Sulla sedia a dondolo
                                                         di Peppino Marino
  
   A  una certa età  non è facile lavorare, non è facile scrivere, spesso non è facile nemmeno pensare. Lo si può fare solo se ci si limita a pensieri brevi, scritti altrettanto stringati, riflessioni fugaci sugli avvenimenti che ci scorrono davanti, magari, all'ironia  mentre con l'arrivo dei primi freddi ci trasferiamo dalla sdraio "alla sedia a dondolo".    
                        
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                                        La formazione professionale "ecologica" e la morte dell'artigianato

   Ieri, dopo un po' di tempo ho ripreso in mano ago, filo e ditale e ho completato un copri piumone per il letto. Un ritorno al mio vecchio mestiere che appresi nel lontano 1963. Sembra un racconto di Paperon de Paperoni giovane, ma è una cosa vera. 
   A giugno del 1963, chiusa la scuola, i miei genitori, come tanti altri genitori caccuresi, mi misero a bottega da mastro Giovanni Gallo, uno dei più bravi sarti nella storia di Caccuri. Eravamo in sei "riscepuli" in una botteguccia di una ventina di metri quadri in piazza Umberto, ma il bel tempo ci consentiva di lavorare all'aperto seduti "supra 'u settu 'e ra Miliè" proprio al lato della porta della bottega. Gli apprendisti eravamo divisi in due gruppi: quelli come me, a tempo determinato che a ottobre sarebbero tornati a scuola e quelli più grandi che avevano già evaso l'obbligo scolastico e che restavano a bottega per tutto l'anno per apprendere il mestiere. Tra questi vi erano due amici carissimi, il compianto compagno Domenico Basile (Micuzzu 'u zabarbaru) e Domenico Guzzo (Micuzzu Rita), uno dei ragazzi più gentili, generosi e educati che io abbia mai conosciuto nella mia ormai lunga vita. Entrambi, più anziani di me, erano già allora sarti provetti, ma poi, con la crisi dell'artigianato, finirono per fare altri mestieri. Mico Basile diventò uno dei più bravi carpentieri della zona e Mico Guzzo fu assunto all'ENEL. 
   In quei tre mesi mastro Giovanni mi insegnò a infilare l'ago, a imbastire, a cucire i risvolti dei pantaloni che il maestro affidava ai più giovani, ad attaccare i bottoni e altre cosucce che ancora oggi, a distanza di quasi sessant'anni. mi tornano utilissime. Quella di una volta era la vera formazione professionale e tanti ragazzi divennero così bravissimi e onesti artigiani. Mandandoci a bottega i nostri genitori,  non solo ci facevano imparare un mestiere o, almeno delle cose utili che poi ci sarebbero servite, a costo zero, ma ci toglievano dalla strada e dai suoi pericoli prevenendo le devianze, la droga e altre tentazioni.  Oggi mi fanno ridere molti miei colleghi che, per ordine delle superiori autorità scolastiche e di ministri e pedagogisti incompetenti, si affannano a inventare progetti contro la devianza o quelle strutture finanziate con soldi pubblici che diventano inutili e inutilizzate cattedrali nel deserto, sperperando risorse  che non si trovano per riparare le micidiali buche che costellano le strade interne dei nostri paesi e delle nostre città o per curare adeguatamente malati gravissimi o affetti da malattie rare. Ai nostri tempi a prevenire le devianze a a insegnarci cose utili erano mastro Giovanni Gallo, mastro Peppino Pitaro, mastro Michele Marino e altri bravi artigiani. Allora la formazione professionale era affidata a questa gente e non alle regioni, una formazione professionale pulita, "ecologica", senza scandali, senza ruberie, senza lavoro straordinario per la magistratura impegnata a stroncare gli abusi. come spesso accade oggi. Purtroppo a un certo punto si decise  di distruggere l'artigianato (a parte il  fatto che i pochissimi artigiani che ci sono rimasti se prendessero a bottega un fanciullo prenderebbero l'ergastolo e non per sfruttamento del lavoro minorile ed altre corbellerie, ma perché farebbero concorrenza a certi maneggioni della formazione "assistita da Pantalone"). L'industria cominciò a fabbricare scarpe di cartone a basso costo convincendoci che era più conveniente comprare ogni volta le nuove invece di andare a risuolarle dal nostro amico ciabattino che chiuse la bottega, e mobili di truciolato pesanti tonnellate, ma che si sbriciolano come biscotti, mentre i furbastri giravano per i paesi a fare incetta di antichi mobili in noce, castagno, ciliegio barattandoli con quelli di truciolato laccato e i falegnami chiusero le botteghe; come i sarti, come i fabbri, gli orologiai, e altri ancora. I nostri paesi si spopolarono, i fanciulli smisero di andare a bottega e oggi vanno (o meglio dovrebbero andare nelle strutture anti devianza) nei vari deserti costellati da cattedrali nei nostri paesi morti e senza botteghe. 
  

         Un interessante libro di Giovanna Calvo

   Sta per andare in stampa un libro moto bello e molto interessante della carissima amica Giovanna Calvo scritto in collaborazione con Marco Ciconte, avvocato, giornalista e drammaturgo calabrese. Giovanna, libero professionista, esponente di Libera, fu per alcuni anni la mia redattrice capo quand'ero collaboratore di un giornale locale. Conoscendo la sua vasta e profonda cultura, i suoi interessi, la sua sensibilità sono sicuro che Storie e contro storie sarà sicuramente un libro interessantissimo e di successo. Chi vuole può prenotarne una copia a questo link: https.//bookabook.it/libri/storie-controstorie.
   A me non resta che fare un grosso in bocca al lupo a Giovanna e raccomandare agli amici di prenotare una copia del volume. 

 

 

                                                                                              LO ZUCCHINO D'ORO

   Forse è vero che quando s’invecchia si diventa brontoloni, ci si lamenta di tutto e, senza che nemmeno ce ne accorgiamo ci ritroviamo a ripetere la fatica frase: “Eh, una volta si che era tutta un’altra cosa.”  Ma siamo davvero sicuri che si tratta di rinco…mponimento senile o, viceversa, siamo in presenza di una realtà che cambia davvero in peggio? Per esempio, in questi ultimi giorni ho seguito in tv Lo zecchino d’oro, il bellissimo festival canoro dei fanciulli che va oramai in onda da una sessantina d’anni. I fanciulli sono sempre bravissimi, gli autori delle canzoni e gli orchestrali pure, anche i conduttori, non voglio qui gettare loro la croce addosso, ma  l’impostazione dello spettacolo  mi fa indignare fino a spegnere la tv.
   Una volta a condurre la kermesse canora era solo il suo creatore il grande Cino Tortorella che vestito da Mago Zurli, dialogava continuamente e solo con in concorrenti in erba, si avvaleva ogni tanto della collaborazione di Topo Gigio (Peppino Marzullo) per qualche breve sketch o scambiava qualche rara battuta con la compianta Mariele Ventre, direttrice del coro. In questo modo i protagonisti dello spettacolo erano, come giustamente doveva essere, i fanciulli che avevano ampio spazio. Oggi invece a presentare lo Zecchino è una pletora di conduttori che si parlano continuamente tra loro togliendo spazio ai piccoli cantanti che in tal modo diventano non i protagonisti del festival e dello spettacolo televisivo, ma comparse il cui unico ruolo è quello di consentire ai presentatori di chiacchierare tra loro. Insomma dallo Zecchino d'oro allo Zucchino d'oro.  Praticamente la brutta copia di Sanremo con i suoi ospiti strabilianti e strapagati che diventano i protagonisti e le canzoni fastidiosi, ma insopprimibili contorni. Quanta differenza da quando protagonisti non erano nemmeno i cantanti, ma i brani musicali affidati a due interpreti diversi proprio per valorizzarli al massimo (i brani, non i cantantio). Stesso discorso per telecronache delle partite di calcio, una volta affidate a un solo telecronista e oggi invece a due o tre che finiscono per cazzeggiare tra loro per tutta la durata della partita e per propinarci la loro mirabolante preparazione tecnica che oscura quella degli allenatori delle squadre in campo finendo per distrarre e infastidire il telespettatore. Non metto in dubbio che alla maggioranza dei teleutenti la cosa piaccia, altrimenti non sottoscriverebbe i famigerati abbonamenti televisivi che sono alla base della morte del Nazionale, ma a me capita ogni volta, puntualmente, di schiacciare il testo off per non sentire il fastidioso chiacchiericcio.

 

                                                        L'olio della salute da una cultivar caccurese



    Anche per quest'anno ci siamo tolti il pensiero della raccolta delle olive e della loro frangitura, un raccolto quasi irrisorio per colpa del tripide, un maledetto insetto nero che ha vanificato il lavoro di tanti piccoli olivicoltori della fascia della Presila Crotonese oltre i 350 - 400 metri di altitudine. Così oggi al frantoio sembravo " 'u monacu 'e circa", uno di quei simpatici monaci che fino agli anni '60 giravano nei paesi con una latta metallica di una decina di litri a cercare l'elemosina di un po' di olio per il convento. Alla fine sono tornato a casa con 20 chili di olio extra, extra vergine di pennulara di Caccuri ( ph 0,2%) che, a giudizio degli esperti, è uno dei migliori oli del Mediterraneo anche se nessuno si è mai preoccupato di promuoverlo, di incrementare la produzione e di commercializzarlo, anzi, fino a qualche anno fa, molti contadini caccuresi piantavano altre varietà convinti che "l'erba del vicino è sempre più verde" non sapendo che, in questo caso, la nostra è così verde da sembrare addirittura bluastra. La punnulara pare sia stata  introdotta nel territorio caccurese dai monaci basiliani nel VI secolo dopo Cristo ed è originaria della zona di Troia, la città di ettore e di Enea.  Ora pare che le cose stiamo cambiando, almeno a livello di piccoli produttori. L'olio di pennulara, pianta che si trova solo nel territorio compreso tra Verzino e Cotronei.  possiede  delle caratteristiche organolettiche eccellenti con un contenuto di acido oleico che supera abbondantemente l'80% e un basso contenuto di acido palmitico 7-8%, un rapporto ottimale  tra acido oleico e acido linoleico e tra insaturi e saturi ed è ricco di polifenoli anti ossidanti. Insomma un olio veramente eccellente. Peccato averne portato a casa solo 20 chili  che, comunque, rispetto alla quantità di olive molite rappresenta una resa del 22,2%, un "bottino" molto lontano dai quasi due quintali di tre anni fa.  Per l'anno venturo cercheremo di attrezzarci contro questo parassita che mette a repentaglio le nostre coronarie e la nostra "gioventù". 

                                                           Denunciare? No, magari mi faccio denunciare. 



   Scusate, amici, se l'aggettivo delinquenti vi sembra un po' forte, quale potremmo usare, secondo voi, per definire l'autore o gli autori di questa bravata? Non è la prima volta che sono vittima di queste mascalzonate, ma questa credo sia la più stupida e non riesco proprio a capire il perché l'ignoto autore abbia praticato questo foro nella recinzione della mia proprietà non essendoci nulla da asportare dal momento che quest'anno non ci sono quasi  nemmeno olive. Misteri di questo paese di brava gente, di gente civile, rispettosa e via elogiando. La cosa più assurda è che questa recinzione separa due proprietà entrambe recintate. Se il bravo manzoniano ha scavalcato una delle due recinzioni a che scopo ha poi praticato questo foro? Per fare dispetto a me? Per fare dispetto al confinante? Per procurarmi dieci minuti di lavoro extra, il tempo che ho impiegato a riparare il danno? Non lo so, quello che so è che se avessi colto sul fatto l'ignoto miserabile, non lo avrei denunciato, ma mi sarei fatto denunciare.  

                                                          La Chiesa svedese e la natura di Dio

    La chiesa luterana svedese ha deciso di abolire, a decorrere dalla prossima Pentecoste, i termini maschili riferiti a Dio cose Signore, Padre, Lui perché Dino non è un uomo e non ha sesso per cui basta chiamarlo semplicemente Dio che è un termine sufficientemente neutro. Non si tratta di una impuntatura di genere (il capo della chiesa luterana svedese è una donna), ma di una decisone che, a mio avviso (parlo da ateo e da completamente ignorante in materia) comporta notevoli problemi di natura teologica. A mettere in discussione il “genere” di Dio, se non ricordo male, fu, alcuni decenni fa, papa Luciani che nei pochi giorni del suo breve pontificato ebbe modo di dichiarare che Dio non è padre, ma madre, ma la presa di posizione svedese va molto oltre quella di papa Giovanni Paolo I e rischia di mettere quantomeno in dubbio, la figura di Cristo e il principio della Trinità. Se, come ci hanno sempre insegnato, Cristo è “vero Dio e vero uomo” allora se Dio non è uomo, come può Cristo suo figlio essere vero uomo? E se Dio non è uomo come si può ancora sostenere che egli è contemporaneamente Padre, Figlio e Spirito santo? Inoltre se Dio non è uomo, può essere considerato uomo un essere nato da una donna ma, evidentemente fecondata non dal seme di un uomo, seppure Dio? Una decisione che non fa che aumentare i dubbi di quelli come me che si sono sempre rifiutati di accettare un dio già preconfezionato e delineato con precisione assoluta da accettare senza discutere e senza dubbi pena il rogo, le persecuzioni, le discriminazioni e le scomuniche. Comunque siccome i luterani non sono degli sprovveduti, ci aspettiamo ulteriori chiarimenti. Un dibattito molto interessante sul quale mi piacerebbe sentire il parere di autorevoli teologi e di molti amici credenti.  

                                                                                    "Dove abbiamo arrivato!"

    Uno strano fenomeno ha attirato oggi pomeriggio la mia attenzione. All'improvviso grandi macchie di sangue sono comparse sul pavimento del mio salotto. La cosa mi ha preoccupato per un bel po' e ha rischiato di mettere in crisi il mio scetticismo di miscredente incallito. L'evento mi sembrava razionalmente inspiegabile poi, piano, piano, riflettendo sul fatto che le macchie erano comparse vicino al mobile che ospita il televisore, ho capito che il sangue era colato dai denti dei vampiri televisivi che, quotidianamente si nutrono delle povere vittime di assassini e squartamenti che sembra siano oramai diventati lo sport preferito degli italiani. Per rendersene conto, basta accendere il televisore in un pomeriggio qualsiasi della settimana e sintonizzarsi sui canali giusti per godersi l'intervista al parroco che ha battezzato la vittima, alla maestra che le ha insegnato a scrivere, all'amica o all'amico del cuore, alla parrucchiera che le acconciava i capelli, al vicino di casa. Ovviamente si fa la stessa cosa per il carnefice, giusto per par conditio. 
   A volte mi chiedo perché la polizia giudiziaria, i PM, i GIP perdano tanto tempo a fare il loro duro, difficile  lavoro quando la televisione  offre loro su un piatto d'argento una vasta mole di indizi e prove indiziarie. "Dove abbiamo arrivato!" diceva un improbabile preside in una famosa barzelletta. 

 

                                                              Fiori d'autunno della casa

   Bloccato a casa da una pioggerellina  che più che cadere dal cielo sembrava uscire da un nebulizzatore, ma che, comunque, mi ha impedito di andare al lavoro  nella mia campagna, tra una pausa di lettura e l'altra della Storia della filosofia greca di Luciano De Crescenzo che ho ripreso in mano dopo un po' di anni, giusto per rinfrescarmi la memoria, mi sono sbizzarrito a inventare un piatto utilizzando quello che mi capita tra le mani. In questo caso un po' di porri e di corbezzoli raccolti ieri mattina a Zifarelli, quattro mandarini, delle frese integrali e un po' di gamberetti rinvenuti nel congelatore.
  Dopo aver fatto bollire a lungo i porri e alcune fettine di patate in acqua salata, li ho frullati  aggiungendo un cucchiaio di latte e poche gocce d'olio e ne ho ricavato una cremina leggermente densa che ho spalmato sulle frese integrali guarnendo con un corbezzolo e alcuni spicchi di mandarini collocandoli su un piatto di portata. Al centro ho formato un laghetto di gamberetti e servito in tavola. Il risultato ci è parso apprezzabile. Il mix di sapore delicato della crema di porri e del mandarino dolce sul pane integrale era gradevole e si combinava abbastanza bene con quello dei gamberetti. Magari qualcuno potrà storcere il naso, ma "a me me piace", come dice Gigi Proietti.

