CURIOSITA' ETNO ANTROPOLOGICHE
di Peppino Marinio

                                                  

                  
     CACCURI ADERISCE INCONDIZIONATAMENTE AL REGNO D'ITALIA 



    Il 21 ottobre del 1861 anche a Caccuri si tenne il famigerato plebiscito per l’Annessione del Regno delle due Sicilie,  aggredito e occupato da Garibaldi con i suoi legionari e dall'esercito sabaudo, al Regno d’Italia. Nell'occasione i caccuresi votarono compatti per i nuovi padroni. I Si, infatti, furono 296 su 296 votanti. Tanto entusiasmo  patriottardo e tanto amore  per i piemontesi non si vedeva dal luglio precedente quando una compagnia di soldati guidati da un tenente e decine di guardie nazionali di San Giovanni in Fiore furono costrette a occupare per diversi giorni il paese per sedare una rivolta scoppiata quando i partigiani caccuresi issarono una bandiera duosiciliana sul campanile della chiesa di Santa Maria delle Grazie. Volubilità dei nostri bisnonni o i brogli esistevano anche a qui tempi? O forse, semplicemente,  fecero votare solo i servi? 

               

                                                       TUNDRA, LA TIGROTTA CACCURESE 

Nel 1997, il  2  giugno, dopo tanti anni durante i quali  Caccuri non aveva più dato la luce a nessun bambino, ne ad altre creature, tranne qualche cane o qualche gatto, si ebbe una nascita singolare: si trattava di un cucciolo di tigre,  al quale venne imposto il nome di Tundra. La tigrotta  nacque da una tigre  in cattività in un circo attendato in quei giorni nel nostro paese, un evento rarissimo come mi spiegarono all'epoca gli amici circensi. Purtroppo  " l' illustre caccurese"  morì qualche giorno dopo mentre il circo si trovava a Scandale dove  si era nel frattempo  trasferito e da allora a Caccuri continua a non nascere nessuno. 

                                                         UNA FOTO DI GRANDE VALORE STORICO



   
Questa foto che mi pare faccia parte dell'archivio dell'amica Caterina Barone, seppur non molto nitida, considerati gli apparecchi fotografici del tempo, ha un grande valore storico per noi caccurese. Credo che sia una delle pochissime foto a colori, se non l'unica, nella quale è possibile vedere "la mezzaluna", che non è la collina che poi prese questo nome, ma il catino turchino che la baronessa Giulia Barracco fece murare nel 1885 nello spuntone roccioso  per  servire da abbeveratoio a gli uccellini e del quale ho parlato più volte. Il catino di colore  turchino indicato nella foto dalla freccia rossa, visto dal basso sembrava davvero una mezza luna come lo ribattezzarono prontamente i nostri nonni estendendo poi il nome a tutto lo spuntone. Una fortuna che esistano foto come queste che ci aiutano a non perdere la memoria di un sublime gesto d'amore per gli animali e quella di una delle più belle formazioni arenarie dell'intera Penisola. 


                                          
RICORDI CACCURESI 

      Il cuore economico e sociale di Caccuri era, fino agli inizi degli anni ‘60 del secolo scorso, il tratto di strada compreso tra la piazza (quella senza nome da non confondere con piazza Umberto) e via Misericordia (resti della casa dei Simonetta). In poco più di cento metri vi erano il forno di Salvatore Blaconà, tre bar, un’ osteria, una trattoria, due botteghe di sarto, quella di mastro Giovanni Gallo e quella di mastro Giovanni Secreto, due barbieri, zio Gennaro Parrotta e mastro Luigi Tallerico, un fabbro ferraio, zio Michele Marino, due calzolai, due negozi di generi alimentari, quello di Rosina Iacometta, vedova Fazio e quello di Angelino Secreto, due macellerie, quella di Eugenio Pitaro e quella di Luigi Iacometta,  il fruttivendolo,  un negozio di calzature, un negozio di tessuti, Maria 'a Marrucarmina (la moglie di mastro Carmine Chiodo) un negozio di elettrodomestici  e una rivendita di tabacchi.  Le osterie, i bar e i saloni erano dei veri e propri centri di aggregazione e di socializzazione dove la gente si incontrava e discuteva di tutto. Nel bar Quintieri, all'incrocio tra via Misericordia e via Portapiccola, c'era anche un bigliardo a stecca e un altoparlante collegato a una radio col grammofono che diffondeva le canzoni in voga negli anni '40 e '50. Fu da quell'altoparlante gracchiante che ascoltai da bambino le note de "Lu pecuraru de Cerenzia" e de "La donna riccia" di Modugno.  Nel piccolo slargo  davanti la casa dei signori Manfreda,  verso la metà del Novecento,  erano ubicati, fra l'altro,  l'ufficio postale che, trasferitosi poi in piazza per un breve periodo, fu ospitato nella casa di donna Lisetta Lucente alla Misericordia, e l'ambulatorio medico del dottore Vincenzo Ambrosio, di fronte casa Manfreda.   Altre attività commerciali e artigianali erano poi sparse nel resto del paese, come i negozi di alimentari di De Rose alla Iudeca, di Pignanelli in via Simonetta, l'osteria di Salvatore Lombardo all'inizio di Salita Castello, il tabacchino di Giovanni Marullo in via Chiesa, i due negozi di Alberto e Francesco Macrì (Tata) in Salita castello, le falegnamerie di mastro Peppino Pitaro e di mastro Peppino Di Rosa alla Destra e la forgia di mastro Orlando Girimonte ai Mergoli.

 

                                              LA PREVENZIONE DEL MAL DI TESTA 

   Secondo un’antica credenza popolare caccurese spuntando una ciocca di capelli il primo venerdì di marzo  ci  si liberava del mal di testa per tutto l’anno senza dover ricorrere agli analgesici.  Una medicina popolare che ricorda un po' quella di Plinio il vecchio di grande attualità in questo periodo di terrapiattisti, di scie chimiche, di falsi sbarchi sulla luna e di vaccini che provocano l'autismo che probabilmente si affermò quando si dava la caccia ai gatti, malvagie creature amiche delle streghe. 

