Sulla sedia a dondolo
                                                                           di Peppino Marino  
   A  una certa età  non è facile lavorare, non è facile scrivere, spesso non è facile nemmeno pensare. Lo si può fare solo se ci si limita a pensieri brevi, scritti altrettanto stringati, riflessioni fugaci sugli avvenimenti che ci scorrono davanti, magari, all'ironia  mentre con l'arrivo dei primi freddi ci trasferiamo dalla sdraio "alla sedia a dondolo".    
                         
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          Passa la pitta



   Come ogni anno, anche per questo Natale sulla mi tavola sua maestà la pitta 'mpigliata, quest'eccellenza della nostra tradizione pasticcera, il dolche tipico della presila a base di noci e uva passa e aromatizzata con cannella e liquori, una "mina anticarro" che ti fa lecacre le dita, delizia il palato e rinfranca lo spirito. Insomma, ho il sospetto che a ispirare Dante non sia stata Beatrice, ma la pitta 'mpigliata "che dà  una dolcezza al core, che 'ntender no la può chi no la prova."

 

 

 

 

                                                                     

                                                                          Sognare non costa niente



       A volte mi capita di sognare o forse sono visioni, chissà? Così alcuni monumenti, angoli suggestivi del paese, luoghi nei quali ho vissuto quasi settant'anni mi appaiono, come per magia, risanati, ripuliti, riportati all'originario splendore; come la facciata del convento dei domenicali senza quell'orrenda scala posticcia realizzata all'inzio del secolo scorso che deturpa orrendamente il monumento. Abbatterla e rimettere in pristino la facciata non dovrebbe essere un'impresa titanica. Basterebbe ripristinare l'accesso all'antico monasterao dall'interno del chiostro. Chissà che prima di lascaiare questa valle di lacrime questo sogno non si avveri. 

                                                                                                       Corbezzoli!



   Corbezzoli, che uova!", viene spontaneo esclamare di fronte a due prodotti davvero biologici di Zifarelli dove l'acqua è buona, l'aria altrettanto e il sole fa il resto. Da qualche anno abbiamo "arrazzatu" anche l'Arbutus unedo, come lo chiamava Plinio il vecchio (Unum edo, mangiane uno per volta) ricco di vitamina E, ma da consumare con moderazione per la grande quantità di alcaloidi che contiene e per la simpatica proprità di produrre una leggera ebbrezza come un buon vino generoso.  Questo secondo Plinio e secondo altri studiosi; secondo me una decina per volta si poossono manguiare tranquillamente. Io lo faccio spesso e non ho mai avuto problemi. E le uova? Beh, quelle non hanno bisogno di presentazione. 

 

      Ancora un crepuscolo caccurese, questa volta su via Portapiccola, l'antica strada che collegava la porta agricola del paese al suo cuore commerciale, la Misericordia,  e ai popolosi rioni di Pizzetto e Castello. L'altra importante entrata del paese era la Porta grande, all'inizio dei Mergoli, mentre la Porta Nuova, come si intuisce dal nome, fu l'ultima aperta nella cinta muraria e fungeva come una sorta di uscita di servizio per i Cavalcante e la loro servitù che alloggiava nel palazzo ducale conosciuto oggi come castello. 
   Oltre le vecchie case sel centro storico, sullo sfondo, si intravede San Nicola dell'Alto, Shën Koll, uno dei tre paesi dell'enclave arbëreshë della provincia di Crotone, un tempo paese di immigrazione per le sue miniere di zolfo e oggi ridotta a poco più di 800 abitanti. 

 

                                      LA CACCURI DI PARROTTA

  

                                       

    Signori, ecco a voi l'Ultima fatica di Vincenzo Parrotta, una Caccuri come non l'avete mai vista, almeno negli ultimi cinquant'anni e che avrà ammirato solo chi ha almeno una ottantina d'anni quando l'orizzonte era ancora sgombro. E' il panorama del lato sud della nostra cittadina, col castello e la "fu Mezzaluna" sulla sinistra che sovrastano l'antica Caccuri, ovvero l'insediamento rupestre la cui origine si perde nei millenni. A destra la porta Nuova e le case del centro storico che le erano a ridosso. Un quadro bellissimo che in molti vorrebbero possedere. Che dire? Complimenti al cuginone che continua a stupirmi. 

                                              OSSIMORI DI VITA
                                                di G. MARINO

Ho investito il mio tempo
in questo deserto brulicante
di ombre.
Un interminabile attimo
e mi ritrovo con le mani   
colme di nulla.   

