia che pubblico con   piacere   misto a commozione.
           Grazie, cara amica e in bocca al lupo.


                        
Ricordi della mia Caccuri

 L'acqua scorreva in un piccolo acquedotto
che passava davanti la nostra porta,
offerta da una sorgente
che il suo nome non  mi viene in mente
s'era dal canale o dal Cucinaro
dove la mamma andava i panni a lavare.
Ma una cosa e' certa
e mai saprò scordare
quanto era bello a saltellarci di dentro
a piedi scalzi  e di contro senso
nei giorni caldi di quelle estati
nonché un passante
si fermava per rimproverare
che l'acqua non si doveva bloccare,
perché c'era un orto
sotto il muro di quella strada
con piante, assetate, che aspettavano.
Ma chi mai ascoltava!
Poi  c' è  un' immagine
sempre presente
guardando in alto
sulla cima di quel paesello
com'era grande il castello!
E mi chiedevo,
ma chi lo abitava?

Gente ricca, fantasmi o pipistrelli?
E mi giravo intorno
la Serra Grande di fronte
con le sue rocce, il verde e una mandria
dove pecore e capre belar si sentivano.
Che meraviglia, quella bella natura
colma d'aria fresca e pura.
Oggi nonostante la distanza
e tanto tempo passato ,
vedo ancora mia mamma,
sotto un cielo azzurro
fra monti e castello,
sorridente sulla mezza porta

di quella casa  ove io nacqui,
nella via , di nome, Via Parte.

 Lina (Di Rosa) Giuliano
Nipote dello scomparso maestro Angelo Di Rosa
 

 

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                                                  Emilia Pasculli

                                       

Eccovi tre bellissime poesie di Emilia con le quali ricostruisce con maestria personaggi e tradizioni del nostro paese. 

                    Notate con quale delicatezza e con quanta poesia Emilia ci parla della "Negra Parca"

A VISITA CA NUN T’ASPETTI.


Ieri sira eranu a rolla a parrare
‘e tutte e cose ca ne venianu alla mente
Certe vote pure ‘e sguaiatine,
Certe vote pure ‘e cose serie
Fore i guagliuni jocavanu all’ ammucciarella,
Alcuni alla sguiglia
Ogni tantu ravanu fastidio e nue  guillavanu .
Era ‘na jornata gual’ all’ atre
Ma all’ammacciuni c’era ancuna chi s’aggirava
rotava ‘n tornu allu paisi, chi se stava priparannu allu scurare .
Nue impegnati ‘ntra discussione
'un n’accorgianu 'e s’ospite inatteso
sinceramente ‘un pensavanu propriu a illa .
Allura cume pe' dispettou,
‘ntru migliore momentu 'e ra discussione
ancunu annunciava arreti ‘a porta
ca propriu’ ntra chillu mentre
‘a disgraziata, senza 'mmitu e senza avvisu
avia' fattu ‘a visita a zu Michele!!!!!



                              
Dedicata ad uno zio che ora non è più con noi

ZU TOTONNU

Me ricordu ancora ‘u jornu
che piccirilla l’he vistu pe’ la prima vota
Era tra i pochi c’avianu ‘na machina
E a mia me paria ch’era ‘nu riccone
Nu pocu me facia’ soggezione
Me pensava che chisà ‘e due venia'
Ma poi m’ha dittu…
“Veni ca te portu a fare ‘nu giru”
E mentre me guardava già avia’ capitu
ca me piacia chillu ziu novu .
Illu c’è sempre statu, ‘ntri momenti belli e chilli noni.
Arrivava la matina prestu
certe vote pe’ jire alla posta, allu mericu o alla farmacia;
‘ un passava mai rerittu

Io fujva a ce priparare ‘nu bellu cafè:
….cu’ su vivia illu ‘un su vivia nessunu ;
Surchiava chi te facia venire ‘a gulia
Alla fine tuttu contentu me ricia …”Ah,  niputè chi bellu cafè.”
Mo signu ccà,  luntana e ru paise miu,

illu oramai un passa cchiù ‘e ra  casa mia
e la matina, quannu me priparu ‘nu cafè,
me vena’ de pensare
…ca oramai un tena cchiù ‘u sapure ‘e prima!!!!