   

                             Jules Verne, il mio professore di matematica



   Ieri, spolverando alcuni volumi della mia biblioteca mi sono capitati tra le mani questi due bellissimi libri che sono stati molto importanti per la mia formazione. Credo non ci sia bisogno di spendere molte parole per il Cristo si è fermato a Eboli, per la lucida analisi dei mali del Mezzogiorno, della loro origine, delle responsabilità dei governi e delle classi dirigenti, della borghesia meridionale, dei ceti politici subalterni, temi magistralmente trattati da Carlo Levi,  per cui vorrei  dire qualcosa su libro di Jules Verne che, fra le altre cose, mi ha fatto innamorare della didattica e mi ha fatto capire quale grande responsabilità mi sono assunto quando ho scelto il mestiere di insegnante. Devo  un sincero ringraziamento a Verne per avermi  aiutato a superare l'esame di Stato con un  otto in matematica, io che odiavo questa materia e che fino al secondo anno dell'istituto  magistrale avevo sempre penato per raggiungere la sufficienza. Il fatto è che i miei insegnanti della scuola media e del magistrale erano completamente digiuni di didattica. Per anni mi fecero risolvere equazioni e proporzioni senza spiegarmi chiaramente a cosa servissero. Il massimo che mi dicevano era che il prodotto dei medi era uguale al prodotto degli estremi e la cosa finiva lì o che come trovare l'incognita indicata con x, ma cosa fosse questa maledetta incognita o a cosa servisse praticamente una proporzione rimaneva un mistero. Stesso discorso per le similitudini dei triangoli: ti insegnavano i criteri, ma non come utilizzarli per risolvere problemi pratici, quotidiani. Poi, quando all'età di 16 anni  i miei cominciarono a mandarmi i soldi dalla Svizzera e mi nominarono amministratore delegato dei loro risparmi, cominciai a comprare qualche libro per ragazzi dalle edizioni economiche,  tra i quali quelli di Verne: Dalla Terra alla Luna, Intorno alla Luna, 20000 leghe sotto i mari e L'isola misteriosa e fu proprio leggendo L'Isola misteriosa e di come l'ingegnere Ciro Smith misurava l'altezza di una parete a strapiombo senza dover calare una fune dalla cima della parete, ma servendosi di un bastone piantato nel terreno e del quale conosceva l'altezza che capii finalmente a cosa servivano le proporzioni e mi si aprì l'intelletto e mi innamorai della matematica. 
   Grande Verne! Grande romanziere per l'infanzia e grande divulgatore. Chissà se oggi i miei colleghi di tutte le scuole italiane impegnati a somministrare quiz come dei bravi conduttori delle televisioni pubbliche e private,  nella scuola delle tre "I" e nella buona scuola renziana, consigliano ancora ai loro alunni la lettura dei libri di Verne? 

                             Tu digli che ti ci ho mandato io

     Ancora a proposito dei referendum  lombardo – veneti muoio dalla voglia di dedicare ai giornalisti italiani una bellissima canzone di Alberto Sordi che parla di un ameno paese il cui sindaco è un suo amico e che raccomanda caldamente di visitare a un altro suo amico che non gli deve essere del tutto simpatico.
   Da settimane i pennivendoli nostrani ci ricordano che il referendum catalano è incostituzionale perché dichiarato tale da una corte costituzionale  di nomina interamente politica, ma nessuno di loro, a meno che non me ne sia sfuggito qualcuno, si è degnato di ricordare ai suoi lettori o ai suoi telespettatori ammaestrati che quelli padani incostituzionali lo sono ancora di più. La nostra Costituzione, infatti, se non soffro già di Alzheimer e se la memoria mi sorregge ancora, mi pare preveda solo il referendum abrogativo. Di conseguenza quelli di domenica scorsa sono solo una buffonata costata un bel po’ di milioni alle esauste casse pubbliche da rimpinguare urgentemente con le tasse che i padani chiedono di non pagare più allo stato centrale. Insomma un prologo della campagna elettorale 2018 pagato da Pantalone come i diamanti dei Bokassa nostrani. Viva l’Italia, l’Italia derubata e colpita al cuore (De Gregori).

 

                                  CONSIGLI DI UNO CHEF  DILETTANTE CHE SI DILETTA



   Ditemi quello che volete, ma oltre Zifarelli e le mie coltivazioni, i libri e la cucina sono le mie due passioni. Per ragioni che capirete benissimo, l'interesse per la cucina viene prima dei libri e, a dire la verità, anche prima dell'agricoltura anche perché il buon cibo è il fine della mia attività agricola. Così la domenica, dopo una settimana di duro lavoro nei campi, 'U tamarru se muta', cioè il contadino Peppino Marino si sveste dei panni da cafone, si veste in modo più decente e si prepara il pranzo domenicale. Ed ecco cosa mi sono inventato ieri a cominciare dal secondo che  in realtà sarebbe un antipasto se non fossimo in regime di dieta. Si tratta di una delle ultime creazioni che ho ribattezzato "Fiori integrali." 
Vi spiego in che consiste. Per prima cosa ho preparato un patè secondo questa mia ricetta:
Mettere nel mixer due filetti di alici sott' olio, tre cucchiaia di borlotti precotti, tra cucchiaia di olive infornate sott'olio denocciolate, una scatoletta di tonno all'olio di 80 grammi, due cucchiai di grana macinato, un cucchiaio di olio d'oliva, un cucchiaino di semi di finocchietto e una spruzzata di pepe e frullare per un paio di minuti. 
  Bagnare leggermente alcune fresine integrali di forma circolare e spalmarvi sopra delicatamente il patè, Collocare al centro delle fresine una oliva verde pugliese a mo' di pistillo,  pezzettini di sottilette al cheddar e foglioline di basilico spezzettate.
Il risultato mi è parso eccellente.
   Il pranzo è stato poi completato, o meglio ha avuto inizio, con un bel piatto di fagioli con canocchie (cicale di mare) preparato con pazienza e trepidazione. Il tutto, ovviamente, innaffiato col mio vino di Zifarelli. 
   Non so se il mio pranzo vi piace, ma, per dirla con Proietti, "A me me piace."


   

                                                                        Beata ingenuità!

   Leggo sui giornali on line di un’apertura di Speranza, leader di Mdp, a Renzi e al PD per un confronto sui temi caldi come la legge di bilancio e la legge elettorale. La cosa, francamente, mi deprime e mi fa cadere le braccia. E’ vero che in politica tutto è possibile e non bisogna mai arrendersi, ma pensare che qualcuno possa dialogare e confrontarsi con i Renzi, i Rosato, le Boschi, e gli altri renziani o, addirittura, poter stipulare accordi credibili con questo signori è come credere che i bambini li porta la cicogna, che la Befana entra nelle case dai camini e che i banchieri sono dei filantropi.  Infatti sia il cacciaballe, sia il suo neo legislatore hanno subito risposto picche: “Per il futuro, forze, ma adesso bevetevi il rosatellum e non rompete“
   Ma a fare tenerezza col suo ingenuo candore è, ancora una volta, il simpatico, amabile,  eternamente  sorridente Bersani che dopo aver definito quella di Speranza “una iniziativa importante, una proposta seria”, conclude  augurandosi  che le risposte siano altrettanto serie e non arroganti né propagandistiche.”  Inguaribile ragazzo! Ma quando si farà un po’ furbo?
   Speranza, Bersani, scusate, ma pensate davvero di poter creare qualcosa di serio e di importante, magari un partito serio di sinistra, sprecando ancora il vostro tempo a parlare ai muri? Possibile che dopo aver consegnato, accettando le balorde e truffaldine primarie, aperte, quello che restava del più grande partito della sinistra europea a Renzi, alla destra e ai burattinai che magari dirigono le operazioni, possiamo ancora lasciarvi guidare l’autobus col rischio di finire in un altro più profondo burrone?  Per favore, ve lo chiedo da compagno che vi vuole bene e vi stima per la vostra rettitudine, fatevi da parte; se volete tesseratevi pure a un eventuale partito di sinistra, se mai nascerà, ma lasciatelo guidare a qualcun altro meno ingenuo, magari  D’Alema,  Fassina o  un giovane emergente, ma voi lasciate perdere. In politica l’ingenuità è pericolosissima.

 

                                                                     Destinazione Matera e Crotone

   Abbiamo appreso dai giornali che il segretario del PD si è lanciato in una nuova avventura che lo vedrà percorre l’Italia in un treno  che toccherà 100 luoghi, per ascoltare i cittadini (sic). Uno spottone elettorale che dovrebbe costare un bel po’ di soldini a un partito che ha messo in cassa integrazione i suoi dipendenti proprio per precedenti di questo tipo e che si poteva evitare dal momento che esistono mille altri modi diversi per ascoltare i cittadini, ammesso che una volta ascoltati poi tenga conto delle loro esigenze e dei loro bisogni, piuttosto che di quelli dei banchieri e di Confindustria.
   Non sappiamo ancora se Renzi deciderà di arrivare in treno anche a Matera e a Crotone perché se così fosse i cittadini di Matera potrebbero ritenersi fortunati potendosi risparmiare lo strazio di ascoltare lui e le sue frottole, mentre a Crotone, col treno, arriverebbe fuori tempo massimo, a elezioni politiche già concluse. A meno che non decidesse di arrivarci in auto, magari assieme al ministro Delrio, quello dei sassi. A quel punto credo che i calabresi potrebbero e dovrebbero infliggere loro, a espiazione delle  gravissime colpe di questi siognori, il più grande castigo che si possa concepire, la più terribile delle torture che sia mai stata inventata dalla mente contorta degli esseri umani: costringerli a percorre sia all'andata che al ritorno, la statale 106 jonica.

 

                                                                                  SCULTURA  METAFISICA

    Se non ricordo male nella scultura metafisica gli artisti spogliano gli oggetti della chiarezza della loro funzione per collocarli in contesti diversi, impensabili nei quali, oltre a sorprendere e confondere l'osservatore, non si capisce che ci stiano a fare. Evidentemente lo sporcaccione di turno che ha collocato questi due vecchi materassi nei pressi del ponte di Ielandaro, sulla riva del ruscello  che scendendo da Patia raggiunge i Campanelli per poi confluire nel Neto, è anch'egli un artista metafisico, un collega di de Chirico. Allora vogliamo trovare un titolo a questo capolavoro di questo ennesimo zoticone? Io proporrei, trattandosi di un materasso,  "Il letto del ruscello". Che ne dite?

                 PONI IL SEME E SPERA …….IN QUALCOSA

       Oggi abbiamo completato la piantagione delle patate e da domani in poi ci possiamo dedicare alla semina dei fagioli, mentre fave e piselli cominciano a mettere i fiori.  Noi contadini piantiamo, seminiamo e speriamo. “Poni il seme e spera in Dio”, ripeteva spesso il bravo Frate Indovino. Io, per ovvi motivi, non me la sento di chiamare in aiuto il Padreterno per le mie faccende, anche se, non avendolo mai importunato con richieste ridicole, se gli chiedessi qualche favore me lo farebbe certamente con piacere, ma è giusto che Lui  si occupi  di problemi ben più importanti, specie di questi tempi e con i politici che ci ritroviamo.  Allora mi limito a sperare nel bel temo, nella buona annata e nella fortuna senza la quale, come dimostra l’ esistenza di certi personaggi televisivi e di tanti sedicenti imprenditori italiani, non si va da nessuna parte.

                                          Lettera a San Giuseppe

 



Caro San Giuseppe,
domani è la tua festa, o meglio, per dirla con i versi che cantava il maestro Sergio Bruni, "anzi lo era."  Tra una festa del papà, una della mamma, del nonno, della nonna, della vecchia zia,  un San Valentino, probabilmente nessuno si ricorderà di te e se qualcuno se ne ricorderà, farà di tutto per non farlo trapelare. Ma tu non te la prendere; viviamo, ahimè, in tempi di rottamazione; in politica, ma anche nella religione e nuovi santi rampanti irrompono sulla scena e pretendono gli onori degli altari. E poi, caro San Giuseppe, ammettilo, la tua storia fa riflettere parecchio sul tipo di adozioni che oggi molti contestano e avversano; meglio dimenticarla.  Sei un po' triste? Ma no, non ci pensare, prendila con filosofia; fai come i tanti poveretti che sono costretti a stare nel PD. Tante persone ti vogliono bene e te ne voglio anch'io, anche perché portiamo lo stesso nome.
   Un abbraccio e un saluto affettuoso alla Famiglia. Tuo affezzionatissimo
                           Giuseppe Marino

                                                 Appello umanitario

   Faccio appello alla FAO, al WFP, all'UNICEF, alla Caritas, insomma a tutte le agenzie alimentari e associazioni caritatevoli per aiutarmi a sfamare questa mandria di scansafatica e parassita che ogni mattina mi assale e mi scorta fino al "punto di ristoro" e non mi lascia in pace se prima non le riempio una ciotola con almeno mezzo chilo di croccantini e altre cibarie. Tenete presente che ce ne sono ancora due fuori campo   e certe volte, senza nemmeno chiedere il mio parere, invitano a pranzo anche qualche loro amico. Qui la situazione rischia di degenerare. Finisce che qualche mattina non mi presento puntale all'appuntamento in campagna e poi vediamo che succede. Quelli magari sono capaci di venirmi a scovare a casa. 

                        SONO UN MACCHIETTA

   Da ieri ho scoperto di essere anch’io una macchietta, ma la cosa, francamente, non mi ha sconvolto, anzi ne sono felice. E’ grazie a macchiette come me che questo paese si è liberato dal nazi - fascismo, ha cacciato una dinastia corrotta e proclamato la repubblica, si è dato la Costituzione più bella del mondo difesa a furor di popolo lo scorso 4 dicembre dagli italiani, ha approvato un’avanzata legislazione sul lavoro, ha conquistato diritti civili, dignità, si è inserito tra i paesi più industrializzati del mondo. Poi alle macchiette si sono sostituiti  guitti e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
  E allora viva le macchiette, comprese quelle bellissime dell’indimenticabile Nino Taranto e dell’insuperabile Vittorio Marsiglia.
   Se anche voi  che leggete vi ritenete macchiette dimostratelo come ho fatto io.
Avanti, popolo,
alla riscossa,
bandiera rossa
trionferà.

 

                       Un arcobaleno in casa



   Non capita certo tutti i giorni di ritrovarsi un arcobaleno in casa. Se poi il curioso fenomeno ottico prodotto in questo caso dalla rifrazione dei raggi di sole sulla specchiera del mio bagno ti accompagna per tutta la durata delle abluzioni, la cosa diventa ancor più piacevole. In ogni caso, che si tratti di un segno di pace tra Dio e l'uomo come vuole la Genesi o del sentiero tracciato da Iris tra la terra e il cielo, è, comunque, una cosa bellisisma. Propenderei però per il sentiero non avendo mai litigato con Dio, né siglato trattati di pace. 

                                                              La civiltà al sapone!

    "La civiltà dei popoli al sapone!", era il celebre tormentone del celebre Antonio da Caccuri, al secolo Antonio Parrotta, uno dei più grandi filosofi caccuresi che ti "sparava" all'improvviso, nel bel mezzo di una sbornia, quando ce l'aveva con qualcuno. La frase,  intercalata tra due singhiozzi tipici degli ubriachi era, in realtà, l'abbreviazione della massima "La civiltà dei popoli si misura dal consumo di sapone", ma al nostro sembrava più efficace ed esauriente nel forma corta. Chissà quale altra massima si inventerebbe il nostro amico  difronte a uno spettacolo come questo? Per fortuna, come direbbe De Andrè, "una morte pietosa lo strappò a questa pazzia." Che fatica non lasciarsi andare a una frase giudicata volgare, ma che nasce dal cuore!

 

                                                                Tìtiro con zappa e rastrello

       Giornata piena quella di oggi, la prima di questo splendido fine inverno interamente dedicata alla campagna, prima in quel di San Biagio a completare la potatura sospesa ieri per l'inclemenza del solito marzo pazzerello che "nu poco chiove e n'ato poco stracqua,  torna a chiòvere, schiove; ride 'o sole cu ll'acqua", poi a Zifarlli a seminare le patate, visto che si presenta un'ottima annata di cicorie selvatiche e, si spera, anche di borlotti per i minestroni. La fatica, lo dice la parola stessa, è faticosa, non lasciatevi ingannare da Tìtiro che in campagna ci stava per suonare il flauto; noi suoniamo ben altri più rozzi strumenti, però è bello faticare baciati da un sole ridente come quello di oggi. Beh, proprio baciati no, almeno da quello che ci dice lo specchio, ma tanto noi del sud mica ci preoccupiamo di queste cose; noi,  parte il pigmento, la lampada solare ce l'abbiamo gratis.  "Il Sud è un paese bello assai. Il sole è caldo e non si fredda mai", come canta il nostro amico, maestro Profazio. 

                                                                      Laudata sii, sorella Terra

    Per gli intenditori o, comunque, per quelli che come me amano (adesso, perché da ragazzo le odiavo) le verdure selvatiche, eccovi due belle "minerrelle"  raccolte stamattina nel mio fazzoletto di terra di San Biagio durante una pausa della potatura degli ulivi. A sinistra un po' di cicorie selvatiche da cuocere con patate e fagioli per farne un minestrone coi  fiocchi, mentre a destra ecco una busta di "lassani" (lapsana communis) da lessare e condire con olio e limone per un contorno da favola.  
   Laudata sii, sorella Terra per questi doni umili et preziosi. Et illi sunt sani et nutrienti e gratis il che non gusta. 

 

                   C'era una volta il Carnevale caccurese

   Nel febbraio del 1999, assieme a un gruppo di ragazzi, cercai di risvegliare l’interesse del paese e delle giovani generazioni per le celebrazioni della festa del carnevale caccurese dei primi decenni del ‘900, prima con le celebri farse di Velociu (Angelo Raffaele Secreto), un guitto analfabeta specializzato in micidiali satire che mettevano alla berlina i caccuresi del suo tempo e ne svelavano i vizi e le malefatte, poi con “l’innocuo” funerale di Carnevale che sostituì i canti del fustigatore Velociu, sia perché intanto deceduto, sia perché a gente era diventata più suscettibile, meno disposta a farsi sbeffeggiare e più propensa all’uso della carta bollata.
   Il funerale di Carnevale è una specie di rosario scritto probabilmente da una un’ allegra compagnia di “gaudenti” tra i quali i compianti Orlando Girimonte e Gigino Pasculli e al quale nel 2000 aggiunsi alcuni miei testi e una canzone scritta e “musicata” da me dal titolo “In morte di Francesco Carnevale” che potrete ascoltare all’interno di questi filmato. L’anno successivo cercai di arricchire  ancora l’opera con l’aggiunta di un Carpe diem in latino maccheronico cantato sulle note del Dies irae  di Tommaso da Celano. L’dea si rivelò un successo e, in entrambe le “edizioni”  per un intero pomeriggio centinaia di persone parteciparono al corteo per le vie del paese cantando, ridendo e divertendosi.
  Nel 2001 mi feci da parte sperando, visto l’entusiasmo dei due anni precedenti,  che la tradizione venisse ripresa dai giovani, ma mi resi conto che la mia era una pia illusione.
  Chissà che un giorno qualcuno non si ricordi che c’è sempre una festa che si chiama carnevale e che una volta i caccuresi la celebravano degnamente invece di  andare a cercarla in giro per l’Italia.  Intanto ripropongo questo video che documenta qualche minuto di quelle  iniziative sperando di fare cosa gradita. 
  