 

                       LE FARMACIE CACCURESI DA LUISA DE MATTEIS A EMILIO SPERLI' 

 

   Il 25 aprile del 1922 il Comune di Caccuri autorizzò l’apertura di una farmacia di proprietà del dott. Vincenzo De Franco in sostituzione di quella della signora Lucia De Matteis.  Don Vincenzo, oltre che in medicina e chirurgia, era anche laureato in farmacia e i suoi prodotti galenici erano molto efficaci. Quando fu nominato segretario comunale in sostituzione del cognato dott. Vincenzo Ambrosio che divenne medico condotto, per evidente incompatibilità con l'ufficio pubblico ricoperto, dovette cedere la condotta al dottore cutrese Raffaele Piterà la cui farmacia era ubicata in uno stabile di Salvatore Durante in via Simonetta e quando anche Piterà, uomo di grande compagnia, famoso "epicureo" e gaudente  lasciò libera la condotta, questa passo al dottor Gaetano De Franco che trasferì la farmacia nell'antico palazzo  De Franco in via Buonasera. Nei primi anni '60, infine, gli subentrò il dott. Emilio Sperlì e la farmacia si trasferì in Salita Mergoli.

 

                                                                          ' A QUINNICINA 



     Poiché per le nota emergenza sanitaria quest'anno si è dovuto rinunciare anche alla Quinnicima, la secolare tradizionale dialettale preghiera delle donne caccuresi, chi volesse recitarla può farlo on line. L'importante che la tradizione venga conservata. 

Deus in adjutorium meum intende

Domine ad adjiuvandum me festina

Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo

Com’era in principio, ora e sempre, nei secoli dei secoli, amen.

Grazie Segnure, ne ngninocchjiamu alli peri vorri e ne sentimu cumpessàre tutti i peccati c’hamu fattu ‘e quannu simu nati, fino a mo. O mio amato buon Gesù, chi pe’ la redenzione ‘e ru munnu volisti nascere, patire e morire, circondato ‘e ri Jurei, ‘e Jura traditure, con nu baciu traditu, cumu agnellu attaccatu e portatu allu macellu; portato addue Anna, Erode, Pilato e Caifa, accusatu ‘e ri farsi testimoni, vattutu cu ‘na canna, ncurunatu re spine, sputatu n’faccia, abbiveratu cu’ fiele e acitu, cu tri chjovura ‘nchjiovarunu i peri e le manu e tutte l’ossa e ru corpu se meravano.  Segnure, pietà e misericordia ‘e ru cielu e re la terra, di boni e di mali.

Signor mio Gesù Cristo Crocifisso, figlio  della Beata Vergine Maria, aprite le vostre sante orecchie ed ascoltatemi come ascoltaste l’Eterno Padre sul monte Calvario.

(Credo)

Signor mio  Gesù Cristo, Crocefisso, figlio della Beata Vergine Maria, aprite i vostri santi occhi e guardatemi come guadaste dall’albero della croce la vostra cara madre afflitta e addolorata Maria:                                     (Credo)

 Signor mio Gesù Cristo Crocifisso, figlio della Beata Vergine Maria, aprite la Vostra Santa Bocca e parlatemi come parlaste a San Giovanni l’Evangelista quando lo desti per figlio alla Vostra Dilettissima Madre Maria. (Credo)

 Signor mio Gesù Cristo Cocifisso, figlio della beata Vergine Maria, aprite le Vostre Sante braccia ed abbracciatemi come abbracciaste l’albero della Croce e la Vostra Cara Madre Afflitta e Addolorata Maria. (Credo)

 Signor mio Gesù Cristo Crocifisso, figlio della Beata Vergine Maria, aprite il vostro Amorosissimo cuore e in tutto ciò che vi domando esauditemi come piace alla Vostra Santa Volontà. (Credo)

Tre “Credo” in onore delle tre ore che stette il Signore in agonia.  

Oi Gesù,  oi Gesù, tutti quanti chjiamamu a Gesù, Gesù quannu me veni appressu e ra grazia  veni. Gesù mio quantu si’ bellu, Gesù mio quantu si’ caru, Gesù  mio quantu si’ riccu e nue simu poveri,  tu fannìla ‘a caritate cumu a tutte l’atre anime  chi simu unite alla preghiera, Gesù mio stenna ‘sta manu ca tutti nue facimu pace, ca ‘stu sdegnu s’alluntana, Gesù mio cumu me piaci. Oi Gesù, oi Gesù, oi San Giuvanni mio, convincialu tu,  ca tu he dichiarare ca ‘sta’anima mia si l’ha de pijare Gesù, Giuseppe e Maria. Cruce Sante ‘e ru Segnure, tu veni cu’ rigure e lu spiritu infernale mannalu cu lu male, de male e d’agonia, Cristo andate via. Fujiti, male occasioni, ‘e ra mente mia, ‘e ra casa mia, ‘e ra gente mia, ‘e ra ruga mia. Segnure pietà e misericordia du cielu e da terra, ‘e ri boni e di mali. Chi bella cosa chi va pe’ la terra, è lu Gloriosu Figliù re Maria, chillu c’ha criatu celu e terra e spargia sangu pe’ l’anima mia. O mio amato e buon Gesù, tu quannu si chjiamatu, tannu veni, alle quattro, alle sie, alle nove ure, quannu nascia la Luna e quannu chjova, veni a ‘sta casa, re ‘sta peccatura ca tutta chista casa cunsùla, apri l’ali ca cu tia mi c’aruru, te pigli l’alma e me lassi lu core. Stamattina jennu pe’ via scontai Gesù, Giuseppe e Maria. Io le fìcia ‘na vera nchinata, si mi ce vo’ a mia a ‘sta compagnia. Illa ha rispusu cu parola amata: “Figlia, si vo venire sta a tia”. Mo chi me viju re Gesù mmitàta, lassu lu munnu e vaju cu Maria, io te salutu e te ricu l’Ave Maria.