                            I maestri pasticcieri di Soriano: scultori di leccornìe
                                                     

     Questa nostra amata terra di Calabria non finirà mai di stupirci; ogni volta che visiti un nuovo paese c'è sempre qualcosa di meraviglioso, di unico, di interessante e maledettamente bello da vedere, una regione che non solo è un immenso, inesauribile, sublime giacimento culturale, ma anche terra di artisti, intelligenze, creatività, produttività a dispetto di chi la dipinge come un peso morto per uno Stato che non se ne è mai curato, una landa desolata che vive di assistenzialismo , mentre è vero tutto il contrario. 
    La Calabria, non solo produce, dà un consistente contributo al PIL, esporta cervelli, è ricca di fermenti attivi, ma vince anche concorsi internazionali in tutti i campi: dalla robotica, ai vini, dall'olio d'oliva ai biscotti come questi mostaccioli del maestro Franco Eramo  che ho potuto ammirare questa mattina nel bar dei fratelli Eramo di Soriano Calabro nel quale sono esposti ai visitatori che provengono dalla Calabria, ma anche da tutte le regioni italiane, capolavori che sono stati esposti e hanno vinto premi anche in Francia e in Spagna, creazioni uniche nel loro genere, sculture degne dei più grandi maestri italiani.  
   Provate ad ammirare con un po' di attenzione il volto del Cristo, di Giovanni e delle donne
nella Crocifissione o la Pietà,  le statue e gli animali del presepe, l'Italia con la fascia tricolore e la sirena alla sua destra e ditemi con quale coraggio si possono divorare capolavori come questi? Davvero bravo questo maestro, come sono bravi tutti i maestri e le pasticciere di Soriano, la capitale del mostacciuolo. 

 

                               Canzone dello zappatore (e il sogno americano)
                                                     
di Peppino Marino

   Questa sera  voglio offrirvi questa Canzone dello zappatore che faceva parte dei brani composti per il  mio "musicol" "Caccuri 'e 'na vota messo in scena "nell'anfiteatro naturale" di via Portapiccola nell'agosto del 2008, in una sola settimana, con i soliti poveri, scarsi mezzi a disposizione e con attori dilettanti catturati mentre passavano per strada  e abbligati a recitare; un musicol che che raccontava la vita grama della povera gente nella prima metà del secolo scorso, gli amori, i tradimenti,  le meschinità, le furbizie per sbarcare il lunario, la vita sociale, la solidarietà, il lavoro delle donne e le beghe politiche degli anni immediatamente successivi alla Liberazione e, soprattutto, il sogno americano di tanti poveracci come lo zappatore convinto che il suo riscatto potesse passare attraverso l'emigrazione nella terra dello zio Sam.  Ovviamente quando parliamo di zappatore ci riferiamo al bracciante, non al contadino piccolo proprietario, a quello, cioè, che lavorava " all'antu" sotto lo sguardo vigile e canagliesco del soprastante. 

 

Ohi zappature chi te zappi ‘a capu

‘e stilla a stilla pe’ ‘na ricottella,

‘nu pugnu ‘e granu,

‘na buttiglia ‘e ogliu,

quattru castagne,

‘na junta ‘e caniglia.

 

Tu zappi

E l’atri s’inchjianu la trippa;

zappi la vigna,

stirpi la gramigna,

te inchji ‘e manu ‘e serchjie,

i costi rutti

e l’atri si ne goranu li frutti.

 

Ma ha de finire ‘sta nottata scura!

Puru pe’ mia s’ha de fare jornu!

Vena lu tempu chi canciu paise

E mi ne vaju pe’ sti regni, regni.

 

Cancia la luna e cancia la furtuna!

                                                             Surache, pane e sazizza


    Quando da fanciulli, negli anni '50 e '60 giocavamo alla sguiglia (la lippa per i non caccuresi) "i Cruci , Cruci", cioè alle periferie e nelle strade polverose del rione Croci, prima di colpire con la sguiglia 'u sguiglinu, recitavamo una specie di scongiuro o, se volete, una frase beneaugurante: "Pizzu, pane e sazizza". 'U pizzu credo fosse un riferimento alle due punte 'e ru spizzingulu (il pezzo di legno più corto che si faceva sollevare per colpirlo al volo) perché era appuntito (appizzutatu in dialetto), mentre non ho mai capito cosa c'entrasse il pane e la salsiccia. Per anni ho sempre pensato che questa cantilena la si recitasse solo a Caccuri, poi da adulto ho scoperto che è conosciuta anche nella Calabria centro - meridionale. 
   Queste cosucce mi sono tornate alla mente oggi a tavola mentre con mia moglie consumavamo un pranzo completamente autarchico costituito da un piatto di fagioli di Zifarelli condito con la salsa dei nostri pomodoro e l'olio di san Biagio, salsiccia fatta con le nostre mani e pane con lievito madre impastato e cotto da noi ieri sera come ci insegnarono a suo tempo mia suocera e mia madre.  Come si può capire, ci mancava il "pizzo" (anche perché pare che a Caccuri, per fortuna, sia sconosciuto, almeno ci auguriamo) che abbiamo sostituito con i fagioli, ma il pane e la sazizza erano regolarmente sul nostro, come dire?, piano di gioco. 