 

                                                    Contro il logorio della vita moderna

  Altro che il famoso amaro del grande Ernesto Calindri! Per combattere il logorio della vita moderna, sopravvivere alle chiacchiere e alle tabacchiere dei politici e dei giornalisti, all'insulsaggine di una televisione che diventa ogni giorno più vacua e, contemporaneamente tronfia, con programmi nei quali che quasi ogni sera pseudo giornalisti istigano la gente contro gli immigrati, questa provvidenziale valvola di sfogo per milioni di italiani che non ce la fanno più, il rimedio non è un amaro, ma una bella faticata nella quiete della campagna a falciare, arare, assolcare, concimare e piantare le patate. Vi assicuro che è un metodo efficacissimo per rinfrancare spirito e corpo, soprattutto se poi, come ho fatto  oggi, al termine vi preparate un secondo come quello che vedete nella foto a destra a base di pancetta (come in questo caso)  o guanciale e cipolletta di Tropea appena raccolta a Zifarelli. Accompagnandolo con un vino osso, magari leggermente dolciastro vi ritroverete in paradiso. Provare per credere. 

                                                                       I vurbini

    Mattinata dedicata ai semenzai quella di oggi.  Abbiamo fatto i “vurbini.”  Vurbinu;  com’è curioso, com’è vario e com’è bello il nostro dialetto, fra l’latro ricco di aggettivi e di sinonimi che a conoscerlo bene risulta anche immediato, scorrevole, musicale oserei  dire,  una lingua che con un aggettivo ti consente di risparmiarti una lunga perifrasi alla quale dovresti ricorrere usando l’italiano.
   Tornando al lavoro agricolo, nella mia ormai lunga esperienza credo che quello del semenzaio in serra è uno dei lavori più difficoltosi, almeno per me, più tecnici, di quelli che mettono alla prova l’abilità e la pazienza,  dote quest’ultima, della quale sono notoriamente e completamente sprovvisto.  Però, anche per questo, da un paio di anni ho deciso di dedicarmi a questa attività con lo spirito di un benedettino che  provvedere a tutte la necessità materiali  per produrre il  nutrimento della famiglia  estraniandomi dal mondo esterno (i vivaisti). Ciò, sia per trarne godimento spirituale che sollievo al portafoglio e, non ultimo, per potere avere le piantine quando ne ho bisogno senza  dover attendere l’arrivo nei negozi . Tutto ciò è possibile grazie alla piccola serra installata nel mio orto che mi sta, fra l’latro, regalando l’insalata invernale.  Che volete? Mi accontento di poco: His ego rebus pascor,his delector,his perfruor.

                                                       Bocciati!

  E' stata appena depositata la sentenza della Corte costituzionale  con le motivazioni della clamorosa bocciatura dell’Italicum,  la truffaldina legge elettorale approvata dal Parlamento e fortemente voluta dal segretario del PD, nonché presidente del Consiglio Renzi. Io non sono un esperto della materia, ma mi pare di capire che questa sentenza ci  riporta a un lontano passato, a una legge elettorale che assegnerà i seggi sulla base dei voti effettivamente ottenuti dai vari partiti con l’utilizzo della regola dei resti più alti su scala nazionale e non con artifici studiati per calpestare la volontà del popolo. E’ infatti assai improbabile che in futuro un singolo partito raggiunga il 40% dei voti validi che farebbe scattare un ipotetico premio di maggioranza. 
   Quella della Consulta è una bocciatura senza appello che dovrebbe far sprofondare nella vergogna e sparire dalla scena politica i parlamentari che hanno proposto e approvato questo obbrobrio e loro tronfi consiglieri,  così come avrebbero dovuto sparire dalla faccia della terra gli inventori del “Porcellum”, invece molti di loro ce li ritroviamo ancora in Parlamento a far danni incalcolabili. Porcellum, Italicum, riforma della pubblica amministrazione, riforma della Costituzione sono solo alcune delle tante leggi bocciate in questi ultimi anni dalla Corte costituzionale, dalla Cassazione o dal popolo italiano. In pratica, da una quindicina di anni stiamo pagando una barca di soldi per stipendi e indennità varie a una manica di incompetenti, ignoranti quanto arroganti che non riescono ad approvare una sola legge valida. E fanno pure i dottoroni!  Saccenti come “lo studente di Bologna”, quello delle tre uova nel piatto poi beffato dalla madre contadina. E io pago!, direbbe il grande Totò.

 

                                           STUDENTI E FAMIGLIE PIU’ SAGGI DEI CERVELLONI  

     Nei giorni scorsi, sia sulla carta stampata che sui giornali on line si è dato molto rilievo a due notizie che riguardano il mondo della scuola.  La prima è quella di una clamorosa e inedita iniziativa di un gruppo di professori  universitari che, preso carta e penna, scrive ai governanti lamentando la precaria conoscenza  della lingua italiana da parte degli studenti  chiedendo provvedimenti urgenti e adeguati; la seconda è quella di un aumento interessante (6,6%) degli iscritti al liceo classico e allo scientifico, mentre calano quelle agli istituti tecnici. Che ci sia una correlazione tra le due cose? Che gli studenti italiani e le loro famiglie siano più saggi dei nostri governanti e dei cervelloni che vorrebbero eliminare o, comunque, marginalizzare le materie umanistiche nelle scuole italiane? 
   Non lo so, non e ho idea. Quello che so è che, invece, sembrano confermare le mie impressioni  e le mie valutazioni che mi porto dietro da anni: che negli ultimi cinquant’anni i riformatori della scuola non ne hanno azzeccata una e che il bombardamento di idiozie sull’inglese, sull’informatica, sulle tecnologie, la scimmiottatura dell’università fin dalla scuola materna, la scomparsa delle attività ludiche nella scuola elementare che, tanto per scimmiottare, oggi si chiama primaria all’americana, comincia a produrre i suoi frutti nefasti. 
    Una volta sentii raccontare  di un signore che trovandosi per lavoro negli Stati Uniti e soffrendo di dolori alla spalla destra, fissò un appuntamento con l’ortopedico il quale, dopo che il paziente  gli ebbe esposto il problema, si scusò per non potergli essere utile essendo specialista della spalla sinistra e non di quella destra. Non sono in grado di confermare o meno la veridicità dell’episodio, ma che i medici o gli ingegneri americani si fanno scrivere le lettere dalle loro segretarie e non per mancanza di tempo, l’ho sentito dire da un sacco di persone serie. E’ questo il sistema scolastico che vogliamo prendere a modello a tutti i costi?

 


                                                  
'A minerrella paradisiaca

       Alla faccia dei cibi sofisticati dei signori benestanti, dei manicaretti dei grandi cuochi, anzi chef, sennò storciamo il naso,  oggi ho mangiato 'na minerrella che è la fine del mondo e soprattutto salutare, di quelle che ti fanno buttare via la rifaximina per cui ti scordi pure che esiste, una "minerrella" semplice e genuina: "sponse 'e cavuli e patata", ovvero le foglie esterne e più dure del cavolo o dei broccoli con patate condita con un filo di olio extravergine di pennulara di Caccuri. Ma a renderla paradisiaca è sono stati un mezzo cucchiaino di 'nduja di Spilinga fusa nel fornellino di terracotta, il pane integrale con quale l'ho accompagnata e un bicchiere di vino di Zifarelli. Una chiccheria. Provare per credere. 

                                  Poveri miliardari
                                      Le lussuose vacanze di un maestro di scuola



  
Oggi voglio riproporvi questo mio racconto vecchio di qualche anno, ma forse attualissimo visti i tempi infami che viviamo. Forse è un po' lunghetto, na credo valga la pena leggerlo, anche perché non è pesante o "dottorale". 

  La partenza

      Era da molti anni che la sognavo.  Spesso, durante il giorno, mi sorprendevo per qualche istante con gli occhi sbarrati nel vuoto, assente a me stesso, immobile, le labbra a disegnare una “O” di stupore e meraviglia, mentre nella mente scorrevano immagini meravigliose di spiagge assolate circondate da foreste lussureggianti. Penetrando con lo sguardo l’intrico del fogliame intravedevo, qua e là, squarci di alberghi meravigliosi, piscine, campi di tennis e di golf, mentre intorno a me altri turisti se ne stavano spaparanzati su comodi lettini da spiaggia circondati da uno stuolo di bellissime ragazze vestite  di solo fiori che facevano loro fresco agitando mollemente dei rami di palma. Altre fanciulle, non meno avvenenti,  se ne stavano languidamente  inginocchiate ai lati dei lettini porgendo a quei fortunati mortali ora bibite fresche, ora frutti esotici.  Accidenti che sogno! Una vacanza alle Seychelles era  quanto di meglio potessi desiderare nella vita, ma la mia precaria situazione finanziaria ed il mio magro stipendio mi riportavano rudemente alla realtà, il sogno svaniva rapidamente, la coscienza si riappropriava del mio essere ed io riprendevo la triste, noiosa, grama vita di sempre. Chi avrebbe mai immaginato che un giorno il mio meraviglioso sogno si sarebbe finalmente realizzato grazie all’Istat?  
       Qualche tempo fa , infatti, l’Istituto di statistica, con mia grande sorpresa, mi ha comunicato, comunicandolo fra l’altro, anche a mezzo mondo, alla faccia della privacy, che da ciò che risulta delle dichiarazioni dei redditi del 2005, faccio parte della categoria più ricca d’Italia, quella dei maestri elementari. Al mio confronto, non solo i professori di scuola media, quelli di scuola superiore e universitari (compresi i poveri baroni costretti per sopravvivere ad imbarcare nelle loro facoltà figli, figlie, nipoti e parenti vari), ma anche i gioiellieri, i mobilieri, i commercianti di abbigliamento, i concessionari di autovetture, i meccanici, gli elettrauto, perfino gli avvocati, i farmacisti, i liberi professionisti ci fanno la figura del pitocco.  
        Preso dall’euforia per cotanta insospettata ricchezza piovutami addosso come una mazzata tra capo e collo,  finalmente mi decisi. Varcata la soglia di una delle più accreditate agenzie di viaggio, prenotai la mia vacanza esclusiva in un albergo a cinque stelle, uno dei più prestigiosi tra quelli che pullulano in quei lontani paradisi. Riempita la mia Samsonite con i più costosi capi di abbigliamento che sono solito indossare, riempito il portafogli di trevellers cheques, con cinque carte di credito, la tessera di socio del club dei miliardari, inforcati i Rayban, chiamai un taxi per farmi accompagnare all’aeroporto.  Qualche minuto dopo l’auto gialla si fermò davanti casa mia. Ne scese un povero tassista macilento, coperto di cenci, con un viso scheletrico ed un corpo provato dagli stenti e dalla fame.  
         “Professore, mi  apostrofò con voce rotta dai singhiozzi stendendomi pietosamente la mano, fate la carità a un povero tassista rovinato dal decreto Bersani.” Lo stato pietoso del poveraccio mi provocò  una sensazione di angoscia e di tristezza per cui, commosso fino alle lacrime, cavai di tasca un biglietto da 100 euro e glielo porsi con la raccomandazione di comprarsi almeno un panino. Poi, contrattata la corsa (150 euro per  20 chilometri  ), mi accompagnò all’aeroporto. Per strada, ai semafori, torme di lavavetri infastidivano i conducenti di tutte le auto ferme in attesa del verde, tranne, ovviamente, i tassisti che, poveracci,  non sarebbero stati in grado di dar loro nemmeno un centesimo di mancia. “Quello è l’avvocato Trombone, mi disse il tassista indicandomi un lavavetri con la scopa e il secchio in mano, ridotto in queste pietose condizioni dal decreto Bersani, quell’altro è il notaio Dabollo e lo strillone che offre i giornali lì, all’angolo della strada,  è l’ingegner Ponteggi.” Guardandoli fui assalito da un grandissimo senso di colpa, io maestro elementare miliardario che  scialacquavo tutto il giorno e che da lì a qualche ora me ne sarei stato in uno dei posti più belli del mondo a godermi il sole, il mare, il profumo dei fiori e delle ragazze indigene mentre quei poveracci cercavano disperatamente di sbarcare il lunario, di raccattare almeno qualche centesimo  per comprarsi un panino con mortadella. “Maledetta politica, maledetti ministri”, mi sorpresi ad esclamare di fronte a quella miseria, mentre il tax filava verso l’aeroporto.

Sceso nel piazzale, fui costretto a dribblare centinaia e centinaia di poveri accattoni che stendevano pietosamente la mano a chiedere la carità. Medici, notai, farmacisti, costruttori, immobiliaristi cenciosi, macilenti, la barba lunga e incolta, pallidi per la fame e per gli stenti, gente abbrutita e rosa dalla sofferenza per colpa di un governo invidioso che li aveva tartassati e ridotti in quelle miserevoli condizioni e tutto questo per invidia. I derelitti non si limitavano a chiedere la carità, ma, spesso, esternavano la loro rabbia contro il governo che li aveva ridotti in quello stato. Uno dei più arrabbiati era un tizio, un tempo molto ricco e famoso che indossava ciò che rimaneva di una tuta celeste con impresso sul petto il nome di una famosa casa automobilistica. Il ricordo degli anni ruggenti, quando, ricchissimo nonostante tutto,  senza nemmeno sapere per quali meriti, ospitava sulla sua lussuosa barca miliardaria attricette e soubrettine che se lo coccolavano e gli facevano carezze e moine. “Questo governo ci odia, ci ha tartassato e ci ha costretto a chiudere le nostre aziende e a fallire. Abbiamo dovuto vendere le nostre lussuose barche, lasciare andare in malora le nostre ville, prosciugare i nostri conti correnti, licenziare i nostri commercialisti che ci insegnavano ad evadere le tasse e fottere lo stato, pagare anche noi questi odiosi balzelli quasi fossimo dei volgari maestri di scuola e tutto per invidia, per far studiare i figli dei morti di fame nelle scuole pubbliche pagate con le nostre tasse, per quella stupida fissazione di curare i morti di fame negli ospedali pubblici, di pagare inutili stipendi ai maestri di scuola, ai giudici, ai poliziotti,  ai carabinieri, perfino ai finanzieri, i nostri peggiori nemici! Cose da pazzi! Ed ora ecco i bei risultati”, si sfogava con chi, per pietà, si degnava  di starlo a sentire per qualche minuto, mentre stendeva le palme delle mani intirizzite verso una stufetta di una venditrice di caldarroste che se ne stava poco lontano, nel vano tentativo di rubarle un po’ di calore. 
      Un po’ scosso da questo triste spettacolo, allungai il passo, costringendo il povero tassista che mi seguiva trascinando a stento la mia pesante valigia ad una corsa affannosa, attraversai di corsa la hall  e mi avviai al check in. Qualche minuto dopo le ruote del carrello del jet si staccavano dal suolo ed iniziava il mio viaggio verso le Seycelles.

A bordo la compagnia era davvero molto gradevole,  tutti rigorosamente miliardari: colleghi maestri elementari, metalmeccanici, tranvieri, manovali, infermieri, braccianti, perfino minatori, tutta gente avvezza agli agi e ai bagordi. Volavamo da circa due ore quando le hostess ci servirono un pranzo a base di aragoste, ostriche, caviale e champagne, cibi di cui noi maestri miliardari siamo notoriamente abituali consumatori. Poi, dopo altre due ore di volo, l’aereo cominciò la discesa verso l’aeroporto di Mahé dove atterrammo poco dopo. 
      All’uscita dell’aerostazione ognuno di noi trovò ad attenderlo una limousine con  autista e un facchino pronti ad accompagnarlo in albergo. L’autista era un tipo giovane, moro di carnagione, probabilmente un indigeno, ma il volto del facchino mi risultò abbastanza familiare, anche se non riuscivo a dargli un nome. Aveva un viso lungo, occhi spiritati, un naso anch’esso lungo e adunco e i capelli a spazzola. Spinto dalla curiosità, lo misi al corrente di questa mia impressione ed egli mi rispose in italiano, lingua che parlava benissimo perché era effettivamente italiano. Mi disse di chiamarsi Luca e che, fino a qualche anno prima, era uno degli uomini più ricchi e potenti d’Italia. Ora, caduto in miseria, era riuscito, per fortuna, a rimediare quel lavoro di facchino che gli consentiva, con molti sacrifici, di sbarcare il lunario. La sua azienda, un tempo florida,  produceva  curiosi catorci che vendeva soprattutto agli Italiani e prosperava con le sovvenzioni dello Stato sempre attento a soddisfarne le richieste per evitare il licenziamento delle maestranze. Poi era arrivato questo governo bolscèvico che gli aveva fregato il TFR, una cosa che le imprese, negli anni ’20 del secolo scorso, avevano fregato, a loro volta,  ai lavoratori e da lì era iniziata la sua sciagura. Ed eccolo, ora, il povero Luca, costretto a sfacchinare e a trafficare con i bagagli di quei ricchi sfondati dei maestri di scuola. Sceso dall’auto lo congedai ficcandogli in mano una banconota da cento euro ed egli si prostrò commosso, mi baciò la mano, mi ringraziò a lungo e mi augurò una buona vacanza ed un ottimo soggiorno. 
         Le sventure dei quel  povero ragazzo mi colpirono profondamente, tanto che la sera consumai svogliatamente, tra sospiri e lacrime, la mia solita cena a base  di paté de fois e  tartine di caviale del Volga. Poi mi ritirai nella mia suite e mi misi a letto. Accidenti, pensai mentre le palpebre stavano per chiudersi, hanno proprio ragione questi poveri miliardari, questo dannato governo sta producendo tanta di quella povertà che finiremo per abitare in  una sorta di Burundi e, per la seconda volta in poche ore, fui assalito da quel terribile senso di colpa provocatomi dei miei evidenti privilegi. Maledetto governo, pensai, mi sta rovinando le vacanze! Finalmente un sonno pietoso venne a strapparmi dalle mie angosce e ad avvolgermi tra le sue spire.