Grazie Segnure e tante benedizioni pe’ quantu anime criasti allu munnu e ra prima fina alla fine.

Grazie Segnure e tante benedizioni pe’ quantu pampine ‘e arbuli ce su’ allu munnu.

Grazie Segnure e tante benedizioni pe’ quantu cocci ‘e rina ce su’ allu munnu.

Grazie Segnure e tante benedizione pe’ quantu gucce ‘e acqua c’è su’ allu mari finu a chi ‘e benedizioni superiscianu tutti i peccati chi ce su’ 'a terra. 

                 CURIOSITA' ANAGRAFICHE CACCURESI E LA STORIA DI PANAZZU               

    Nel Cinquecento a Caccuri, figuravano, tra gli altri, anche questi cognomi: Gaita, Crissune, Accepta, Onesto, Mataxa, Santello, Maglocco, Cucchiero, Capillo, Bucchinfuso, Crescione,  Quattromani, Spolveri, Xpano, Accimbatore, Patrizio, Mingazio, tutti scomparsi da secoli. Altri cognomi presente nell'anagrafe caccurese nei successivi secoli e comunque fino alla metà del XIX secolo erano i Manfreda, i Procopio, i Montemurro, i Leonetti, i  Iesu, quest'ultimi di probabile origine ebraica. 
   A proposito dei Iesu, oltre al giovane Francesco, del quale abbiamo parlato qualche giorno fa, brigante per "legittima difesa", condannato a morte dai francesi e fucilato, Caccuri diede i natali anche al famigerato Rosario Iesu, meglio noto come Panazzu, un sanguinario bandito datosi alla macchia per avere ferito gravemente un certo Michele Aiello nel corso di una lite   al gioco della passatella (padrone e sotto). Catturato dagli squadriglieri del barone Barracco nel 1842 dopo sei anni di scorrerie e latitanza,  in una campagna tra Gallea e Furnia oggi conosciuta (da pochissimi vecchi contadini) come " 'a valle 'e Panazzu". Per molto tempo gli storici locali attribuirono a Panazzu origini casabonesi, ma sarebbe bastata una ricerca, anche superficiale presso l'Archivio di Stato di Cosenza per scovare le liste di fuorbando e gli atti del processo Panazzu e scoprire che si trattava di un caccurese. 

                                               SAMBUCO CONSERVA E SCIRUBBETTA



    L’origine del toponimo “Sambuco”, la località a ovest del paese,  potrebbe derivare dalla diffusa presenza, nella zona, della omonima  pianta la cui infiorescenza viene usata per la preparazione di decotti e sciroppi emollienti e per le gustose “pitte cu’ maju”. Il sambuco, infatti, è conosciuto da noi col nome di “maju”,  perché fiorisce a maggio. Più sicura, invece, l'origine del toponimo Conserva, dalla conserva della neve che esisteva nella zona fino ai primi decenni del Novecento. La neve, che a quei tempi cadeva abbondante anche nel territorio caccurese,  veniva conservata in una grande buca scavata nel terreno e foderata di paglia che fungeva da isolante termico. Lo strato superiore veniva ricoperto con terra. Ciò permetteva di conservare la neve fino all'estate e di poter consumare anche a luglio o ad agosto la "scirubbetta" (dall'arabo sharbet che poi è anche l'origine di sorbetto), il più antico gelato al mondo. La scirubbetta caccurese si preparava generalmente aggiungendo alla "nive ciciarusa" del mosto cotto, ma si può usare anche miele, succo d'arancia o caffè, secondo i gusti. Subito dopo la seconda guerra mondiale poi, sotto la guida del cugino Pietro De Mare, mio padre e mio zio Ercole Marino realizzarono una centrifuga che montava la neve consentendo di trasformare la scirubbetta in un gelato che si avvicinava a quelli di oggi e che vendevano durante la festa di Ferragosto e San Rocco. La neve veniva trasportata  da Conserva in paese con gli asini in contenitori anch'essi isolati termicamente con la paglia.

 

                      'U FERRU FILATU (IL PIERCING DEL MAIALE)  

   
                           

