UNA STORIA DI EMIGRAZIONE - NONNO SAVERIO IL CLANDESTINO
 



     Giuseppe Guzzo, caccurese,  nonno dei miei amici Giovanni e Gabriele Guzzo, era emigrato nei primi anni del Novecento negli Stati Uniti, a Petersburg, nella Virginia. Prima di partire per l'America aveva avuto modo di stringere un'amicizia fraterna con nonno Saverio Chindamo, giffonese trapiantato a Caccuri nel 1902. Nonno Saverio gli aveva confidato più volte il suo desiderio di emigrare in America per fare fortuna e mantenere la moglie, i suoi tre figli e altri che eventualmente sarebbero ancora arrivati.  Giuseppe non dimenticò l'amico rimasto a Caccuri e un giorno gli mandò una cartolina postale con una sua foto e, sul retro, la sua "derezzione" di Petersburg.  Da quel giorno nonno non pensava ad altro che a emigrare negli Stati Uniti. Così riuscì a ottenere un prestito da uno dei signorotti del paese che si facevano pagare interessi da strozzino, e, in un giorno di primavera del 1914, con la cartolina con la "derezzione" nella mariola (la tasca interna della giacca), raggiunse Crotone con mezzi di fortuna, salì su di un treno e raggiunse Napoli per imbarcarsi. Purtroppo, tra il molo e la passerella della nave c'era uno scoglio da superare: la visita medica di idoneità. Per sua sfortuna gli venne riscontrata una piccola macchia sull'iride, un malanno che non gli impediva certamente di lavorare come uno schiavo, ma che per gli inflessibili medici  era una grave menomazione, così fu scartato e rimandato indietro. Disperato uscì in lacrime dalla sala visite e raggiunse il molo dove s'imbatté in un marinaio che doveva essere molto pratico di queste cose e che gli chiese il motivo del suo turbamento. Quando nonno glielo spiegò il marinaio gli disse di non preoccuparsi e che lui e alcuni suoi amici erano disposti a portarlo comunque in America a patto che pagasse loro l'importo della traversata. Nonno, incredibilmente si fidò e gli andò bene. I marinai lo fecero salire a bordo e lo nascosero nella stiva dietro una serie di botti di vino e, dopo alcuni giorni, arrivati al porto di New Jork,  gli fecero indossare una tuta di marinaio e gli dissero di fingere di scaricare botti e di svignarsela appena possibile. Così fu. Nonno riuscì a confondersi con la folla al porto e a dileguarsi. Chi oggi parla a vanvera di immigrazione e di scafisti dimentica o ignora che anche mio nonno e tantissimi altri italiani emigrarono da clandestini e pagarono gli scafisti del tempo.
   Dopo una serie di peripezie riuscì a rintracciare il suo amico Giuseppe Guzzo e altri paesani tra i quali Giuseppe Pitaro. Pochi giorni dopo iniziò a lavorare in una miniera di carbone a Clarksburg nella quale scavò come una talpa per lunghi sette anni. Durante questo periodo ebbe modo, lui, analfabeta, di imparare un po' di inglese maccheronico e di conoscere il giovanissimo Charlie Chaplin che all'epoca dava qualche spettacolino per sbarcare il lunario e che nonno nel suo inglese improbabile ribattezzò Chara Chappa.
     Verso la fine del 1920, col corrispettivo di 7.000 lire mese da parte, l'ex zommaru (cavatore di radica) decise di rientrare in Italia per poi tornare con la famiglia negli USA, ma il sogno americano si infranse dopo l'arrivo a Caccuri. Le non buone condizioni di salute di nonna Guglielma e la nascita di mia madre nel settembre del 1921 lo costrinsero a rimanere per sempre  a Caccuri dove visse fino al 1967 quando lo colse la  morte.