     Il soggiorno

 Mi svegliai riposato e pieno di energia. Le lunghe ore di sonno avevano cancellato l’angoscia che mi opprimeva ed il ricordo delle sciagure che avevano afflitto i poveri miliardari del mio paese. Ora potevo davvero godermi le vacanze. La suite era davvero bellissima, con tutti i conforts, gli agi,  di cui fa uso quotidianamente  un maestro di scuola italiano. Dopo la doccia mi vestii con cura, sistemai nella cassaforte le carte di credito, i traveller cheques, il Rolex, il portafogli gonfio di banconote e i documenti e scesi nella sala ristorante per la colazione. Mezzora dopo, scortato da quattro bellissime  ragazze incaricate di soddisfare ogni mia esigenza, mi avviai verso la spiaggia dov’era sistemato il mio ombrellone e il mio lettino sul quale mi sdraiai per rilassarmi e godermi quella meritata vacanza.  Due ragazze impugnarono dei rami di palma per farmi vento, mentre una terza mi offriva un drink e la quarta si apprestava a praticarmi un rilassante massaggio quando, nei pressi dell’ombrellone, si fermò uno sei soliti venditori ambulanti così frequenti sulle spiagge di Rimini affollate di poveri liberi professionisti e imprenditori. L’extra comunitario si avvicinò all’ombrellone e “Dottore, vu cumprà?”, farfugilò in modo incomprensibile. “I do not want to buy, thanks”, gli risposi sperando di togliermelo di mezzo. “Brovessore, volere gombrare rologi, gatenine molto belle? Pochi soldi, per favore, brovessore, tu comprare gualcosa.”
    Sentendolo esprimersi in italiano, ancorché stentato,  fui preso dalla curiosità e gli chiesi se fosse stato qualche volta  in Italia e per  quanto tempo.
   “Professore, mi rispose in perfetto italiano tra i singhiozzi, non ho abitato in Italia; io sono italiano. Mi fingo extracomunitario per impietosire voialtri maestri ricchi e raccattare qualche soldo. Fino a qualche tempo fa anch’io ero un ricco farmacista. Avevo ereditato la farmacia da mio padre che, a sua volta, l’aveva ereditata dal nonno e mi apprestavo a trasferirla a mio figlio che frequentava l’università da 20 anni e che, fra dieci anni, prevedeva di laurearsi. Eh, si, caro signor maestro, il ragazzo prometteva bene, studiava davvero con profitto! Stava ripercorrendo il mio cammino e avrebbe ereditato la farmacia Vivevo tra gli agi e il lusso e anche mio figlio non avrebbe avuto problemi se non fosse intervenuto un maledetto decreto che ci ha gettati sul lastrico. Come vede, mi sono ridotto a vendere cianfrusaglie su questa lontanissima spiaggia tingendomi la faccia col lucido per scarpe, parlando una lingua da troglodita e fingendomi extracomunitario per commuovere voialtri maestri miliardari.”  Mosso a compassione infilai la mano nel borsello che mi ero portato dietro, ne trassi la solita banconota da cento euro e gliela porsi. “Tenga, dottore, gli dissi e si compri qualcosa da mangiare.” “Grazie, grazie, professore, mi rispose commosso, vado a raggiungere il mio collega, l’architetto Pilastro che sta cercando di vendere qualche braccialetto dall’altra parte della spiaggia.”

L’intera giornata trascorse tra pietose conversazioni con finti “vu cumpra” che, dall’Italia, si erano oramai riversati a migliaia in quelle fantastiche isole, memori delle felici, spensierate  vacanze che vi avevano  trascorso negli anni d’oro delle mucche di carta, dei bond argentini, delle scalate fasulle a banche e società, delle cartolarizzazioni e dei condoni tombali. Ora, poverini, erano ritornati in quei posti per cercare di sfamarsi, cosa che gli riusciva a fatica e solo a prezzo di umiliazioni e sofferenze.  A sera mi resi conto che, alcune migliaia di euro, sotto forma di mance e pietose regalie erano transitati dalle mie tasche nelle quali tenevo sempre qualche spicciolo per le minute spese a quello di quei poveri miliardari, ma la cosa mi lasciò del tutto indifferente, dal momento che non era la prima volta che la cosa si verificava, anzi, a pensarci bene, era sempre stato così, sin da quando avevo cominciato a guadagnare le mie prime lirette, c’era stato sempre un continuo flusso di banconote dal mio portafogli a quello dei poveri notai, dentisti, avvocati, farmacisti, mobilieri, tassisti. Il giorno dopo la cosa si ripeté nelle identiche modalità per cui, non solo io, ma anche gli altri ricchi vacanzieri, metalmeccanici, tranvieri, minatori, manovali, bidelli cominciammo a protestare con la direzione dell’hotel e a chiedere con forza che fosse impedito ai  vu cumprà italici l’accesso alla spiaggia.

Il mattino dopo, mentre accompagnato dalle mie “odalische” mi recavo in spiaggia, udii in lontananza grida e schiamazzi la cui intensità aumentava man mano che mi avvicinavo alla riva del mare. Ad un certo punto vidi gli uomini della sicurezza dell’hotel che avevano transennato l’accesso alla spiaggia impedendo i passaggio ai vu cumprà che manifestavano la loro rabbia e pretendevano di scavalcare le transenne per raggiungere la direzione dell’albergo. Li guidava un loro delegato che sembrava il più esagitato. Aveva una barbetta caprina da Mefistofele, lo sguardo spiritato, i capelli spettinati e gridava come un ossesso frasi sconnesse con uno strano accento siculo – lombardo. Accanto a lui un altro manifestante con una rada barbetta che seppi poi essere un sassofonista del varesotto, uno che ai tempi del decreto salvaladri firmava le carte senza capire cosa c’era scritto, urlava a squarciagola “Questa finanziaria è una porcheria! Questa finanziaria è una porcheria!” Per fortuna gli uomini della sicurezza ressero l’urto della massa vociante e i vu cumprà dovettero tornarsene da dove erano venuti. Quel giorno, finalmente, maestri, operai, pensionati al minimo, infermieri, tranvieri, insomma i nuovi miliardari creati dalla finanziaria dei bolscevichi, potemmo finalmente goderci la nostra prima, vera giornata di vacanza in quel meraviglioso paradiso.

La sera, dopo una cena a base di aragoste, ostriche, caviale e champagne, festeggiammo l’evento con un party   organizzato dalla direzione dell’hotel. La festa, tra canti, balli, marijuana e cocaina, si protrasse fino all’alba, poi, stanco, ma soddisfatto e felice, mi ritirai nella mia suite pensando a come sarebbe stata  bella  la vita ora che anche noi, anzi solo noi lavoratori dipendenti, eravamo diventati, grazie ad una magica finanziaria, miliardari. Pochi minuti dopo ero già nelle braccia di Morfeo.

  Il risveglio

 Non mi resi conto da quanto tempo dormivo, ma, ad un tratto, nel sonno, sentii un rumore infernale, una specie di sirena lontana. “Accidenti, pensai, è il sistema d’allarme dell’hotel. Che stia andando a fuoco l’albergo?” Ancora intontito dal sonno, ma preoccupato che qualche imprevisto cataclisma potesse rovinare le mie vacanze, aprii gli occhi e mi guardai intorno. La lussuosa suite era sparita e al suo posto, chissà come, si era materializzata la mia vecchia camera da letto. Sul comò la maledettissima, vecchia  sveglia, col suo caratteristico baccano, mi ricordava che era ora di alzarmi per recarmi nella mia povera scuola dall’intonaco scalcinato, con la serranda rotta da tre anni, i bagni dei docenti con le luci psichedeliche ad arrabattarmi con POF,  programmazioni, unità di apprendimento, valutazioni Invalsi ed altre curiose trovate studiate per impedire agli insegnanti di insegnare, per guadagnarmi il pane quotidiano. Sulla porta mi consegnarono la mia favolosa busta paga.

All’uscita seppi che il decreto Bersani era stato stravolto, che la finanziaria approvata era completamente diversa da quella presentata, che i ricchi continuavano a non pagare e i poveri ad essere tartassati che, insomma, come dice il vecchio adagio popolare calabrese, “  ‘ U Patreternu auta’ l’aiutatu ca’  ‘u pezzente c’è ‘maparatu”. Tutto tornava come prima. Ora tassisti, farmacisti e  dentisti, avvocati e deputati, commercialisti, immobiliaristi, affaristi, potevano finalmente stare tranquilli; nessuno avrebbe più osato affermare pubblicamente che anche loro dovevano pagare le tasse. “Anche i ricchi non piangono, pensai tra me, parafrasando il celebre film di Rafael Banquelles,  mentre tornavo a casa. Accidenti, l’ho scampata bella! Tutto quello champagne, quelle ostriche, quei party a base di coca e marijuana mi avrebbero certamente spappolato il fegato!” Così tirai un lungo respiro di sollievo e sorrisi felice al pensiero di com’ero fortunato io e di come, viceversa, sono sfortunati quei poveri miliardari.

                                                                   Giusepp

 

 

 

                                                        LA PARTENZA DEGLI EMIGRATI

 

       La partenza degli emigrati, soprattutto di quelli che varcavano l’oceano per raggiungere gli Stati Uniti, il Canada o qualche paese dell’America latina o, peggio ancora, l’ Australia, per  chi come me ha avuto la sventura di assistervi , era uno dei momenti più dolorosi tra quelli che costellano la vita di un uomo , un susseguirsi di scene strazianti, quasi da funerale.
     Qui di seguito riporto un brano del  mio libro” In viaggio per  una vita migliore” che dà forse solo una pallida idea del dramma collettivo dell’emigrante, dei familiari e dei parenti, ma anche del vicinato e dei compaesani che vedevano tanti amici andarsene per sempre dai borghi natii che si trasformavano lentamene, ma inesorabilmente in luoghi deserti e senza vita. Scene che ho cercato anche di  ricostruire nella commedia “ ‘A fine ‘e ru munnu”  che affronta  proprio il tema dell’emigrazione e dei suoi  riflessi sulla vita sociale delle nostre comunità.
    Un grazie di cuora ai bravissimi attori che hanno dato vita ai vari personaggi e a Peppino Sgnaga per le belle riprese eseguite in condizioni non facili.                   


     "La partenza per l’America era considerata una sorta di viaggio per l’aldilà, una sciagura non molto dissimile dalla morte.  Non c’era famiglia caccurese alla quale la sorte non avesse riservato questa triste esperienza. Moltissimi erano oramai i compaesani emigrati e parecchi erano quelli di cui non si aveva più alcuna notizia: giovani di cui i genitori non sapevano più nulla, mariti inghiottiti dall’ignoto che si erano dimenticati delle mogli e dei figli, altri che, a costo di grandi sacrifici e conducendo una vita di stenti buttando il sangue nelle profondità delle miniere di carbone e dormendo in baracche fredde, umide e malsane, riuscivano a risparmiare qualche dollaro da mandare alla famiglia in Italia. Le loro lettere erano sempre rare e disperate, fonte di gioia e, nello stesso tempo, di dolore per i familiari che se le facevano leggere e rileggere da quei pochi fortunati che sapevano districarsi nell’arcano groviglio dell’alfabeto.
    I compaesani conoscevano benissimo il dolore della partenza per averlo provato anch’essi e moltiplicavano gli sforzi per lenire quello delle famiglie toccate ora da quel dramma crudele.  Erano tante le storie che quella notte si intrecciavano in modo indissolubile; storie di povera gente, di miserabili che, con tanto dolore, ma anche con un filo di speranza, cercavano, sulle orme di alcuni fortunati come Ciccio Belcastro che era emigrato tanti anni prima, di cambiare la loro vita, di uscire da una condizione di miseria e di stenti, di sacrifici, di disperazione, inseguendo il miraggio di una America lontana, misteriosa e opulenta.
     Si videro allora scene strazianti: i figli abbarbicati alle madri che non volevano lasciarli partire; padri che piangevano, fratelli, sorelle, nonni, nonne che si univano al loro disperato dolore, amici e compaesani che si tergevano  le lacrime col dorso della mano cercando di separare le madri dai figli, i nipoti dai nonni che, data la loro età avanzata, disperavano di poterli mai più rivedere. 
      Vincenza Cancelli abbracciò il marito Domenico Belmonte scoppiando in un pianto a dirotto. Era la prima volta che i due, sposatisi l’anno prima, si separavano e per questo supplicava il marito di richiamarla subito in America, non appena si fosse sistemato e avesse trovato un buco per starci insieme. Anche una grotta sarebbe andata bene, purché avesse fatto presto. Domenico si staccò a fatica dalla moglie, baciò il figlioletto che dormiva ignaro nel povero giaciglio,  si asciugò le lacrime e uscì dalla casa col tumulto nel cuore.  Le stesse sensazioni, più o meno, provava la zia Giuseppina che nello stesso momento, baciava e abbracciava  il figlioletto Vincenzo di due anni e mezzo che avrebbe lasciato a Caccuri con i nonni.
    Alle tre e mezza gli emigranti si avviarono verso la piazza, accompagnati dal mesto corteo degli amici, mentre i genitori e i nonni rimanevano in casa, seduti in cerchio, come a vegliare un morto al centro del basso e piangevano disperatamente."

                                                                     Fissazioni   
                                                                   di G. Marino

   
Breve sceneggiatura per una recita scolastica.  A volte io e i miei ragazzi ci divertivamo per davvero. Peccato sia finita ma doveva pur finire un giorno e poi ormai la scuola è diventata troppo seriosa perchè deve formare tecnici, non guitti e i tecnici sono persone serie. 


 

  Io questa fissazione proprio non la capisco!   Perché impuntarsi su questo stramaledetto gatto nero?  
Ma come?, te lo do bianco e mi pianti questa grana? Non va bene lo stesso?  
Niente da fare: “Volevo un gatto nero, nero, nero, tu le lo hai dato bianco e io non ci sto più!”  
Ma perché devi fare così? Guarda che posso anche cambiartelo, sai? 
Ne ho uno persiano che è la fine del mondo; se vuoi posso dartelo anche tigrato, un gatto tigrato con la coda ritta, eh? Che ne dici? O ne vuoi uno siamese?  
Niente! Niente da fare, lo vuole nero  è basta, solo nero, accidenti a lui!   Che poi ne ha già 44.  
Che se ne farà di quarantaquattro gatti?  
L’altro giorno voleva metterli in fila; si, quarantaquattro gatti in fila per sei.  
Naturalmente gliene restavano due e non sapeva come sistemarli!  
Ma dico io:  perché devi metterli in fila? Che necessità hai di schierarli come se fossero soldati? Sono gatti, mica marines!!
E poi,  mettili in fila per due, no? 
Quarantaquattro gatti in fila per 2 fa 22, senza resto e sei a posto, no?  Oppure in fila per 4,  fa 11; 
No! devono essere in fila per sei, logico che poi hai il resto di due e allora, con chi te la prendi?  
Te la devi prendere con te stesso, no?,  testone che non sei altro!
   
Si, ce ne sono pazzi a questo paese!  
Come quell’altra pazza della Peppina che si ostina a fare un caffè schifoso!
Ma come, se c’è una cosa facile da fare,  quello è il caffè, qualsiasi scemo lo sa fare, che ci vuole?  
Metti l’acqua nella caffettiera, la polvere di caffè nel crivello, chiudi la macchinetta, la metti sul fuoco ed è fatta!   Lei no, lei si ostina a fare quell’orrenda ciofeca mettendoci dentro tutte quelle schifezze: marmellata, cipolle, ali di pollo, rosmarino, caramelle; perfino zampe di tacchino,   logico che il caffè della Peppina non si beve la mattina, né col latte, né col te!   E poi si chiedono pure perché, perché, perché!!!!  
Beh, ora devo andare subito via, perché mi scappa la pipì, papà, non ne posso proprio più, finisce che la faccio qui.

                                                       Palummella, serenata a dispetto

      Oggi voglio omaggiare un gruppo di amici attraverso un video che ripropone una delle mie canzoni, una "serenata a dispetto", un'invettiva contro la donna amata che cambia spesso innamorato spezzando il cuore di chi l'ama. Il titolo del pezzo è Palummella la cui stupenda melodia e il bellissimo arrangiamento sono del maestro Luigi Antonio Quintieri. L'interprete è il mio caro cugino Vincenzo Parrotta, una delle più belle voci caccuresi, come ho avuto modo di dire altre volte. Per questa presentazione mi sono avvalso di alcuni meravigliosi quadri della nostra carissima concittadina Nenè Rao, uno dei tantisismi talenti caccuresi che ringrazio di cuore per avermi concesso questo onore, mentre la registrazione nitida e perfetta è opera del grande, inarrivabile Peppino Sganga, il mago del multimediale. Non finirò mai di ringraziare questi cari amici. 