    Chi come me o come tanti altri più anziani di me ha avuto la fortuna di ritrovarsi fanciullo cinquanta – sessanta anni fa o anche prima, non può certo raccontare di essersi annoiato. A quei tempi, infatti, la vita di un fanciullo caccurese o di qualsiasi altro piccolo paese della Calabria, ma anche di altre regioni italiane, perfino di quelle che oggi hanno la puzza sotto il naso, era molto intensa e interessante e ricca di esperienza, anche se difficile.  Gli stimoli, le curiosità, le cose affascinanti da vedere non gli mancavano certamente perché viveva a stretto contatto con la natura, con gli animali, con le attività produttive, insomma con la vita reale della sua comunità. A qui tempi non esistevano fanciulli che non conoscevano la gallina, il maiale, la pecora, l’asino; difficile trovare un bambino di allora che scambiasse una busta in tetra pak per la mammella di una mucca come può capitare adesso. Vivendo con gli animali e fra gli animali si assisteva spesso gratuitamente a spettacoli impagabili, come, ad esempio, l’evirazione del maiale. Anche noi avevamo il nostro bravo sanaporcelle, figura magistralmente descritta da Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli, un certo zu 'Ntone 'u Petrise, che metteva la sua preziosa scienza al servizio della zootecnica “casarula” e, quando a primavera o in estate sentivano gli strilli disperati di un maialetto, accorrevamo, assieme ai gatti e ai cani del paese (ma quelli lo facevano per interesse e non per curiosità) ad assistere alla cruenta operazione.
      Un’altra operazione curiosa, un po’ meno cruenta e invadente, ma certamente dolorosa che doveva subire il povero animale era quella del “ferru filatu.” A quei tempi, infatti, il cemento scarseggiava o, comunque, se uno lo comprava cercava di utilizzarlo per mettere su quattro pietre e costruirsi una casetta, ma non poteva certo prendersi il lusso di sprecarlo per altri usi. Per questo motivo il pavimento (si fa per dire) dei porcili fabbricati con muri a secco o con quattro tavole vecchie incrociate tra loro, era quasi sempre in terra battuta. Ora i maiali avevano la simpatica abitudine di “rivullere” (rivoltare) il terreno adoperando il labbro superiore come se fosse un piccone.  Erano così abili e laboriosi che in pochissimo tempo riuscivano a scavare vere e proprie voragini che mettevano a serio rischio la stabilità del porcile e, a volte, addirittura finivano per demolirlo. Per evitare simili catastrofi i nostri nonni ricorrevano a una soluzione miracolosa: l’applicazione del “ferru filatu”. Generalmente due uomini afferravano il maialino e, mentre uno lo teneva stretto, l’altro, con una lesina da calzolaio gli praticava un grosso foro sul labbro superiore; poi vi infilava un pezzo di filo di ferro che, aiutandosi con una tronchese e una pinza,  attorcigliava in modo da non sfilarsi; quindi lo tagliava all’altezza di un paio di centimetri sopra labbro. Dopo di che l’animale, un po’ spaventato, veniva lasciato libero nel suo ambiente. La ferita generalmente cicatrizzava nel giro di tre – quattro giorni e il filo di ferro faceva così bella mostra sul labbro dell’animale che, appena si provava a scavare una buca, avvertiva una fitta al labbro che lo costringeva a desistere.
    Questa curiosa operazione mi viene in mente spesso ogni volta che mi capita di vedere in televisione o per strada un ragazzo o una ragazza col suo bravo piercing sul labbro o, addirittura, sulle palpebre o sulla lingua come se avessero scoperto gli extraterrestri, mentre i vecchi contadini quest’arte la praticavano da secoli. E poi mi vien da pensare quanto dev’essere bello per il loro partner baciarli o  accarezzarli e sentire sulle labbra o al tatto la dolcezza e il calore del metallo.

 

                ROSUZZA 'E PETRE - PETRE

       Viveva a Caccuri a cavallo tra il XIX e il XX secolo, una povera donna di nome Rosina, ma che tutti chiamavano Rosuzza e che, purtroppo, non sono riuscito a identificare. Era una sempliciotta, analfabeta che non aveva la più pallida idea di come fosse fatto il mondo. Viveva da sola perché il marito e i figli erano da tempo emigrati in America e il sogno suo impossibile era quello di poterli un giorno raggiungere per stare con loro e vincere la solitudine.
        In paese le volevano tutti bene, giovani e anziani, ma si sa, anche se si vuol bene a qualcuno, se questo qualcuno è un debole, un sempliciotto, uno che si beve tutto e non ha malizia, finisce per diventare la vittima di scherzi e sfottò a volte anche pesanti e la povera Rosuzza non sfuggiva a questa regola.
      Ogni volta che era preda della malinconia e si sentiva più sola, Rosuzza ripeteva, a chiunque avesse vicino, il  proposito di raggiungere  i suoi negli Stati Uniti. I paesani, divertiti le chiedevano come pensava di andare in America e lei, con tutta  l’innocenza e il candore di cui sono capaci le persone semplici, rispondeva che vi sarebbe andata a piedi. Allora subentrava la seconda obiezione:  “Ma come farai, ti perderai, tu non conosci la strada come farai per arrivare in un posto così lontano?", ma anche per questo Rosuzza aveva la sua soluzione: “Addimmannannu, addimmannannu.”
      A questo punto i burlone di turno le parava davanti l’ostacolo che a suo giudizio sarebbe risultato insormontabile: “Ma non puoi andare in America a piedi; c’è il mare, come farai a camminare sull’acqua?” E Rosuzza senza scomporsi: “’E petre, ‘e petre” (passando da una pietra all'altra come quando si attraversa un rigàgnolo). 


                                L'INGLESE DI NONNO SAVERIO

   Come tanti, forse come  tutti quelli che,  emigrati in America per lavoro,  fecero ritorno in Italia, per loro volontà o perché costretti da qualche grave motivo, nonno Saverio sentì per tutta la vita una struggente nostalgia per quel paese che, anche se lo aveva sfruttato costringendolo a scavare carbone a centinaia di metri sotto terra come un dannato, gli aveva dato, per la prima volta in vita sua, un po’ di dignità, quella dignità che invece gli aveva negato il Regno d’Italia dei Savoia che era nato circa un ventennio prima di lui e, soprattutto, gli aveva consentito di mettere da parte le famose seimila lire che occorrevano, agli inizi degli anni venti a Caccuri per costruirsi un monolocale di otto metri per cinque. Così, quando nel 1958 un ictus e una conseguente paralisi lo costrinsero a starsene a casa, lui che nella vita non aveva mai avuto un attimo di riposo e che quando tornava la sera a casa con l’asino carico di legna si caricava anch’egli più della bestia,  mi faceva sedere accanto a lui e mi parlava di quel mondo “fiabesco e sconosciuto.” 
   Ricordava ancora un po’ di quell’inglese maccheronico, probabilmente infarcito da termini gergali o forse dialettali americani che, da analfabeta,  era riuscito a imparare e che pronunciava ovviamente italianizzandoli, anzi caccuresizzandoli  senza badare alla purezza della lingua e, spesso, cercava di insegnarmi qualche vocabolo. Così mi divennero familiari parole come “échis” che poi scoprii essere gli  "eggs"   e “cisu”, cheese.
    A proposito di “cisu” una volta mi raccontò la storiella di un  napoletano, che entrato in uno store per fare acquisti, non riusciva a farsi capire dal proprietario e che, persa la pazienza apostrofò il gestore con un “Pozza murì accisu!” ottenendo, finalmente l’agognato formaggio.
     Da nonno sentii per la prima volta la parola “country”, che lui pronunciava sbrigativamente “contrì” con l’accento sulla “I”,  nel contesto di una canzoncina americana che non ricordo e che parlava della nostalgia di un emigrato per il suo paese. E ogni volta che la cantava (ma forse la cantava apposta quando era incazzato con l’Italia), malediceva il “suo country” nel quale era tornato solo per portarsi dietro la moglie  e i figli in America e dal quale non era più riuscito a ripartire.
    Sempre da nonno sentii per la prima volta in vita mia un motivetto orecchiabile e accattivante in una lingua incomprensibile che scoprii poi essere la famosa It's a Long Way to Tipperary” e fu ancora nonno Saverio a parlarmi per primo di un giovanissimo attore comico che aveva avuto modo di vedere in America nel corso di uno spettacolino per minatori, un tipetto con il baffetto, la bombetta, il bastone e delle buffe scarpe, che lui chiamava a modo suo, nel suo inglese approssimativo,  “Ciaracciappa” e che era in realtà il grande Charlie Chaplin.