 

                                          'U settu 'e ra Miliè

     Questa sera vi offro un'altra mia poesia di qualche anno fa dedicata alla gente del mio paese.  E' sempre triste percorrere le strade del borgo natio, soprattutto quelle del centro storico e non incontrare nessuno, non ritrovare soprattutto quelle care persone che popolarono la nostra fanciullezza e la nostra gioventù, che ci insegnarono la vita e come si sta al mondo, che ci trasmisero la loro saggezza, il loro grande, prezioso patrimonio di conoscenze, la loro cultura, la loro arguzia, la loro bonomia.
   I nostri cari vecchi se ne stavano seduti sui "setti", i sedili in pietra che si incontravano sull'uscio delle case e in piazza, la nostra agorà, il più antico luogo di socializzazione assieme alle cantine e al salone del barbiere. Girando per le strade deserte da anni non le incontriamo più, i sedili sono vuoti, ma affollati di ombre, di ricordi indelebili di questa bellissima gente, di questi uomini straordinari che a distanza di decenni dalla loro scomparsa sono sempre lì a regalarci i loro preziosi doni: basta pescare nei nostri ricordi e condirli con un po' di fantasia. Buona lettura. 

 

Chi fulla ‘e umpre, quanta gente c’è

Oje allu settu re  la Miliè  ,

quanti persuni, quanta bella gente

ce viu seruta, ancora, cu’ la mente!

Quannu passu e ra chiazza ‘u guardu mutu

E me mintu a pensare ‘nu minutu.

Allura viu a Giuvanni ‘e Vatticore

Oppure a zu Rumuinicu ‘u Sciollaru,

Demme, zu Petru ‘u Pisciu, Vajanaru,

Peppinu Marinu, Saveriu lu zommaru.

Mo c’è zu ‘Ntone ‘e Cerza chi fissia’

Cu chine sta passannu pe’ la via

E zu Giuvanni Marullu, doppu ‘u bannu,

si c’è serutu mentre sta fumannu,

però c’è Ciorru chi ‘u guarda’ ‘e traversu

ca c’ha fricatu ‘u bannu e illu l’ha persu.

E ancora, Zu Rusariu ‘u muletteri,

Roccu Tianu, Pasquale ‘e sanceri,

Brunu, Guiruzzu, ‘Ntria, Cicciarellu,

Giuvanni ‘e Rizzeri, Battista ‘u monachellu.

Quanta gente a ‘stu settu s’è seruta,

quante storie canuscianu ‘ste petre,

ca, si ppe’ casu, potissanu parrare,

ancona n’  ‘e  potissanu cuntare!

Però, si ne fermami ‘nu momentu

E lu guardami cu’ ‘nu pocu ‘e amuri,

stu settu, veru e propriu monumentu,

ne murrari ‘u passatu re Caccuri.


                                              
Terroni e pure mantenuti 



  
Mattinata di lavoro duro quella di oggi a Zifarelli a seminare fave, piselli e agli che raccoglieremo nella prossima primavera con di fronte la più grande quercia del territorio caccurese. Alla nostra età uno potrebbe anche starsene comodamente a poltrire, ma un terrone, lo dice la parola stessa, è legato alla terra, la ama, la cura, la nutre ed ella lo ricompensa generosamente con i suoi frutti e le sue verdure. 
   Hisce ego rebus pascor, his delector, his perfruor, ma non come l'intendeva Cicerone; no, nel senso letterario, pardon, alimentare. Da sempre, infatti, mi cibo di verdura e, in misura minore, di frutta per cui me la procuro col mio lavoro pensando di compiere chissà quale grande impresa. Poi torni a casa, accendi il computer, vai a leggere qualche giornale on line e ti imbatti in un titolo come questo: "I grillini spaccano l'Italia: col reddito di cittadinanza ci toccherà adottare un meridionale a testa" e allora prendi finalmente coscienza di te stesso, di quel parassita che sei, da sempre mantenuto dai lombardi, dai piemontesi, dai veneti, perfino dai liguri, gente da sempre notoriamente generosa. Ecco cosa diavolo vennero a fare nel Mezzogiorno i vari Alarico, Genserico, Odoacre, Alboino, i normanni, gli svevi, gli angioini, gli aragonesi, Garibaldi, Bixio, quel brav'uomo di Cialdini  e tutti gli altri: vennero a portarci generosamente da mangiare, ad adottarci, a consentirci di sopravvivere da parassiti col generoso frutto del loro lavoro. Poi magari qualcuno, per coprire le spese della loro generosità ci alleggerì di qualche milione di lire del tempo (un po' di miliardi di euro di oggi) che custodivamo da quei morti di fame che eravamo nelle casse del Banco di Sicilia e di quello di Napoli, ma questi sono solo dettagli come dettagli sono la colonizzazione del Meridione, la simpatica frase di Brombini (Dobbiamo impedire a questa gente di intraprendere), le ferrovie da "quarto" mondo e altre cosucce.