                                                     Quando recitavamo Checov

       Nel 1990 assieme al prof. Rocco Falbo e ad altri amici decidemmmo di dar vita a una compagnia teatrale anche per sfruttare il nuovissimo teatrino realizzato all'interno del Centro sociale costruito qualche anno prima. Del gruppo, oltre a noi due, facevano parte attori e attrici bravissimi come  Maria Drago, Caterina Silletta, Pina e Margherita Falbo, GiovanniAieilo e  Vincenzo Parrotta, mentre Giovanna Fazio curava le scenografie e fungeva da suggeritrice. 
     Il risultato di questo impegno fu la messa inscena di due atti unici di Cechov, L'orso e La domanda di matrimonio, quest'ultima riproposta in questo video,  e di alcune farse di Peppino De Filippo. 
      Per l'allestimento dei lavori di Checov ci avvalemmo anche della collaborazione dell'amico pittore Peppino Nesci che dipinse in pochi minuti, com'era sua abitudine, un angolino della taiga russa. 
      Purtroppo i mezzi di ripresa del tempo non erano all'altezza di quelli di oggi per cui video e audio lasciano un po' a desiderare, ma ho deciso di postare ugualmente il video  per fare un omaggio ai miei amici, oltre che, ovviamente, a me stesso. 

                                                   Profumo di un tempo vissuto   
                                                        Tempi belli 'e 'na vota

   Visto che il tempo non ci cnsente di darci all'agricoltura come vorrei e come mi sarebbe più congeniale, visto che qualcosa bisogna pur fare per passare il tempo, ho completato il montaggio di questo video dedicato al paese e al tempo vissuto in questo scarso chilometro quadrato, ai personaggi, alla vita sociale che ho diviso in re parti. Oggi vi propongo la prima parte. Non è un gran che, "ma a me mi piace", come diceva il grande Proietti in una pubblicità. Spero piacerà anche a voi. In caso contrario me ne scuso. 

 

                                       QUANDO CI DIVERTIVAMO
                                       Il coraggio di Mastro Luigi



   Verso la fin degli anni ’90, assieme a mio cugino Vincenzo Parrotta e a un gruppo di amici, cercai di riprendere un vecchio progetto degli anni ’80 che avevamo avviato col professore Rocco Falbo e altri amici nel tentativo di cerare un gruppo teatrale stabile.
   L’intento era quello di iniziare con qualche lavoro in vernacolo di più facile approccio per poi tornare a un teatro più impegnato proponendo anche autori del repertorio classico. Purtroppo riuscimmo a realizzare solo la prima parte del progetto per cui decisi di “ritirarmi a vita privata.”
  La prima opera che andò in scena fu una mia farsa in due atti dal titolo “ ‘N ominu curaggiusu” che ricostruiva scene di vita, abitudini, vizi, miserie, ma anche l’affetto, la solidarietà, il senso di appartenenza a una comunità coesa degli antichi caccuresi.
   Il breve video di circa otto minuti che voglio regalarvi è un gran pezzo di bravura di mio cugino Vincenzo Parrotta  che in questa scena doveva farmi da spalla, ma finisce per diventarne il protagonista. Un artista veramente grande e completo Vincenzo. 
   All'epoca ci avvalemmo dell'opera di un giovanisismo Gianni Porcelli che realizzò una stupenda scenografia.

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                                               Le mie canzoni

                                          Serenata a Mariettina

 

   Oggi voglio fare un omaggio a due grandi artisti caccuresi, figli  di questo paese che ha sfornato tanti di quei talenti che per elencarli tutti ci vorrebbe la Treccani e si rischierebbe, comunque, di dimenticarne sempre qualcuno: decine di scrittori, poeti, musicisti, pittori, imprenditori, perfino fisici nucleari che si fanno onore nel mondo.
    Oggi omaggiamo Lugi Antonio Quintieri, avvocato, maestro di musica e compositore eccellente che ha musicato molte mie canzoni e mio cugino Vincenzo Parrotta,  attore, pittore  e cantante, una delle più belle voci caccuresi, che le ha magistralmente interpretate. 
     La canzone che vi propongo oggi in questo video
è una briosa, appassionata serenata che ha per titolo Serenata a Mariettina, musicata dal maestro Quintieri e interpretata, appunto, dal grande Vincenzo Parrotta.
    Colgo l'occasione per ringraziare il direttore della "casa discografica", l'ecclettico, inarrivabile Peppino Sganga. tanto per cambiare, poliedrico artista caccurese e un altro grande talento nostrano, la pittrice Nenè Rao  che mi ha autorizzato a utilizzare i suoi bellissismi quadri per questo e per i prossimi video sulle mie canzoni. Grazie a tutti questi portentosi amici. 

 

                                       Le mie canzoni: Morte cecata

   Oggi voglio regalarvi una mia canzone tratta all'apologo "Zu Giuvanni e la morte", un lavoro che mettemmo in scena nel Centro sociale di Caccuri negli anni '90 con l'associazione culturale Zeus del grande Peppino Sganga che ci mise a disposizione anche la  "sala di incisione" nella sua casa di via Dardani.
   Il testo della canzone è mio, così come l'apologo, mentre la musica è stata scritta dal bravissimo Domenico Secreto, che vestiva anch'egli i panni di un gaudente caccurese assieme a me che mi calavo in quelli di Zu Giuvanni, un epicureo dedito ai balli e alle gozzoviglie . Ad accompagnarmi in questa mia penosa esibizione, lo stesso Domenico al mandolino e l'altrettanto bravo Tonino Guzzo alla chitarra, mentre Vincenzo Caputo, altro attore della piece, faceva il coretto.  Nei panni della morte, invece, c'era la bravisisma Anna Calfa.
   L' apologo racconta la storia di un uomo, zu Giuvanni, appunto, che attraverso il piacere, la vita gaudente, la gozzoviglia esorcizzava la paura della morte che in più occasioni riusci a beffare proprio servendosi di queste, diciamo così, "armi" alle quali anche la morte si arrendeva più o meno volentieri. Buon ascolto. 
   

Furbizia contadina
   di G. Marino

                         

    Micuzzu era un bravo ragazzo, ma la voglia di lavorare non gli era mai stata compagna fedele. Si impegnava, e' vero, quel poco necessario per sfamare la famiglia senza fare mancare lo stretto necessario ai suoi tre marmocchi ed alla moglie, ma non si spezzava certamente la schiena. Ed era un peccato perché il suo vecchio padre, tirando le cuoia, lo aveva lasciato proprietario di tre tomolate di buona terra sulla quale avrebbe potuto impiantare un bel vigneto. Ciò gli avrebbe consentito di produrre tanto di quel vino che, non solo si sarebbe potuto sbronzare come più gli aggradava, ma avrebbe potuto anche venderne diversi ettolitri e guadagnare un bel gruzzoletto. Ma per impiantare il vigneto, ahimé bisognava "fare la scippa", cioè dissodare il terreno in profondità per almeno un metro e "scippare" tre tomolate di terra a colpi di zappa e piccone non era certamente un lavoro divertente. E così Micuzzu se ne stava tranquillamente a grattarsi la pancia tutto il giorno e ad ubriacarsi con gli amici nella bettola di Peppino anche perché, da quello che si lasciava sfuggire quando il cervello, ottenebrato dai fumi dell'alcol non lo faceva riflettere su ciò che diceva, il padre gli aveva lasciato un tesoro inestimabile. La cosa era possibile perché zu Salvatore era sempre stato un gran lavoratore ed un buon amministratore delle sue entrate, anche se nessuno avrebbe mai potuto immaginare con precisione l'entità del lascito che preparava per il figlio. E così lo stolto, non solo sperperava il tesoro gozzovigliando, ma raccontava in giro che lo aveva sepolto nel suo campo in una buca molto profonda e che nessuno sarebbe riuscito a trovarlo.  Le chiacchiere di Micuzzu cominciarono a suscitare l'attenzione di qualche furbastro che prese seriamente a meditare di impadronirsi delle sue ricchezze. E cos' qualcuno, furtivamente, approfittando delle tenebre e del fatto che il campo di Micuzzu si trovava in una zona fuori mano, cominciò a rivoltare la terra alla ricerca spasmodica del tesoro. Micuzzu se ne accorse quasi subito, ma da quello scervellato che era, invece di mordersi la lingua a sangue, la sera, ubriaco fradicio, si faceva beffe di quei tentativi affermando che il tesoro era occultato così bene che nessuno lo avrebbe trovato. E, naturalmente, i tentativi di mettere le mani sul malloppo si moltiplicavano e il terreno veniva rivoltato come un guanto per appropriarsi di quella fortuna. La cosa andò avanti per un paio di mesi e, quando, dopo tanto lavoro a vuoto, i cercatori decisero di desistere, il campo era stato perfettamente dissodato in profondità. Allora si verificò un fatto strano che gli amici non seppero spiegarsi. Micuzzu , che era diventato oramai il più assiduo frequentatore della bettola ed il migliore cliente di Pepino, l'oste che aveva il vizio di allungare il vino con l'acqua della fontanella dirimpetto, all'improvviso si eclissò e non vi mise più piede. Lo vedevano ogni mattina nel suo campo intento a piantare "maglioli" e barbatelle, in quel campo che certi furbastri gli avevano perfettamente "scippato" (1) nel vano, disperato tentativo di impadronirsi del suo tesoro. Solo allora qualche sventato comprese che il tesoro che Zu Salvatore aveva lasciato a Micuzzu non era stato trovato perché non poteva essere sepolto in un campo, dal momento che lo scaltro contadino lo teneva gelosamente custodito in quella sua maledetta testaccia quadrata.

1) dissodato

                                    Parodia del povero brigante

     Questa breve parodia caccurese che risale, probabilmente, agli ultimi decenni del XIX secolo, sembra scritta apposta per convalidare la tesi dei "poveri briganti" che si davano alla macchia per cercare disperatamente di procurarsi qualche cibaria per sopravvivere o, comunque, per morire per una palla in fronte, da uomini lberi e non da schiavi, per imporre qualcosa, almeno per una volta ai prepotenti, ai signorotti dai quali avevano sempre sunito impozsizioni e propotenze. 
    I loro vecchi compagni, braccianti, contadini, pastori "accordati" li conoscevano bene, sapevano che si trattava di loro simili dei quali non avevano paura, non li prendevano molto sul serio, anzi, come nel caso di questo ingenuo componimento, li prendevano anche in giro. I padroni no, quelli li prendevano tremendamente sul serio.    
                                                  

Ciciarone è jettàtu 'ncampagna       Ciciarone (Grosso cece)

Ciciarone è jettàtu 'n campàgna         Ciciarone si è dato alla macchia
pe' scupetta 'nu pàlu re vigna            
per schioppo ha un palo di sostegno per vite
pe' curtellu nu sppicchjiu re canna    
per coltello una scheggia di canna
Ciciarone è jettàtu 'n campagna        
Ciciarone si è dato alla macchia.

 

                                La causa

                                                     di G. Marino

  Un tempo la giustizia sapeva essere rapida, giusta e, perché no?, spassosa, divertente come questo curioso esempio di "Un giorno in pretura" ante litteram ricostruito sulla base dei miei  ricordi d'infanzia in questo  breve racconto che spero sia di vostro gradimento.  



    
Zu Giovanni non si era mai  imbattuto in una causa così strana, eppure gliene erano capitati di episodi curiosi nella sua carriera di giudice conciliatore! Si era sempre trattato di controversie tra povera gente, a volte incattivita dalla miseria e dagli stenti, di diatribe fastidiose, ma che, comunque, zu Giovanni, novello Salomone, riusciva a comporre egregiamente contribuendo, tutto sommato, a mantenere la pace sociale tra gli abitanti dell’ameno paesino. Stavolta, però era perplesso; stavolta non sapeva che pesci pigliare e si grattava in continuazione il capo imbiancato dalla canizie, mentre roteava gli occhi iniettati di sangue a causa di una congiuntivite cronica, ma anche dei troppi bicchieri tracannati.
    I fatti erano questi: zu Saverio aveva affittato a zu Pasquale la baracca che aveva costruito, qualche tempo prima, nell’orto del Cucco. Zu Pasquale vi rinchiudeva Russulillu, l’asinello che teneva oramai, più per compagnia che per andarci a lavorare dato che, per l’età, adesso non aveva più neanche la forza di annodare “i carricaturi.” (1) 
    Zu Pasquale si era impegnato a corrispondergli un canone mensile di cinque soldi, ma, oramai da più di sei mesi, si rifiutava di pagare la somma pattuita per cui zu Saverio gli aveva mandato “il biglietto” (2) per mezzo di zu Luigi, il messo comunale, dopo che zu Giovanni aveva fissato l’udienza.   
 
     In apertura l’anziano conciliatore aveva sentito le parti ed escusso un paio di testimoni.
    “Signor giudice, aveva esordito zu Saverio, rivolgendosi rispettosamente al calzolaio che due ore prima gli aveva messo le “tacce e i trincilli” (3) a quei vecchi scarponi che usava per zappare la vigna, la causa è chiara: Pasquale  si è affittato la baracca, ci ha chiuso per sei mesi Russulillo e ora mi deve pagare.”
      “Niente affatto, signor giudice, rispose zu Pasquale rivolto al compagno di bevute con il quale il giorno prima aveva fatto visita al “ciollaru” (4) di zu Nicola che aveva “messo cannella” (5) prendendoci una bella “pella” (6), prima di tutto non ho i soldi perché la pensione che mi passa il governo non basta neanche per mangiare e poi Russulillu nella baracca ce lo chiudo solo la notte. Saverio, se vuole,  di giorno può usarla e quindi non è giusto che io paghi cinque soldi al mese per il fitto.”  
   “Ma che dice, rispose zu Saverio rivolgendosi al magistrato assieme al quale il giorno prima aveva “sagnàtu” (7) la “capra purchjia” (8) di zu Francesco, ci siamo accordati per cinque soldi e cinque soldi mi deve dare. E se Russulillu decide di “arriparsi” (9) di giorno, che gli dico, che non si può " 'nchjiricare" perché il suo padrone gli paga l’alloggio solo per la notte? Sono scuse ridicole, che paghi!” 
   “Signor Pasquale, esclamò il giudice rivolto al collega “sanaporcelli” con il quale il giorno dopo sarebbe andato al Savuco per castrare i maiali di zu Roccuzzu, avete qualcosa da ribattere alle argomentazioni del signor Saverio?” 
   “Si, signor giudice, rispose zu Pasquale rivolto all’amico che il giorno prima “ci aveva pagato il franco” (10) e lo aveva “lasciato all’ombra” (11) nell’osteria di za Luisa, non è giusto che io paghi cinque soldi , una cifra così esosa, per chiudere nella baracca di compare Saverio Russulillu, un asinello piccolo, piccolo! “

“Signor giudice, quando ci siamo accordati con compare Pasquale sul prezzo del fitto non abbiamo tenuto conto dei metri cubi di Russulillu, perciò, o piccolo o grande, sempre cinque soldi mi deve, ribatté prontamente zu Saverio ponendo fine alla diatriba.”

Così zu  Giovanni,   battendo la mazza di legno sul bancone dell’ufficio di conciliazione condannò zu Pasquale al pagamento delle somme arretrate, prima di infilarsi nell’osteria di mastro Salvatore per scolarsi un più che sudato bicchiere di rosso della Pilusella.

   
 1)       funi che servono per legare la soma al basto  
  2)      l’atto di citazione in giudizio davanti al giudice conciliatore  
  3)      chiodi per chiodare le scarpe  
  4)      sostegno per le botti nelle cantine  
  5)      iniziare una botte divino nuovo  
  6)      sbornia colossale  
  7)      salassato  
  8)      capra puerpera, sgravata da poco
  9)      coricarsi di pomeriggio, fare la siesta  
10)      dormire alla grande
10)      aggregarsi a giocare alla passatella in un secondo tempo, senza aver fatto la partita a      
          carte e pagando metà rispetto agli altri giocatori  
11)     escluso da giro delle bevute nel gioco della passatella  
 

                                            L’invitto brigante                

                                                  (G. Marino )

 


Quando si parla di brigantaggio spesso si fa un po' di confusione (colpa anche dei prepotenti invasori francesi e dei piemontesi) non distinguendo tra "brigantaggio" politico, ovvero il movimento di resistenza agli invasori del Nord e brigataggio criminale, il disperato tentativo di tanta povera gente oprresa e depredata dalla nobiltà o dalla borghesia agraria di vivere o, comunque, sopravvivere. Molti contadini, braccianti, vaticali  diventavano briganti per sfamarsi, qualcuno anche per difendere l'onore e la dignità.
    Quella che segue è una canzone che scrissi per una pièce che che non mi riuscì di mettere in scena ee che raccnta uno dei tani motivi, forse il principale, che spingeva i nostri avi a darsi alla macchia.  Il pezzo, che nacque qualche tempo dopo l'uscita del mio saggio "Cronache di poveri briganti",  fu musicato egregiamente dal maestro Luigi Antonio Quintieri che ne fece una gradevole  pavana. 

 

Evvi un feroce brigante                 

Che saccheggiava Caccuri

E spesso il sangue bevea

Ebbro di tanta lordura

 

Egli malvagio non era

E, ancor fanciullo, godea

Delle bellezze del loco

Lieto gli agnelli pascea.

 

Ma un dì un feroce tiranno

Tutte le terre rapia

E, con iniqui balzelli

La misera plebe vessava.

 

E chi pagar non potea

In schiavitù conducea

Anco gli affetti muliebri

La sua viltà offendea.