 

                                      FRATELLI FODERO FUOCHISTI OVVERO "I PURBERARI"

      Nella prima metà del XX° secolo gli spettacoli pirotecnici della festa di San Rocco e delle altre feste che si celebravano a Caccuri erano curati da fuochisti del luogo, i fratelli Nicola e Vincenzo Fodero, originari di Belcastro, ma sposati  con ragazze caccuresi e residenti  nel nostro paese da molti anni. Uno dei numeri più apprezzati dai giovani e meno giovani del tempo era il famoso “asino scoppiettante”, una carcassa a forma di somaro costruita con stecche di legno e altri materiali di fortuna ed imbottita di girandole e botti che zu Nicola (a destra nella foto) si caricava sulle spalle prima di accendere le girandole  e di mettersi a “sgroppare” di qua e di là sulla piazza in un fantasmagorico gioco di luci e colori per la gioia dei presenti.

 

                                               'E CACCURI MANCU 'U PORCU



    Secondo il compianto dottor Aragona, autore del pregevole volume “Cerenzia, notizie storiche sulla città antica”, l’espressione “ ‘E Caccuri mancu ‘u porcu!” spesso sulla bocca degli abitanti dei paesi vicini, avrebbe origine nella nota vicenda del sequestro di una mandria di maiali di proprietà dell’Abbazia di San Giovanni in Fiore ad opera dai dipendenti del duca don Marzio Cavalcante nel XVII° secolo, "condotti prigionieri" a  Caccuri a bastonate. Tale ipotesi, però, non sembra suffragata da alcuna prova, né sono stati evidenziati nessi con i fatti di quei tempi. Forse potrebbe trattarsi di una di quelle solite invettive rivolte ai cittadini dei paesi vicini con i quali, inevitabilmente, si creano conflitti e antipatie, come la frase “Gente ‘e San Giuvanni né pe’ amici, né pe’ cumpagni.”

   

                     IL TEATRO VIAGGIANTE NEL SECONDO DOPOGUERRA

 

      Negli anni ’40 dello scorso secolo, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, anche  Caccuri era meta di compagnie teatrali viaggianti sui carri di Tespi che giravano in lungo e in largo la penisola cercando di sbarcare il lunario facendo dimenticare alla gente gli orrori della recente guerra con le loro “mirabolanti” commedie. Spesso, qui da noi, attori e capocomici erano vittime di piccole truffe e raggiri messi in atto da non troppo onesti giovanotti che si intrufolavano nel teatrino improvvisato (in via Parte nel garage Ambrosio o nel palazzo De Franco) con le più furbesche trovate, senza pagare il biglietto. Alcuni personaggi delle opere rappresentate divennero così popolari da trasformarsi in soprannomi di gente del luogo come "Famiglio", soprannome del compianto, carissimo compare Rocco Parrotta.

                                                                   A MARIETTA MORRONE LOPEZ
                                                                          di Umberto Lafortuna

 

      Riordinando i miei archivi mi è capitata tra le mani la fotocopia di questa stupenda ode del poeta Umberto Lafortuna dedicata alla signora Marietta Morrone Lopez che mi sembra degna di essere tramandata ai posteri per la bellezza dei versi e quella di due persone come la signora Morrone e l'illustre maestro caccurese che, oltre all'amica in questione, celebrò con il suo canto anche alltri amici come Ernesto Benincasa e Vincenzo Guzzo mettendo in luce tutta la sua grandezza, non solo di poeta per l'infanzia e vernacoliere. 

     Trascrivo questo capolavoro per chi non avese dimistichezza con la grafia di un tempo.

A Marietta Morrone Lopez con sincera, devota amicizia.

Diana nella caccia ebbe fortuna
Perché inseguì gli uccelli con la luna,
Ma tu, senza la luna e senza stelle,
Ai buoni colpi alterni le padelle.

Ma se la dea ti vinse per bravura
Nel giusto tiro, non te ne turbare
Quell'era zitellona e niuna cura
alla famiglia la potea legare.

Invece sposa, madre assai virtuosa
Conforto, luce, amor della famiglia,
Più di Diana tu sei preziosa
Sei rara perla nella tua conchiglia.

Caccuri 27-12-1929
Umberto Lafortuna

                                                                   TACCE E POSTE

 

 

    Chi ha meno di quarant'anni difficilmente avrà mai visto una "posta o una taccia", ma chi ha la mia età le ricorda benissimo perché gli capitava di vederle quotidianamente. Le poste si trovano ancora negli allevamenti di equini o in qualche scuderia, ma le tacce sono sparite da decenni cancellate dalla tecnologia come le macchine da scrivere, il calamaio, il lume a petrolio, perfino il flop disk. 
    Le tacce erano piccoli chiodi con la testa schiacciata a forma di ottagono che servivano per chiodare le scarpe dei contadini come misura antiscivolo, ma anche e soprattutto per preservare la suola e farla durare più a lungo. Erano quegli scarponi sporchi di terra che la sera il contadino puliva accuratamente e spalmava di sego (sivu), grasso di equini o di bovini, ma che i nostri nonni più poveri prelevavano dalla "vissica", la vesciga di grasso di maiale, praticamente strutto. L'operazione aveva lo scopo di ammorbidire la tomaia e proteggerla dalla terra e dagli agenti atmosferici per evitare che si tagliuzzasse.  Per molti le scarpe con le tacce, oltre che essere adoperate in campagna, erano anche le calzature per le feste e per i ricevimenti, tanto allora, almeno da noi, non ci si imbatteva in un pavimento con le piastrelle di ceramica o in marmo, al massimo ricoperto di vecchi mattoni cotti in uno dei mattonifici della zona come quelli di San Lorenzo o di Cerenzia. Le poste, invece, erano i chiodi con i quali i maniscalchi fermavano il ferro di cavallo, di asino o di bovino sullo zoccolo dopo averlo spianato accuratamente spianato con la "rosula", un particolare scalpello. Dopo aver posizionato il ferro e fissato le "poste", il maniscalco le spuntava con una tronchesi e la cavalcatura era pronta per il lavoro.  
 