 

  In questa poesia Emilia ci parla delle feste di Maia, un'antica tradizione che ancora si rinnova   
 ogni anno.

                                                                                     CHILLE CAMINATE 'E PRIMAVERA

 

Me ricordu chilla matina ‘e maiu
quanno me risbigliava prestu
pecchì sentia’ forte ‘u profumu
‘e chillu bellu mazzu ‘e iuri.
Eranu iuti finu allu Cuccu a pere
a cogliere nu  mazzu ranne
pe’ lu mintere supra ‘a  porta!

Chi piacire chille caminate ‘e primavera
paria ca ‘u tempu s’avia de fermare
c’ avianu ‘e restare quatrarelli a jocare….!
Ma ‘u tempu passa e tuttu se porta arreti
l’anni chi ‘e piccirilli para un passanu mai
si ne vannu prestu….però ‘ntra certi jorni particolari
 e’ nu profumu ‘e primavera
chi me ricorda 
ca quannu mamma mia
mintia ‘nu mazzu ‘e juri alla porta
io era ancora piccirilla e senza penzeri.

 Emilia Pasculli, da Como, ci ha inviato questa bellissima poesia  che  ritengo perfetta, sia per la lingua, sia per i  contenuti, sia per l'amara, ma realistica conclusione: la presa d'atto dell'impossibilità di influire sul corso degli eventi, quando, viceversa, sono gli eventi di questi tempi infami che cambiano la nostra vita, il nostro mondo, i nostri orizzonti, i nostri punti di riferimento. 
   Credo di poter dire grazie ad Emilia anche a nome dei tanti amici visitatori.
                Un abbraccio affettuoso
                       Peppino



SIMU CHILLU CHI SIMU

Simu chillu chi simu!
Certe vote...ntre jornate nigure
pensamu ca simu finiti...
ciancimu, ne disperamu...
ma 'u jornu roppo tutti cuntenti
ririmu  cu' nascia lu sule.

Simu chillu chi simu!
Poveri cristi supra 'ssa terra
Circamu nu sensu alle cose....quannu ce pensamu.
L'amicizia ne rura 'u tempu chi ne serva
L'amure 'u tempu e na canzuna.

Simu chillu chi simu!
Piccule petre lungu 'nu senteru
Chisà addue ne porta......!
Forse volimu cammiare 'e cose....
Me vena de rirere
pecchì sunnu 'e cose chi ne stannu cammiannu!
E nue poveri cristi
Restamo chilli chi simu.

                                                            

Ancora una bella poesia di  Emilia Pasculli, che ha voluto fare il ritratto di un personaggio caccurese a entrambi molto caro e che, oggettivamente, era uno dei più bravi ed invidiati ballerini del paese. Che dire? Ancora tanti, tanti complimenti a Emilia e un grazie di cuore per l'affetto che nutre ancora e sempre per il suo paese. 

U BALLU E ZU VICENZU

Quannu ballava zu Vicenzu

era na bellezza allu guardare;

paria ca puru u munnu

'nseme a illu volia girare.

E solitu se piava'  'a megliu ballerina..

…e no ppe dire e chisà cume mai

era sempre 'a cchiù curiusa!

Nue quatrarelli ne mintianu

a rolla e paria ca puru nue

giravanu cu' giravano illi ..

Tanghi, valzer e mazurche

…. zu Vicenzu un se stancava mai.

A mia me preoccupava però

u sguardu e ra mugliere!!

Me ricurdu ca quannu finiscia lu ballu

le ricìa sempre: “Vicè sì nu sguaiatu”

Ma zu Vicenzu, veramente, si ne fricava

E solia dire…

Parra, parra ….. mugliere mia

A vita e 'na fatica e dura pocu

e alla fine 'e ra jornata cchi né resta….

'nu biccheri e vinu bonu  e 'na ballata!!!

 

 


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