 

Vivere più non potea

La miserabile gente

In questo loco infernale

Opprèssa da sì grave male.

 

Ed ecco il giovin pastore

Mutarsi in lupo feroce

La servitù del tiranno

folle di rabbia sopprime.

 

Ma con la povera gente

Egli è gentile e cortese

Ed di ogni cruenta offesa

Vindice è, affatto clemente.

 

E il popol riconoscente

Ama il suo crudo brigante,

ma la vendenta del prence

già sull’eroe è incombente.

 

E in una notte di luna

Cade in un vile tranello

Quando il pugnal d’un fellone

Squarcia quel cuore ribelle.

 

Piange la muta plebaglia

L’invitto vendicatore

Nulla oramai più s’oppone

Alla viltà del barone.

 

Ma un dio vindice e dolente

Del popol suo ha pietate

E a castigar già s’appresta

que vil,  malvagio signor.

 

E un dì, nel folto del bosco,

folgore tremenda lo coglie,

crolla di schianto morente

come l’invito brigante.

                            Degli asini e delle zampe
                                     
di G. Marino

L’asino è un animale molto intelligente. Mica sempre, però! L’intelligenza di questo nobilissimo  animale si misura dal numero delle zampe che possiede: se ha quattro zampe è sicuramente molto intelligente, se, invece, ne ha solo due, è sicuramente cretino.

L’asino a quattro zampe riconosce il padrone in mezzo a duecento persone; quello a due zampe anche fra milioni di individui, ma, proprio per questo, difetta in intelligenza. L’asino a quattro zampe, infatti, sopporta il padrone, ma non lo ama, quello a due zampe non sa fare a meno di un padrone, se lo cerca, lo adula, lo serve fedelmente anche se non gli viene richiesto alcun servigio.

L’asino a quattro zampe è costretto a portare la soma, ma ne farebbe volentieri a meno, quello a due zampe se la cerca come il peccatore cerca la penitenza ed è felice quando, col suo sacrificio, fa felice il padrone, soprattutto se il sacrificio è pure ben remunerato.

Nella storia troviamo esempi di asini a quattro zampe illustri e famosi, da quello di Buridano (che poi era un rigoroso pensatore, anche se poco incline alle decisioni rapide), all’asino d’oro di Lucio Apuleio, allo stesso Pinocchio. Nel caso degli ultimi due si tratta di asini che, alla fine, si sono redenti e sono tornati uomini, praticamente il contrario di molti nostri contemporanei che hanno fatto il percorso inverso.
     L’asino a quattro zampe, purtroppo, non è un animale molto prolifico, tanto è vero che è in via di estinzione,  l’asino a due zampe, invece, presenta un tasso di prolificità esponenziale  e la sua presenza sulla Terra, soprattutto in Italia, si diffonde a macchia d’olio penetrando nei partiti politici, negli enti locali, nelle scuole, nelle istituzioni e, soprattutto, nelle televisioni, habitat ideale per la riproduzione di questa curiosa specie.

                          La spesa, storie di ordinaria miseria
                                                          di G. Marino



Da parecchi giorni il sole dardeggiava alto nel cielo ed i suoi raggi infuocati inondavano di luce la campagna assordata dal frinire ossessionante delle cicale. Le messi, copiose e biondeggianti, ondeggiavano lievemente ad ogni alito di brezza: era oramai tempo di mietitura.
     Un mattino all'alba una lunga teoria di uomini curvi sotto il peso dei loro fardelli, asciutti e grinzosi
come l'uva passa, col volto segnato dagli stenti e dalla fame, si avviava ai campi del barone. Sul braccio ricurvo ognuno aveva la sua falce foderata di stracci e la mano, già inguainata nei cannelli, stringeva un tovagliolo di lino bianco i cui quattro angoli annodati formavano una rudimentale bisaccia contenente la "spesa” il magro cibo della giornata. Erano spese povere: un tozzo di pane, una fetta di lardo, un pugno di olive secche, un pomodoro costituivano il pranzo dei più ricchi, di quelli che potevano orgogliosamente mangiare in gruppo ostentando tanta fortuna; gli altri, i poveri, a mezzogiorno, si allontanavano con un pretesto mentre il caporale bestemmiava come un turco che " non ne poteva più di quella vita grama: tutti i giorni sempre e solo caciocavallo e uova!"
     Nicola era uno di quest' ultimi. Onesto lavoratore con moglie, tre figlie femmine ed una nidiata di marmocchi che gli succhiavano fin l'ultima goccia di sangue, disfatto dalla malaria, mostrava molti di più dei suoi 47 anni. Nessuno lo aveva mai visto mangiare in gruppo: a mezzogiorno anche lui prendeva la sua spesa e si allontanava per i campi. Nessuno gli andava dietro, nessuno osava spiarlo, tanta era la soggezione che incuteva la sua figura taciturna.
     Quella mattina la sua spesa era più voluminosa del solito e Nicola faceva quasi fatica a portarla. Giunto nel campo cercò un arbusto per appendervela, così come facevano tutti; i cani, infatti, più affamati dei loro padroni, frugavano disperatamente dappertutto alla ricerca di cibo. Appeso il fardello ad un ramo di pruno, si mise a lavorare.
 
   Verso le dieci un cane si intrufolò furtivamente nel campo e strisciò acquattato fino all'arbusto. Vide la spesa e cercò di afferrarla. Spiccò un salto, un secondo, un terzo; finalmente urtò col muso il fardello che prese ad ondeggiare. Il rametto del pruno scricchiolò, si spezzò. La spesa cadendo colpìla schiena del cane che prese a guaire pietosamente fuggendo nei campi. I nodi del tovagliolo si sciolsero ed una bella pietra bianca e liscia comparve in mezzo al grano.
    Gli uomini scoppiarono in una fragorosa risata, ma non fecero in tempo a vedere il volto di Nicola rigato di lacrime.   

 

 

                                    La notte dell'Epifania



Cari amici, 
questa notte, secondo la tradizione dei nostri nonni, è la più bella notte dell'anno. Mi raccomando, almeno quelli che hanno la mia età, non addormentatevi e a mezzanotte uscite di casa a godervi gli stupendi prodigi descritti nel racconto che segue, asolutamente fedele agli insegnamenti degli avi. Buona Epifania a tutti. 


                                                    ARRIVA LA BEFANA
                                                       
di G. Marino

    La sera del cinque gennaio era festa anche nella povera casuccia di Rocco l’ortolano. Rocco, la moglie Assuntina e i loro cinque figlioli tra i quali Peppinuccio, un frugoletto di appena tre anni, seduti all’umile desco, consumavano una cena meno frugale delle altre sere. Era la vigilia dell’ Epifania, una festa allora importante per i Caccuresi, ma anche per tutti gli uomini del mondo. Assuntina aveva preparato una bella zuppiera di pasta al sugo con le polpette di carne di maiale, baccalà e broccoli fritti con patate arrostite, pitta 'mpigliata e fritti caldi a chiudere degnamente la cena.
   Prima di sedersi a tavola Rocco fece il giro degli animali per assicurarsi che avessero cibo a sufficienza. Quella era la notte dell’Epifania e, come succedeva  sin dai tempi della Creazione, a mezzanotte gli animali avrebbero parlato per raccontare al Creatore come venivano trattati dai loro padroni; guai se gli animali affamati si fossero lamentati con Nostro Signore: la sua maledizione avrebbe colpito l’intera famiglia,  Così Rocco si assicurò che Trotterello, l’amato somaro avesse un buon “mattulu” (1) nella greppia; la stessa cosa fece con la capra Banchina, sparse un secchio di avena nel bacile delle galline, un paniere di castagne e mezzo “stuppellu” (2) di favette nel truogolo del maiale e si assicurò che il fedele Argo avesse ossi a sufficienza, poi, finalmente tranquillo, si sedette a tavola.
    I bambini, eccitati dall’attesa della Befana, si fecero descrivere tante volte gli stupendi prodigi che si sarebbero compiuti da lì a qualche ora quando, a mezzanotte in punto, da tutte le fontane del paese sarebbe sgorgato per qualche minuto, olio purissimo e le pietre sparse per la campagna si sarebbero trasformate in meravigliose pepite d’oro. Purtroppo il miracolo sarebbe durato solo pochi attimi, poi tutto sarebbe tornato come prima. Subito dopo sarebbe stata la volta della vecchia, cara  Befana che, infaticabile come sempre, si sarebbe messa in giro, volando di tetto in tetto ed infilandosi in ogni camino per portare i suoi doni ai bimbi buoni.
     Affascinati da questi meravigliosi  racconti i bambini fecero il proposito di rimanere svegli fino alla mezzanotte per poter finalmente vedere scorrere l’olio dalle fontane e raccogliere ed ammirare una bella pepita , ma, verso le otto e mezza, la candela sulla “ciminera” (3) era oramai poco più che un moccolo la cui fiammella rischiarava appena il solo ripiano del caminetto. I bambini dormivano già da un pezzo e lo stesso Rocco cominciava a “cimare” (4) . Assuntina lo svegliò con un leggero colpetto sulla spalla, sistemarono i figlioli nei loro giacigli e riempirono di poveri regali le calze appese vicino il focolare, poi, stanchissimi, se ne andarono a letto.
     All’alba la  casa risuonò delle grida gioiose dei bimbi che, appena svegli, si erano precipitati a frugare nelle rispettive calze per cercare i doni della Befana. Un bambolina di pezza per Mariettina, la più grandicella, una trottola di quercia con lo spago nuovissimo per Totonno, un topolino ad elastico per Arturo, un salvadanaio di creta per Pasqualino e una manciata di “crucette”(5) e caramelle per Peppinuccio furono sufficienti a rendere felici i bimbi rammaricati per aver perduto, ancora una volta, l’occasione di incontrare l’amata Befana.

1)     rotolo di fieno
2)     un ottavo di tomolo (ca. 6 kg.)
3)     caminetto
4)     sonnecchiare   
5)    fichi secchi con le noci

                                                          Miseria e nobiltà
Un giorno non basterà a elencare tutti gli ingrati che hanno rovinato la patria. (Seneca)
                                                      
di Peppino Marino

          Che pena, ragazzi, quando ho scoperto la vera identità di quella povera vecchia! Un’angoscia che non vi dico! Era una gelida giornata di gennaio, una di quelle giornate nelle quali il termometro scende abbondantemente sotto lo zero e il fiato, appena uscito di bocca, si trasforma in un una densa nebbiolina prima di condensarsi in ghiaccioli. Stavo percorrendo una stradina alberata nei pressi della stazione ferroviaria di una città del Nord nella quale mi ero recato per motivi di lavoro.  Qualche minuto prima ero sceso dal treno nel quale avevo rischiato di soffocare per l’immane calore emanato da un impianto di riscaldamento regolato male.  L’aria secca mi aveva asciugato la gola e i polmoni facendomi respirare a fatica; l’impatto con l’aria pura, seppur gelida, mi aveva provocato un momentaneo sollievo, anche se, dopo un po’, il freddo pungente mi penetrava nelle ossa e mi arrossava e indolenziva la punta del naso e le orecchie.  Cercai di affrettare il passo per guadagnare rapidamente un bar nel quale trovare un po’ di sollievo ma, svoltato l’angolo di un palazzo, mi trovai dinanzi un netturbino, uno spazzino, insomma o, come si usa chiamarlo ora, un collaboratore ecologico.
   Rimasi subito colpito da quella strana figura che aveva un qualcosa di misterioso e affascinante: si trattava, infatti di una donna abbastanza anziana. Aveva i capelli raccolti in un foulard grigio scuro qua e là rattoppato alla meglio; uno scialle nero copriva le spalle ricurve  e una gonna lunga, dello stesso colore, completava l’abbigliamento. Il volto rugoso e scarno mostrava i segni devastanti dell’età e della fatica che aveva sopportato nella sua lunga vita, mentre le gambe anchilosate reggevano a fatica il peso di un minuscolo corpo.
   La vecchia ramazzava lentamente, con una lunga scopa, foglie secche, lattine di bibite, cartacce, cicche sparse qua e là per la via. All’improvviso la vidi vacillare. Ebbe un mancamento e si afflosciò su se stessa come un fagottello di stracci. Preoccupato, ma anche spinto da quell’impulso alla solidarietà tipico della gente del Sud, accorsi a soccorrerla. Mi avvicinai chinandomi su quel corpo sofferente, le sollevai il capo e vidi che, per fortuna, respirava. Mi guardai intorno cercando invano collaborazione da parte di passanti distratti e frettolosi che tiravano innanzi badando ai casi loro, come se quella scena fosse una normalissima parentesi di vita quotidiana. La cosa mi colpì e mi fece riflettere sull’aridità della razza umana. Fu un attimo, poi, per fortuna, la vecchia aprì gli occhi, abbozzò una specie di sorriso per ringraziarmi e, con un leggero cenno del capo,  mi fece capire che si stava riprendendo. Allora pensai che una bevanda calda le avrebbe fatto sicuramente bene, ma non mi riusciva di scorgere un bar nelle vicinanze e non sapevo come fare. Di colpo mi ricordai del thermos di caffè dal quale non mi separo mai quando sono in viaggio e così, mentre con un braccio tenevo ancora sollevato il capo, allungai l’altra mano libera, afferrai il borsone che avevo appoggiato sul marciapiede  e ne trassi il thermos e un bicchiere di carta che riempii e feci sorbire alla povera vecchia. Il mio espresso   fece il miracolo e la vegliarda si riprese rapidamente. Allora l’aiutai a sollevarsi e l’accompagnai ad una panchina sulla quale sedemmo entrambi per riposarci un attimo. Mi offersi di accompagnarla  a casa, ma lei rispose di non avere né casa, né parenti. “Posso avvisare il comune, dissi allora, il suo datore di lavoro.” “Non sono impiegata del comune, rispose la vecchia, faccio questo lavoro da volontaria e vivo della carità della gente.”
   Rimasi molto colpito da queste parole e, istintivamente, cercai il portafogli , ma la mia interlocutrice mi bloccò: “No, grazie, lasci stare, lei ha già fatto abbastanza per me, non voglio altro, lei è molto altruista, magari tutti fossero come lei!” Queste parole mi convinsero di avere a che fare con una donna un tempo fiera e generosa e ora, per motivi misteriosi, caduta in rovina e in parte, ma non abbrutita dalla miseria. Probabilmente intuì i miei pensieri perché, senza che glielo chiedessi, iniziò a raccontarmi la sua storia.

      “Lei si starà chiedendo chi sia e come mi sia ridotta in questo stato pietoso, vero? Feci un cenno affermativo precisando, comunque, che non intendevo assolutamente essere indiscreto e la dispensavo dal raccontarmi fatti riservati. “Non si preoccupi, continuò, non c’è nulla di riservato e inenarrabile nella mia storia, anzi le dirò che è una storia abbastanza conosciuta, anche se qui vivo in incognito. D’altra parte solo lei si è accorto del mio stato, del mio malessere, un malessere che non è solo fisico,  ma anche e soprattutto morale; solo lei ha mostrato compassione per questa povera vecchia. Vede, un tempo ero stimata,  amata e rispettata, soprattutto dai bambini, anche se, anche allora, c’era chi si divertiva a ironizzare sul mio aspetto fisico con battute di dubbio gusto. I fanciulli, ai quali ho sempre voluto bene, aspettavano il mio arrivo, una volta all’anno,  con molta gioia  e io ricambiavo il loro amore con tonnellate di giocattoli, dolciumi, vestitini. Anche quando fingevo di essere cattiva con qualcuno di loro più birbante del dovuto, non lo lasciavo mai a mani vuote e, assieme al carbone, c’era sempre un regalino. Al mattino presto i piccini si svegliavano ed accorrevano al focolare a frugare nella calza, la vecchia, amata, calda calza di lana fatta ai ferri dalla nonna. Che tempi! Che bello! Poi è arrivato Babbo Natale, quest’uomo venuto dal Nord con baffi e barba posticcia, vestito orrendamente di rosso,che  sponsorizza  una insulsa bevanda e della vecchia, cara Befana non è rimasta più traccia; addirittura mi avevano perfino cancellato dal calendario. Poi qualcuno ha avuto, evidentemente, un po’ di rimorso e mi hanno rimesso al mio posto, ma, oramai, tra Babbi e Nababbi Natale per me non c’è più spazio ed eccomi, seguendo il mio vecchio impulso alla generosità, a fare del volontariato ramazzando, con la mia vecchia, amata  scopa, fogliame e ciarpame……. C’est la vie, mon ami!
   Dette queste parole, la vecchia pose le mani sul mio capo arruffandomi leggermente i capelli come per ringraziarmi, raccolse la  scopa e si allontanò svoltando l’angolo e lasciandomi inebetito sulla panchina.