P.S.
Il maniscalco nella foto era il compianto mastro Pietro Di Rosa, mentre il proprietario del mulo era zu Rosario Pasculli (Rusaruzzu 'u muletterri dei Barracco).

 

                                          SANTA RUMINICA

       Fino alla metà del secolo scorso quando un cacciatore uccideva un lupo riceveva il plauso di tutto il paese, soprattutto dei pastori ai quali la povera bestia ogni tanto scannava qualche pecora. La carcassa dell'animale  veniva portata in trionfo per le strade del paese seguita da una folla festante. Nella bocca si infilava un legno appuntito al quale era stata  infilzata un'arancia per tenere spalancate le fauci dell'animale e ognuno offriva un dono a colui  che aveva liberato il paese dalla bestia feroce. Una curiosità: il lupo ucciso con l'arancia in bocca veniva chiamato "Santa Ruminica" (Santa Domenica), forse perché, in ricordo del rispetto dei leoni nei confronti della santa che si rifiutarono di sbranarla quando fu condannata al martirio per cui i carnefici dovettero decapitarla, era considerata anche la patrona del lupo. I lupi venivano anche scherzosamente definiti dai nostri nonni "vacaturi", sfaccendati, nemici del lavoro. 
    L'ultimo lupo portato in "processione" nel paese fu ucciso, sul finire degli anni '50, dal signor Vincenzo Pasculli, impiegato comunale che praticala come hobby la caccia. 

                                                 CIAVULE (taccola, corvus monedula)

   "Che fine hanno fatto 'e ciavule?" è la domanda che ci poniamo in molti dopo la scomparsa di questi socievoli animali che  fino agli inizi degli anni '90   vivevano nei fori per impalcatura (grupi 'e nnàita)  del castello, nonostante la caccia spietata che gli davano i ragazzi con le loro frecce (fionde) da non confondere con i dardi  che scagliavamo con  l'arco (freccia a spizzìnguli dove 'u spizzìngulu era appunto il dardo). Per evitare equivoci  dirò  che, oltre che i dardi, con il sostantivo spizzingulu indichiamo anche la parte della tagliola per gli uccelli dove viene collocata l'esca.
   Ogni anno, nel periodo della nidificazione, quando nascevano i piccoli, decine e decine di ragazzi stazionavano nella villa comunale, ai piedi del castello sul lato nord e con le loro fionde tenevano lontane le madri che cercavano disperatamente di portare cibo ai figlioletti. Quando i piccoli, affamati si affacciavano dal foro in cerca della loro madre che tardava, spesso cadevano di sotto ed erano facile preda dei monelli, altre volte venivano colpiti dalle pietre scagliate dalla fionde finendo comunque a terra. Allora, purtroppo,  erano altri tempi e non c'erano ancora o perlomeno non operavano nella nostra zona le associazioni per la protezione degli animali come la Lipu per cui nessuno si premurava di far finire quel gioco crudele.  D'altra parte anche adesso, nonostante siano state approvate diverse leggi per proteggere gli animali, non si riesce ancora a vincere la battaglia contro la caccia. "Bisogna pazientà fino ar momento che quarche legge nun distinguerà chi ce fucila pe' necessità da chi ci ammazza pe' divertimento" scriveva  Trilussa, ma quel momento non è ancora arrivato. Comunque, nonostante quella spietata, barbara usanza, le ciavule non hano mai abbandonato il nostro paese e ci facevano tanta compagfnia; lo hanno fatto invece, stranamente, quando quella stupida caccia era cessata da oltre vent'anni. Chissà perchè? 