 

                                       Il plurale maiestatis del politici

   Fatemi capire: i poveri del Congo (i poveri, non i proprietari delle miniere di cobalto o di coltan) organizzano una raccolta di fondi da destinare alle popolazioni del centro Italia colpite dal terremoto; la Protezione civile ci invita tutti i giorni a fare la nostra offerta di due euro con un SMS per ricostruire le scuole dei paesi terremotati, la ricerca scientifica viene finanziata dalle offerte raccolte da Telethon, AIRC, Fondazione Veronesi e altre associazioni benefiche; quotidianamente ci arrivano a casa richieste di donazioni da parte di enti religiosi o associazioni varie con le quali sfamare i poveri per un giorno, una settimana, un mese, a seconda dell’entità della nostra offerta; tutte le occasioni sono buone, compresa la presentazione del mod. 730 per aiutare qualcuno e la cosa, per certi aspetti, è lodevole e condivisibile. Poi scopri che, contemporaneamente, lo Stato mette subdolamente le mani nelle nostre tasche per salvare banche che hanno prosciugato i risparmi, frutto di sacrifici, rinunce e privazioni  di tanta povera gente, aziende decotte spesso rapinate dai loro amministratori milionari che si godono indisturbati il maltolto, che centinaia di comuni che finanziano migliaia di iniziative bislacche come la sagra del “cucuzzello” o dello gnocco fritto e poi ti affibbiano addizionali IRPEF da far rizzare i capelli, aumentano le tariffe al punto che invece che con l’acqua, per risparmiare ti conviene lavarti con il vino e non succede niente, nessuno si ribella, siamo tutti felici e contenti. Allora scusate, quando i governanti si sparano la posa dicendo ai terremotati: “Non vi lasceremo soli”, a nome di chi parlano, di loro stessi? Dei poveri congolesi, di noi cittadini, di tanti poveracci che rinunciano a un paio di scarpe, a una bottiglia di vino, a un chilo di carne, al gelato per i loro bambini per aiutare i terremotati, finanziare la ricerca, ricostruire le scuole, sanare i bilanci disastrati degli enti dissipatori? Perché questi signori usano la prima persona plurale? O si tratta semplicemente di una presa in giro attuata ricorrendo al  “plurale maiestatis”?

                                            Il "Quarto potere", ah,ah
                

    A leggere i nostri giornali c’è da schiattare dal ridere. Sentite questa di qualche ora fa letta su un noto giornale on line: “Lega e FDI a parte, il discorso del capo dello Stato suscita un plauso bipartizan di partiti e istituzioni.” Seguono i giudizi (tutti positivi) di partiti e istituzioni, nell’ordine: Paolo Gentiloni, Matteo Renzi, Pietro Grasso, Laura Boldrini, Angelino Alfano, Anna Finocchiaro e nientepopodimeno che Lorenzo Guerini. Tutto qui. Scusassero, ma ma quelli di questi signori i sarebbero i giudizi bipartisan di partiti e istituzioni? A parte i "quasi atti dovuti" dei presidenti delle due camere, gli altri sono rapresnetanti di tutti i partiti italiani o quasi?  Ma per favore!

 

                                              Il discorso di fine anno di Peppino Marino

                                    

     Italiani e italiane, amici e compagni,
anch' io come Mattarella, e qualche ora prima di lui, voglio farvi il discorso di fine anno spero meno noioso e, sicuramente più breve. In questo 2016 ne abbiamo passate tante, abbiamo sofferto, stentato, corso brutti rischi, perso i raccolti; abbiamo sopportato persone moleste, cacciaballe, pataccari. Abbiamo superato indenni terrmoti, alluvioni, europei di calcio, olimpiadi, il canone in boletta  e i  programmi televisivi balordi, ma il nuovo anno sarà migliore, molto migliore. Il prossimo anno, cari amici, sarà per tutti voi, parola di Peppino Marino, l'anno delle quattro "S": SALUTE, SUCCESSO, SOLDI E SERENITA' . Buon anno a tutti voi
                           Peppino Marino

 

                                                          CADE LA NEVE

  
Come cantava il grande Salvatore Adamo, cantautore siculo - belga degli anni dell nostra giovinezza, "cade la neve", questo atteso fenomeno atmosferico tanto amato dai fanciulli, dagli sciatori e dagli ortopedici che si fa sempre più desiderare. Così quando generosamente si concede, si mostra in tutto il suo abbagliante candore, facciamo di tutto per immortalarla con i "potenti" mezzi (veramente i miei sono un po' rudimentali) che la tecnologia ci mette a disposizione. Ci ho provato anch'io oggi, pur enza mettere il naso fuori dalla porta. Il risultato è questo piccolo, scadente video.

                                    

 

                                                 Spruzzatina "dolcificante"

   Forse per farsi perdonare tutte le tante malefatte delle quali si è reso protagonista in questi dodici, maledetti mesi il 2017 ci vuole addolcire la pillola con una spruzzata di neve che non ricordavamo più com'era fatta. Ma giusto una spruzzata per confermarsi per quella carogna che è stato, perché mentre scrivo è già spuntato il sole. Un anno davvero orribile quello in corso, un anno di stragi, disastri aerei, di viaggi della speranza o della disperazione finiti in tragedie, aumenti di tasse tra capo e collo,  crisi politiche (parlo di quelle estere ché quella italiana è una barzelletta), raccolti pessimi o inesistenti come quello delle olive. Per fortuna fra due giorni ce ne libereremo senza rimpianti sperando, come il venditore di almanacchi, che il nuovo sia diverso da questo e non solo perché nessuno sarebbe disposto a rivivere il passato tale e quale. Intanto godiamoci questa sorpresina, questa spolverata che ha imbiancato anche la mia pianta d'arancio nel cortiletto di casa.

                San Giovanni in Fiore tutta da scoprire

  E' stata davvero una mattinata molto interessante quella trascorsa stamattina nella "Capitale della Sila", la città di Gioacchino di "spirito profetico e imprenditoriale" dotato, la storica San Giovanni in Fiore, uno dei primi luoghi "extra moenia" (fuori dai confini caccuresi) che visitai da fanciullo, la cittadina nella quale ho frequentato le scuole superiori, ho subito un difficilissimo intervento chirurgico e dove conto un sacco di amici carissimi.  Una mattinata piacevole e proficua della quale devo "ringraziare" il mio notebook (si dice così, vero?) andato irrimediabilmente in panne che ho portato all'assistenza. Poiché si prevedeva che per rimetterlo in sesto ci sarebbero volute un paio d'ore, ne ho approfittato per fare un giretto senza mete precise, così ho incontrato per caso un caro amico, il giornalista e scrittore Saverio Basile col quale ho chiacchierato piacevolmente per qualche minuto, poi, prima di salutarci, Saverio mi ha fatto omaggio di un numero de "Il Nuovo Corriere della Sila" del qual è l'autorevole direttore responsabile. Tuffatomi immediatamente nella lettura, ho appreso due interessanti notizie: la recente collocazione di una targa ricordo sul portale del palazzo Guglielmo dal quale il 29 novembre del 1949 Alcide De Gasperi pronunciò il famoso discorso che invitava i giovani a imparare le lingue e andare all'estero e l'esistenza, nelle piazzale adiacente le Poste, di un monumento ai caduti di Monongah, dono della Regione Calabria nel dicmbre del 2003.
   Non ho saputo resistere alla tentazione di visitare i due importanti monumenti e, avendo ancora un'ora a disposizione, ho cercato prima senza successo la targa degasperiana, poi, in piazza delle poste ho potuto ammirare un monumento davvero bello e commovente. La stele rappresenta un piccone conficcato nella roccia nelle viscere di quella spaventosa miniera che il 6 dicembre del 1907 inghiottì per sempre un migliaio di minatori tra i quali 500 italiani, tantissimi dei quali meridionali, una trentina dei quali sangiovannesi. Devo ringraziare davvero Saverio Basile che, indirettamente, mi ha dato l'opportunità di ammirare quest'opera che mi ha fatto rivivere questa dolorosa  tragedia,  questa mattanza di poveri lavoratori emigrati ricostruita con pazienza, tenacia  e grande competenza dall'amico storico Vincenzo Gentile e della quale mi occupai anch'io qualche anno fa per ricostruire la storia del giovane caccurese Francesco Loria, anch'egli perito a Monongah. 
   Ma le sorprese non erano ancora finite. Per tornare nella parte alta dell'abitato, invece di percorrere via Roma, per la prima volta in 66 anni, ho affrontato una scalinata che si inerpica dallo Sventramento, proprio in faccia alla strada che collega via Roma alle Poste e che poi ho scoperto essere via San Cristoforo. Così ho potuto ammirare uno degli scorci più belli della cittadina silana, un luogo che ricorda alcuni tra i più suggestivi vicoli di Napoli. Così mi sono riproposto di tornare più spesso a San Giovanni in Fiore e non solo per fare la spesa. 

                    Dalla depressione al caccurese passando per l’arabo  

     Una delle cose che più mi infastidisce e mi avvilisce è il provincialismo di molti nostri politici, giornalisti e conduttori televisivi ( e non solo), il loro servilismo che li induce a comportamenti fantozziani che ridicolizzano in primis loro stessi, poi tutto il resto del popolo italiano del quale si presentano come illustri  rappresentanti.
    Una delle manifestazioni più eclatanti di questo, tutto sommato, complesso di inferiorità (rispetto a chi poi?) è il vezzo di voler usare l’inglese a tutti i costi, anche se stanno parlando di usanze, prodotti o pietanze tipicamente italiane, spesso incorrendo in pietosi strafalcioni che provocano le risate  dello straniero col quale stanno parlando che magari, beffardo,  li corregge in perfetto italiano. Insomma più irresistibili del grande Totò e di Peppino De Filippo messi insieme. (Noio  vulevom, volemom savoir l’indirizz).
    I politici di questi ultimi decenni, appena mettono piede all’estero, non vedono l’ora di sostenere il loro bravo esamino di inglese e ricevere la pacca sulle spalle da Obama o da altri leader americani o europei, anche se spesso ricevono come ricompensa un enigmatico, imbarazzato sorriso. Provate a immaginare un Andreotti, un Moro, un Craxi, un Saragat, un Pertini in una situazione del genere. Poi dice che uno rimpiange il passato!
   Una cosa sconcertante! Ma la cosa più sconcertante di questi politici che si vergognano della lingua di Dante, di Petrarca, di Leopardi, di Quasimodo, di Sciascia  è che ripetono in continuazione che, grazie a loro,  l’Italia è un paese stimato e rispettato nel mondo, uno dei paesi più industrializzati e più autorevoli. Di quanto l’Italia sia rispettata, stimata, autorevole, soprattutto di quanto rispetto i produttori mondiali e le multinazionali  abbiano per l’Italia ne ho avuto un paio di lampanti dimostrazioni nei giorni scorsi.

Dimostrazione n. 1

Un  paio di settimane fa ho acquistato on line una bilancia digitale da cucina che mi è stata recapitata qualche  giorno. Felice dell’acquisto, anche perché il prezzo è conveniente, all’arrivo del pacco ho scartato con ansia la confezione, poi mi sono accinto a leggere le istruzioni d’uso e qui, sorpresa! Le istruzioni sono soltanto in inglese, tedesco e francese, tutte lingue che non conosco. L’italiano manco se lo impipano. Risultato: con questa bilancia, che dovrebbe avere un sacco di funzioni, compresa la temperatura del prodotto nel patto,  riesco appena a pesare gli ingredienti, senza nemmeno avere la certezza che il peso è quello esatto.

Dimostrazione n. 2

Due giorni fa, mia moglie, non trovando  in negozio il solito colore per i capelli, ne acquista uno di una nota marca francese che da 60 anni sento pubblicizzare in Tv. La confezione è completamente diversa da quella dell’altra marca con una serie di strani flaconi e flaconcini. A questo punto urge leggere le istruzioni per capire come diavolo si usano e si mescolano.  Mi accingo alla non facile impresa, anche con gli occhiali da vicino perché i caratteri sono quasi microscopici. Con grande disappunto scopro che le istruzioni sono riportate in quasi tutte le lingue del mondo tranne che in italiano. Disperato sto per gettare la costosa confezione nella pattumiera poi, all’ultimo secondo mi accorgo che ci sono le istruzioni anche in arabo.  Mi riprendo dalla depressone, chiamo la nostra badante marocchina: “Hakima, per favore, mi puoi leggere e tradurre queste istruzioni dall’arabo all’italiano?”  Qualche minuto e finalmente, abbiamo l’esatta interpretazione delle istruzioni dall’arabo in caccurese, lingua quest’ultima, che la ragazza conosce abbastanza bene.
     Si, l’Italia, grazie ai nostri governati è davvero rispettata nel mondo; si il rispetto del l’anima ……….

 

                                                    Auguri agli oppressi

   Questi, come sempre, sono giorni di auguri: auguri di buon Natale, auguri per un nuovo anno che sta per arrivare, auguri che scambiamo con amici e parenti, con le persona care con le quali abbiamo contatti quotidiani o anche sporadici, ma quasi mai ci ricordiamo di farli a  tanta gente che nemmeno conosciamo, però sappiamo che esiste, vive, soffre, lotta spesso inutilmente contro la fame, la miseria, le ingiustizie, le prepotenze, le soprafazioni. Gente privata dei diritti, dei beni, di una patria, perfino della propria cultura, della fede religiosa, perfino della stessa lingua. E a questa gente che oggi va il mio pensiero, è a questa gente che oggi voglio fare i miei auguri più belli e più affettuosi.  Auguro a tutti gli oppressi, gli sfruttati, a tutti coloro che soffrono per l’avidità, la prepotenza, la stupidità dei propri simili di  liberarsi al più presto delle catene che li imprigionano.
   Auguri agli amici palestinesi e ai loro bambini, auguri al popolo curdo, agli armeni, ai siriani; auguri agli eritrei, ai popoli centro -  africani, agli abissini; auguri a quelli che soffrono, a quelli che fuggono dalle guerre, dai massacri, dai genocidi in cerca di una vita migliore, a volte persino di una vita qualunque che sia diversa dalla morte.
Auguri a tutti a voi, fratelli nostri,  e perdonateci se non sappiamo difendervi dai  vostri carnefici.

 

 

                                "Il giorno" di Répaci e quello di Renzi

    E’ da stamattina alle 7,30 che siamo sotto attacco da parte dei media, manco fossimo la Bagdad di Saddam ai tempi di Bush padre, anche quelli calabresi, che ci raccontano come, dopo la Creazione, oggi è il giorno più importante per la Calabria perché “si inaugura il completamento della Salerno – Reggio Calabria”. " Il giorno della Calabria", insomma, ma quello di Renzi, non quello di Répaci.  In realtà si tratta di lavori di ammodernamento il cui iter ebbe inizio negli anni tra il 1997 e il 1999, addirittura col governo Prodi e relativi solo a una parte del tracciato, anche se consistente,  e comunque non è prevista la terza corsia come nelle altre autostrade italiane, ma solo quella di emergenza che non era mai esistita, ma tutto fa brodo quando ci si deve sparare la posa anche senza averne titolo.
  Voglio qui fare alcune considerazioni in merito con l’ausilio del testo di una bellissima canzone del grande cantautore e amico Mimmo Cavallo.

E la chiamarono "la mulopedonale",
cerchi la storia capisci perché,
la Salerno-Reggio ti può illuminare:
ti dice quanto qualcuno tiene a te

A due corsie di almeno metri sette

Sai, le autostrade -han misure precise.
ma al sud le faremo un poco più strette.
Lo Stato deve contenere le spese.

 Leggevo su un giornale on line:

 Oggi, infine, il governo annuncia un piano di manutenzione pluriennale da un miliardo di euro. Nelle ultime settimane, cioè, anche su pressione diretta del Presidente del Consiglio, è maturata una scelta radicale: sugli ultimi 58 Km di autostrada non ci sarà nessuna demolizione e ricostruzione di tracciato e nessuna nuova tratta variante a parte una “complanare di arrampicamento (notare l’involontaria ironia di quell’ “arrampicamento, nota dell’autore di questo post) per i veicoli pesanti, solo nel percorso in salita (arrampicarsi in discesa è un po’ difficile oltre che inutile, nota dell’autore di questo post), nel tratto Cosenza – Altilia. Di conseguenza si rinuncia alla realizzazione della corsia di emergenza per questi ultimi 58 km, aumentando però le piazzole di sosta.

Tradotto in soldoni: per ammodernare come si deve gli ultimi tratti per complessivi 58 chilometri della Salerno – Reggio Calabria ( che quindi non è affatto completata come si strombazza in queste ore) occorrevano 2,053 miliardi di euro, ma il governo non era disposto a spendere tanti soldi in Calabria quando ci sono tante povere banch, pardon banchieri da salvare, come si è fatto anche  per  l’Alitalia e peraltre aziende poi vendute alle multinazionali come è stato fatto in passato, così a gennaio 2016 gli stanziamenti scendono a 1,756 miliardi, ma non basta; qualche altro colpo di bacchetta magica, un paio di formule strane, un abacadabra  e arriviamo a un miliardo di euro per un piano di manutenzione pluriennale. Quindi nessuna variante, niente corsia di emergenza, ma solo qualche piazzola in più. Grazie, Presidente, grazie per questo inestimabile regalo, ma no si doveva scomodare, addirittura premere direttamente.  Lei è una persona davvero generosa, che Iddio gliene renda merito e ci saluti il ministro Del Rio, altro grande amico del Sud.

E la chiamarono la "mulopedonale"
Ma quanto traffico di gente eh.!
C'era persino la pista laterale
per carri agricoli e asini, ohimè.!

Grande Mimmo. Ne approfitto per salutare con grande affetto Mimmo e Gina e augurare loro un buon Natale e uno splendido 2017.