                                                                     ‘U RRUMMULU 

    Prima di parlare del gioco bisogna premettere che, per il 90%,  i "rrummuli" dei fanciulli caccuresi, erano fabbricati dagli stessi, spesso mettendo a repentaglio le mani esposte, pericolosamente, alle asce o alle raspe. Ma si trattava, quasi sempre, di veri e propri gioielli. I migliori erano quelli di "ilice" (elce, leccio), un legno molto duro che preservava " ' u rumulu" dai danni di cui parleremo in seguito. Le trottole che si compravano nei negozi, colorate e con la parte inferiore rigata, venivano disprezzate dai ragazzi che le chiamano spregiativamente "tavulonzi" (tavoloni, pezzi di legno molliccio).  Il gioco consisteva nel lanciare la trottola, attorno alla quale si attorcigliava un lungo spago,  cercando di colpire con la punta, quella del malcapitato di turno che era costretto a "parare", cioè a lasciare la propria trottola per terra alla mercè degli spietati compagni. Ovviamente le punte delle altre trottole lasciavano il segno, soprattutto se quella "parata" era un "tavulonzo". Se non la si colpiva direttamente, il lanciatore aveva la possibilità di prendere sul palmo della mano la propria trottola mentre ancora girava, accostarsi a quella "parata" e colpirla con la propria ancora in movimento. Se il lanciatore non riusciva a colpire la trottola direttamente o nemmeno  con la sua prendendola sul palmo della mano mentre ancora girava o, addirittura, non riusciva a fare girare la propria, doveva rassegnarsi a "parare" a sua volta "il suo rrummulu"  e assistere ai generosi tentativi di disintegrarglielo.
   Per stabilire a chi "toccava l'onore" di "parare" per primo, si tracciavano per terra dei cerchi concentrici (bersaglio) e si lanciavano le trottole. Chi colpiva più lontano dal centro o non riusciva a far girare la trottola, doveva rassegnarsi a fare da prima vittima.
    Per lanciare la trottola (minàre 'u rrummulu) c'erano due modi: " a mazza" e a "tira lazzu". Il primo era la tecnica che usavano quelli bravi, i campioni, il secondo quello delle schiappe come me. Per lanciarlo "a mazza" si avvolgeva la cordicella alla trottola, si portava la mano destra più o meno all'altezza dell'orecchio destro e si faceva roteare il braccio dall'alto verso il basso.  In questo modo si imprimeva al giocattolo una quantità di energia molto forte e la trottola girava molto più a lungo. Nel secondo caso, invece, la si portava all'altezza del petto e la si lanciava in avanti quasi parallela al terreno imprimendole una quantità di energia molto minore. 
   Anche di questo gioco esisteva una variante detta della "fossarella" (la buca). Tracciato il bersaglio, si scavava una piccola buca nel terreno alla distanza di una decina di metri. Stabilito col sistema del bersaglio  chi doveva "parare" la prima trottola, si stabiliva anche il numero delle "pernate", cioè dei colpi che ogni singolo giocatore   poteva infliggere alla trottola che finiva nella buca,  col perno metallico del suo "rrumulu". Allora il malcapitato di turno posava la sua trottola al centro del bersaglio e gli altri lanciavano il loro "rrummulu" cercando di colpire quello dell'avversario e infliggergli il primo danno. Poi prendeva la sua trottola sul palmo della mano mentre ancora girava, si avvicinava a quella posta a terra e gliela lanciava contro cercando di spingerla verso la buca. Questa operazione poteva essere ripetuta, dallo stesso giocatore, fin quando la sua trottola girava. Se sbagliava doveva depositare, a sua volta, la sua, nello stesso identico punto nel quale si trovava quella non colpita. Alla fine una delle trottole finiva nella buca e tutti i giocatori, a turno, le assestavano il numero delle "pernate" prestabilito tra le lacrime del povero proprietario. A volte, per evitare l'onta e i terribili danni al proprio "rrummulu", il poveraccio, lo afferrava di colpo e se la dava a gambe e allora erano botte da orbi.
  Per dovere di cronaca va detto che il più grande giocatore di "rrumulu" che io abbia mai conosciuto era il mio carissimo amico e coetaneo Antonio Mercuri che saluto con affetto.

 

                                                                             ‘A JOCCA  

" Me para ca se vo' parare jocca" esclamava mia madre quando una gallina cominciava a crocchiare e col un comportamento insolito, manifestava il suo "desiderio di maternità".  Allora la mamma prendeva una cesta di vimini, qualche straccio e si affrettava a prepararle il nido contenente un discreto numero di uova, sempre, chissà per quale arcano mistero, in numero dispari, che la chioccia si affrettava pazientemente a covare. Allora anche per noi fanciulli iniziava un'attesa impaziente che durava fino a quando le uova non cominciavano a schiudersi e i pulcini completavano l'opera liberandosi completamene dal guscio. Qualche volta capitava che fra le uova ve ne fosse uno "cuvatusu" cioè non fecondato dallo sperma del gallo, destinato fatalmente a marcire sotto la chioccia per cui dovevamo sorbirci il suo pestilenziale odore.  Ogni volta che la chioccia si prendeva una breve pausa allontanandosi per qualche attimo dal nido correvamo a esaminare attentamente le uova nella speranza di scorgere  qualche segno di vita.  Poi, quando nascevano i pulcini  e la covata cominciava a razzolare nel cortile, la seguivamo a prudente distanza perché la chioccia, temendo che volessimo far male ai piccoli, centuplicava la sua aggressività. Oggi anche da noi è difficile trovare qualcuno che allevi ancora galline e chi lo fa le compra già quasi adulte, di quelle nate nelle incubatrici.  Insomma una sorta di fecondazione assistita. Per le galline non si applica la legge 40 e la chiesa non è contraria alla riproduzione dei polli con metodi artificiali. Almeno per ora.  Addio vecchia, nevrotica, amata jocca!

 

                                                              ‘U RIOLU

    L’orzaiolo è una fastidiosa infezione di alcune ghiandole dell’occhio che si manifesta con una leggera tumefazione della palpebra, un malanno non molto grave che di solito guarisce da solo senza problemi, ma che comunque è bene non sottovalutare.
        La causa dell’orzaiolo, in dialetto “riolu”, secondo i nostri nonni aveva un’origine curiosa.  Insegnavano in fatti i nostri antenati che bisognava fare molta attenzione, quando si mangiava in presenza di una donna in stato interessante e e invitarla ad assaggiare un po’ di tutto di quello che si stava mangiando. Qualora chi mangiava trascurasse di farlo per maleducazione o semplicemente per sbadataggine  e la donna desiderasse assaggiare una qualsiasi pietanza, magari senza chiederlo per discrezione, lo scortese commensale sarebbe stato colpito, senza alcun dubbio, da un’orzaiuolo, ‘nu riolu, appuntu, mentre il bambino sarebbe sicuramente nato con una voglia.  Che dire, ragazzi, anche se oggi nei nostri paesi è sempre più improbabile imbattersi in una donna incinta vista lo spaventoso decremento demografico e se le occasioni per mangiare in compagnia praticamente non esistono più, stative accorti, non si sa mai.

 

                                                      ‘U PUTIGHINU (IL TABACCHINO)

   Fino alla fine degli anni ’60 del secolo scorso nel territorio caccurese esistevano ben 5 rivendite di “Sali, tabacchi e chinino di Stato” (Putighini). Tre erano ubicate a Ponte di Neto, Botteghelle e Santa Rania, 2 nel capoluogo (via Misericordia – Maria Mele, vedova Dardani ) e via Chiesa (Giovanni Marullo).  Negli anni ’20 e ‘30 ve ne era una sola gestita da Domenico Caccuri (Micuzzu Caccuri).
   Nei vecchi “putighini”, a partire dal 1895, si poteva comprare, oltre al tabacco e al sale generi del monopolo di Stato, anche il chinino, il famoso alcaloide che serviva per curare la malaria, una malattia diffusa in tutta l’Italia post unitaria, un medicinale prodotto dagli inglesi che ne avevano il monopolio e venduto a caro prezzo il che condannava i poveri a rinunciare alle cure. Per risolvere il problema, grazie all’interessamento del deputato e glottologo Federico Garlanda, fu approvata una legge con la quale lo Stato acquistava grandi quantitativi di chinino per rivenderlo a prezzi popolari nelle farmacie e nelle tabaccherie.

                                                                                  'A ZAGAROGNA

    Negli anni ’50 la vecchia corriera  per Crotone passava da Caccuri alle quattro del mattino, nel buio più pesto. Per questo motivo i Caccuresi l’avevano simpaticamente ribattezzata “ ‘a zagarogna”, il barbagianni, che, come è noto, è un uccello notturno.  A quei tempi un viaggio a Crotone o a Catanzaro poteva a volte trasformarsi in un'avventura, se non un incubo. Non era infrequente, infatti che la vecchia corriera forasse o l'acqua del radiatore andasse in ebollizione il che costringeva lo "chafferro", come lo chiamavano i nostri nonni, a un supplemento di fatica pe riparare il guasto. Fra l'altro doveva percorrere la tortuosa e a tratti sconnessa 106 per cui, per raggiungere da Caccuri la "città di Milone" impiegava oltre un'ora quando tutto andava bene. Verso la metà di quel decennio, oltre al pullman della ditta Romano, erano in servizio due noleggiatori, Luigi Pisano, con una Fiat Diesel 1400 e l'anziano Domenico Capozza con una delle prime Fiat 600.

 

                                          QUANDO SE 'MMIAVA LA CAMPANA

    Fino a quasi la seconda metà del secolo scorso la grande campana della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, fusa nel 1578 da Angelo Rinaldi per l’Università di Caccuri, veniva suonata a distesa ( 'mmiata) facendola oscillare pericolosamente  nel giorno in cui veniva eletto un nuovo papa. Quattro robusti giovani la spingevano con forza per imprimerle un moto oscillatorio. La cosa si ripeteva per alcuni minuti per comunicare l' "habemus papam" ai contadini sparsi per le campagne caccuresi. Il suono era così forte, assicuravano i vecchi caccuresi, che i rintocchi raggiungevano Altilia e Belvedere di Spinello. Il 2 marzo del 1939 in occasione dell’elezione al soglio pontificio di Eugenio Pacelli, papa Pio XII°, dopo qualche oscillazione all'improvviso si staccò il battaglio che finì su di un tetto di una casa di fronte il campanile sfondandolo. Da allora, per motivi di sicurezza, si pose fine a questa antichissima tradizione, ma il suono armonioso delle campane di Santa Maria delle Grazie, suonate magistralmente dal compianto Alfredo Rao, sagrestano della parrocchia, o da altri maestri campanari, specialmente in ocacsione di festività solenni, fu udito fino agli ultimi decenni del secolo scorso. 

 

                              FARFALLE E UPUPA NEL CULTO DEI MORTI CACCURESI

                                                 

  
Fra i nostri antenati, almeno quelli caccuresi, erano diffuse alcune curiose superstizioni che, ancora fino a qualche decennio fa, ci complicavano la vita e, spesso, creavano conflitti generazionali. Una era particolarmente stravagante. Una farfalla notturna che entrava in casa nelle calde serate estive attraverso una finestra lasciata aperta era, per i vecchi caccuresi del secolo scorso, sicuramente l’anima di un familiare defunto e veniva lasciata libera di circolare per casa. Ogni tentativo di scacciarla da parte di qualche “più sprovveduto” giovane componente della famiglia era pesantemente represso e l’incauto severamente redarguito.
  Altra superstizione sul tema della morte era  il canto dell’ùpupa (‘a pigula), il bellissimo uccello notturno celebrato anche dal Foscolo (l'ùpupa, e svolazzar su per le croci | sparse per la funerea campagna), nelle vicinanze del paese, era sicuramente un presagio di morte. Il giorno dopo, o al massimo nel giro di un paio di giorni, sicuramente qualcuno avrebbe cessato di vivere. Stesso valore premonitore aveva il guaire lamentoso e insistente di un cane.

 

                                         MATRIMONI E VISCUVATI RE LU CELU SU' CALATI

 

    Si sa, "Matrimoni e vIscuvati re lu celu su' calati", ma  le ragazze caccuresi in età di marito, nei secoli scorsi, avevano un sistema infallibile per sapere in anticipo che tipo di marito era loro destinato: quando volevano conoscere la sorte nuziale che le attendeva, gettavano  per strada una pietruzza e, dalla "meza porta"  guardavano attentamente il primo uomo che passava. Se era un contadino quella ragazza avrebbe sposato sicuramente un contadino, se passava un artigiano, sicuramente sarebbe stato un artigiano a portarla all’altare e così via.
    Per conoscere il loro futuro e se la fortuna sarebbe stata loro amica, ricorrevano, invece, a un oracolo originale, un rito particolare che veniva celebrato nel mese di giugno, il 23, vigilia della festa di San Giovanni Battista e il 28, vigilia della festa di San Pietro e Paolo. Dopo aver tagliato e bruciacchiato un fiore di cardo selvatico, lo esponevano sul davanzale di una finestra rivolta verso il mare e recitavano la seguente preghiera: “San Petru e San Paulu e San Giuvanni re Dio, facitime virere si fiorisca la fortuna mia.” Se il mattino dopo il cardo era rifiorito era presagio di grande fortuna se, viceversa, rimaneva bruciacchiato, era segno che la Dea bendata non era amica.