                                Domani nasce la luce.  Buon Natale a tutti gli amici

 IL POST VALE ANCHE COME AUGURIO DI BUON NATALE A TUTTI GLI AMICI CHE NON RIUSCIRO' A CONTATTARE DIRETTAMENTE


                

    Domani 22 dicembre, alle 10,24 il sole, nel suo moto apparente dovuto alla rivoluzione della Terra intorno alla propria stella, raggiungerà il punto più basso sull’orizzonte corrispondente allo zenith del Tropico del Capricorno. Qui si fermerà, “effettuerà una fermata”; stazionerà per qualche attimo (solis statio) ovvero si verificherà il solstizio d’inverno, poi riprenderà il suo viaggio a ritroso verso l’emisfero nord, fino al Tropico del Cancro che raggiungerà il 21 giugno (solstizio d’estate) dopo il passaggio intermedio sull’equatore.
   Il giorno del solstizio d’inverno, oltre a segnare l’inizio astronomico dell’inverno, è anche il giorno più corto dell’anno, contrariamente al vecchio proverbio “Santa Lucia il giorno più corto che ci sia”  che si rifà a una situazione vecchia di oltre cinque secoli, prima della riforma del calendario elaborata dal nostro conterraneo, il cirotano  Luigi Lilio quando il solstizio cadeva tra il 12 e il 13 dicembre. Domani dunque è il giorno con meno luce, il giorno più difficile da trascorrere per le popolazioni che vivevano e vivono ancora nelle zone vicine al Circolo polare artico perché il sole muore, ma è anche il più atteso perché subito dopo rinasce e, dopo un po' di giorni rifà la sua timida comparsa sulle cime più alte degli alberi della foresta che per questo,  molti secoli fa, venivano addobbate con nastri e oggetti colorati, fiaccole e tutto ciò che poteva catturare ed esaltare i raggi dell’atteso astro.
   Il Solstizio, dunque, già per i Celti era la festa del Natale del sole, della luce, poi gli uomini vollero attribuirgli altri significati e si inventarono una sfilza di idoli nati tutti il 25 dicembre da una vergine e da un dio, tutti che morirono e resuscitarono dopo 3 giorni, molti ovviamente in croce come Horus, il dio egiziano nato 3000 anni prima di Cristo la cui nascita fu annunciata da una stella  (Sirio, la stella più luminosa del cielo allineata con le altre tre stelle, i Re Magi, della costellazione di Orione) e che ricevette, appunto,  la visita di tre re. Anch’egli fu battezzato a 30 anni, ebbe 12 discepoli e camminava sull’acqua. Come Virishna, il dio mediorientale nato 1200 anni prima di Cristo, ovviamente da una vergine e la cui nascita mise in allarme il tiranno che fece uccidere tutti i suoi coetanei, anch’egli autore di miracoli come la trasformazione dell’acqua in vino, come Attis, 1200 avanti Cristo nato il 25 dicembre da una vergine, morto crocifisso, resuscitato dopo tre giorni, come Dionisio, come Mitra, forse il più noto i cui seguaci plagiarono la vita di Cristo  ben 1200 anni prima che il Messia palestinese nascesse.
     Natale è dunque la festa di tutti;  dei credenti, ma anche dei pagani perché la “Luce”, sia quella metaforica che più semplicemente quella che ci regala la nostra amata stella è vita. Viva la “Luce” e buon Natale a tutti voi che mi leggete, cari amici.

 

            Venti miliardi per le banche, buoni consigli per il Mezzogiorno

   Fatemi capire: il governo sarebbe pronto ad accollarsi 20 miliardi di debiti per salvare le banche? Quelle banche che ne hanno fatto di cotte e di crude, che vivono da sempre sulla pelle di chi lavora e di chi, dopo una vita di sacrifici e privazioni ha messo sa parte qualche lira (pardon, qualche euro) da utilizzare in caso di bisogno o nella vana e inconcludente speranza di garantire un futuro meno carico di angosce e preoccupazioni ai figli? Se penso che ci sono state banche che con al scusa di improbabili e assurde spese di tenuta conto dei libretti da 100 o 200 euro che i nonni aprivano ai nipotini come regalo di Natale hanno rubato anche quei pochi spiccioli ai bambini senza avvisare gli ignari vecchietti dell’infame clausola,  mi sento ribollire il sangue; Se penso che nei primi anni ’70, quando chiesi un prestito per iniziare a costruirmi la casa fui costretto a pagare il 20% di interessi col mio povero stipendio di 117.000 lire di maestro elementare divento una belva
   . Venti miliardi per salvare le banche e poi volevano toglierci il diritto di voto con la scusa di ridurre il numero dei senatori per risparmiar 50 milioni; venti miliardi per salvare le banche quando con la metà, forse con un terzo di questa somma si potrebbero costruire tutte le infrastrutture delle quali ha assoluto bisogno un Mezzogiorno rapinato, devastato, lasciato nel più completo degrado e abbandono e che ne farebbero sicuramente una delle aree più ricche e competitive d’Europa come è stato per millenni prima che arrivassero i liberatori del nord che, dopo aver succhiato da sempre il nostro sangue, ora hanno ancora bisogno di altro sangue fresco. 
    Ma con quale coraggio si possono dire o anche solo pensare cose del genere? Utilizzate questi 20 miliardi (se riuscite a trovarli) per costruire nel Mezzogiorno ferrovie degne di questo nome,  autostrade come quelle del nord;  per fare della ss. 106 e della ss 107 delle strade decenti, per rilanciare il porto di Gioia Tauro e la rete portuale meridionale, per risanare e riconvertire le aree industriali avvelenate, per mettere in sicurezza il territorio, i centri storici, le scuole, gli ospedali, per realizzare un sistema di trasporto integrato. Se fate tutto questo il Mezzogiorno riparte come un razzo e produrrà tanta di quella ricchezza da far nascere decine di banche sane come quelle che ebbe nei secoli passati fin quando non furono rapinate dai liberatori predoni.
    Se davvero c’è l’esigenza di salvare i risparmiatori confiscate i beni di chi ha creato questa situazione e rivendeteli per risarcire i risparmiatori. Sono sicuro che bastano e avanzano e poi utilizzate parte di quei 20 miliardi o tutti per rendere giustizia al Sud e alle sue popolazioni, ai suoi giovani, ai suoi imprenditori, ai suoi cervelli, alle sue forze sane. E fate presto se non volete essere travolti dalla gigantesca onda del 4 dicembre. E per favore, i buoni consigli teneteveli per voi. 

 

                    Il partito della nazione e le anime belle

   Se qualcuno non lo avesse ancora capito Renzi continua a ripeterlo con forza: “Quel 41% (ha arrotondato il dato a suo favore, ovviamente) è il partito più forte del paese.”  
   Ora qualsiasi fesso capisce, a parte il fatto che molti o pochi, fate voi, di quel 41% di voti sono di esponenti e militati della sinistra del PD rimasti ai tempi di quando si diceva  “E’ meglio sbagliare col partito che avere ragione da soli”, avranno votato si, anche esponenti centristi, gli amici di Verdini, molti ex di Scelta cinica, alfaniani, leghisti amici di Tosi, gli ex rivoluzionari sessantottini passati per banche, televisioni, giornali e partiti di centro destra etc. E’ chiaro che lo capisce anche lui perciò credo che non si tratti di una vanteria infondata, ma di un programma politico che si pone l’obiettivo di fondare un nuovo partito. A questo punto sostituite nell’espressione “il partito più forte del paese” il sostantivo “Paese” con un suo sinonimo e avrete il nome del nuovo partito.  Rimane da capire che ne pensano e che si aspettano ancora  le anime belle che non vogliono sbagliare da sole. 

                             La mia solidarietà al ministro Fedeli 

      A questo punto sento il bisogno di manifestare la mia solidarietà al ministro Valeria Fedeli vittima, da qualche ora, di attacchi beceri  da parte di individui che dovrebbero vergognarsi e tacere.  Anch’io non sono stato e non sono tenero nei confronti di un politico che prima del referendum dichiara che in caso di sconfitta sulla riforma della Costituzione lei, il Presidente del Consiglio e tutti i ministri si sarebbero dovuti dimettere dalle loro cariche e andarsene a casa e che, dopo la sconfitta clamorosa subita, non solo non si sono dimessi dalle loro cariche, ma ne ricoprono di più prestigiose, ma attaccarla per un peccatuccio tutto sommato veniale come quello di aver “ingigantito” il suo titolo di studio o, addirittura, perché si batte contro l’arroganza e la prepotenza dei soliti integralisti religiosi che vogliono imporre per legge il loro credo anche a chi non la pensa come loro inventandosi inesistenti teorie che contrasterebbero con le loro fobie è intollerabile è intollerabile. 
Ebbene, ha dichiarato di avere una laurea, invece è solo un “diploma in scienze sociali” e allora?  Quanta gente dichiara di essere qualcosa e poi si scopre che non lo è? Comici, cantanti, attori,  giornalisti, statisti, commissari tecnici (una volta si diceva che fossero 60 milioni), etc. etc. Quanta gente dovrebbe dimettersi per questo vizietto del “Lei non sa chi sono io?”  
   Non credo di poter essere accusato di simpatie per questo o per il precedente governo  Renzi o di non aver fatto le mie battaglie contro l’idea dei partiti e della politica che hanno questi signori, contro i loro provvedimenti , le loro pseudo riforme, il loro disprezzo per la Costituzione repubblicana, ma non mi associo a chi pratica lo sport dell’imbarbarimento politico in nome dell’integralismo religioso.

 

       La notte della superluna e delle Geminidi 

  Cari amici, purtroppo lo scorso 14 novembre, per le avverse condizioni meteorologiche non siamo riusciti a vedere la super luna più grande dal 1948, ma questa notte, intorno all'una, sarà possibile ammirare una nuova super luna appena più piccola (l' 1%)  di quella di novembre e, per sovrapprezzo, si potranno vedere anche le Geminidi, le stupende stelle cadenti di dicembre. Io, intanto, ve ne do una piccola anticipazione con questa luna  che illuminava il cielo caccurese  intorno alle 19,30 e con la cometa di via Vittorio Veneto che il nostro vicino e amico Bruno De Rose ci regala ogni anno.  Buona serata e buone osservazioni astronomiche. 

                                    Qualche conto e tante balle

   Una delle tante balle sparate negli ultimi mesi dai nostri governati, sempre più grosse man, mano che si avvicinava la fatidica data del 4 dicembre quando la truffaldina riforma costituzionale elaborata da uno dei peggiori governi della storia è stata seppellita sotto una valanga di NO dai cittadini italiani, era l’immancabile riduzione delle tasse, il mantra ossessivo di tutti i governi ciarlieri. Anche Renzi e il suo governicchio non si sono sottratti a questo rito e hanno cercato di convincerci che le tasse sono calate e che ora siamo tutti più ricchi e più felici. Per fortuna i suoi emuli periferici ci hanno risparmiato questa beffa e questo supplizio e d’altra parte  davvero non ne avrebbero “avuto ben donde.” 
     Non sono un imprenditore, né un commerciante e nemmeno un banchiere, categorie forse più fortunate di noi comuni contribuenti,  ma come cittadino e capo famiglia che le tasse le paga direttamente senza l’intermediazione del consulente finanziario, posso affermare con certezza che non solo le tasse non sono calate, ma che sono aumentate vertiginosamente. Facciamo un po’ di conti.

ACQUA

Premesso che  consumi di acqua della mia famiglia sono rimasti pressoché invariati rispetto al 2014, la bolletta complessiva è passata da euro 247, 80 a euro 366,98 con un incremento di 70 euro circa in cifra netta e del 48% in percentuale.

 Spazzatura o TARI

 Premesso che la casa non si è allargata e che la superficie è sempre la stessa, la tassa è passata dai 350 euro del 2015 ai 420 del 2016  con un incremento di 70 euro in cifra netta e del 20% in percentuale.

 Addizionale IRPEF COMUNALE a saldo

 Anno 2014     euro  90                          Anno 2015    euro 180

 Tasse comunali totale 2015     euro 687                     totale 2016  euro 966

Ovviamente la pensione è rimasta quella dell’anno scorso, anzi per effetto dell’aumento delle addizionali è calata un pochino.

 S
i, è vero, dopo tre anni di “cura Renzi” siamo più ricchi e più felici. Allegriaaaaa!!!!!

 

                                 Quando si stentava a vivere

      Oggi non si arresta più la gente per queste cose, ma  tutto lascia presagire che per i lavoratori quei tempi potrebbero ritornare. Forse per alcuni son già tornati

 “Voi non potete trattenerci in prigione, urlava il segretario della lega dei braccianti al maresciallo dei carabinieri, non abbiamo fatto niente di male, è stato don Pasquale ad aggredire il mio compagno. Voi, invece di arrestare il carnefice arrestate la vittima.”

“Io vi tengo dentro quanto voglio, perché don Pasquale è una persona perbene e voi siete dei farabutti. Siete dei delinquenti anarchici, siete degni compari di quel criminale  di Bresci che ha assassinato Sua Maestà Umberto I°, che Dio lo abbia in gloria! Voi siete un pericolo per l’umanità, ecco quello che siete!”

“Noi non siamo anarchici, signor maresciallo, noi siamo socialisti e ci battiamo per migliorare le condizioni di vita della povera gente. Anche Gesù Cristo faceva la stessa cosa, anche lui voleva liberare gli oppressi dalle catene e lo hanno ammazzato e gli hanno messo in bocca quello che volevano loro. Noi non facciamo niente di male, chiediamo solo pane per noi e per i nostri figli, di vivere una vita un po’ più decente di quella delle  bestie, solo questo chiediamo:”

“Si, e intanto sobillate i vostri compari contro la gente perbene, vi rifiutate di mungere le vacche, di arare i campi, di raccogliere l’uva, le olive, di seminare il grano e così mandate tutto in malora!”

“Signor maresciallo, cosa fareste voi se i vostri figli vi chiedessero un tozzo di  pane e voi non potreste darglielo, se vostra moglie morisse dal freddo e non aveste un ciocco di lana da filare per farne uno scialle, se un vostro bambino stesse morendo e voi non potreste comprargli le medicine per guarirlo? Voi lavorate per dare un tozzo di pane ai vostri bambini, per comprare loro le medicine, qualche ninnolo,  per dare uno scialle a vostra moglie. Noi lavoriamo solo per saziare l’ingordigia padrone, ma a noi la vita è negata. Possiamo solo scegliere se salire su un bastimento e andare in America o morire o veder morire i nostri familiari di fame, di stenti, di malaria. Ma se partiamo tutti che ne sarà del nostro paese, delle nostre terre, delle nostre case, degli stessi padroni? Senza le nostre braccia la terra muore e con essa muore pure il paese. E allora, signor maresciallo, non ci resta che la lotta!”
   
Le parole del segretario della lega provocarono, probabilmente, qualche turbamento nell’animo del maresciallo che, di colpo, cambiò atteggiamento.

“Va bene, disse rivolgendosi ai due fermati, per questa volta la cosa finisce qui. Vi lascio andare senza inoltrare alcun rapporto al procuratore del Re, ma badate bene di non creare nuovi disordini perché allora nessuno vi salverà da un processo in piena regola!” Detto ciò li lasciò andare.

Da  G. Marino, In viaggio per una vita migliore, Mariano Spina editore, San Giovanni in Fiore 2006

 

                                                    Molestie continue e solita lagna

                  

  Per il terzo giorno consecutivo una manica di imbecilli mi interrompe il pisolino pomeridiano rendendomi nervoso e intrattabile, senza che nessuno li abbia autorizzati, con il loro stramaledetto stupido messaggio che mi ricorda che basta un Si per risolvere tutti i miei guai e quelli dei miei connazionali.  Che Satana lstramaledica loro e chi gli ha dato il mio numero. Il mio smartphone, ogni volta che mi arriva un mex spara un "deng" che somiglia a una fucilata, ma siccome molto raramente qualcuno si ricorda di me, né mi manda mex, non ho l'abitudine di spegnerlo quando lo poso sul comodino, così sono tre giorni che vengo perseguitato a ogni ora del giorno da questi molesti strilloni, manco fossimo nel '48 o negli anni '50 al tempo delle madonne che piangevano e che battevano l'Italia a tappeto per raccogliere voti per Scelba.  Ho tentato più volte di bloccare il numero del molestatore, ma non si fa bloccare o almeno io non ci riesco. 
  Ma si può essere così cretini da pensare che uno possa essere orientato  nel voto da uno stupido messaggino? Anch'io non ho un ottimo concetto di tanti miei connazionali, ma non fino al punto di pensare che uno possa farsi o cambiare opinione grazie a un SMS che, fra l'altro, finisce per indispettirti se lo ripeti più volte nel corso della giornata. Ma davvero ci credete così imbecilli? Ditelo sinceramente. 
  Detto questo vorrei sapere chi paga le spese,  se il solito stato Pantalone,  qualche finanziere amico,  se è qualche gentile omaggio di qualche compagnia telefonica o sei sostenitori del Si si sono auto tassati.  Per fortuna domani finisce anche questo tormento, però per il futuro sarebbe opportuno che qualche garante, della privacy, la polizia postale o qualche altro soggetto si muovesse per porre fine a questa vergogna che si va ad aggiungere alle telefonate moleste  di operatori telefonici e fornitori di energia. Ma cos'è diventato questo maledetto paese? 

 

                                                Disobbedienza civile e democratica

   Che buffa la vita! Uno passa la vita a pensare e a ripetere che gli Stati Uniti considerano Cuba e l’America latina “il cortile della propria casa” e poi un giorno scopre che il suo paese è diventato il cortile di casa della Germania e di qualsiasi staterello  di questa bislacca ed arrogante Europa. Oggi ci si sveglia con le rampogne di un qualsiasi burocrate di quelli che una volta se ne stavano buoni e zitti perché anche il più insignificante politico li metteva a cuccia con un’occhiata,  ma che oggi comanda a bacchetta sul politico che, viceversa, forte del consenso e del mandato popolare, sarebbe il solo  delegato a decidere sulle grandi questioni e sui problemi degli stati e dell’intero pianeta.
   Così il democristiano ministro tedesco Herr Schaeubke e il socialista tedesco Steinmeier si prendono tranquillamente il lusso di farci sapere che loro tifano per il Si e che se potessero votare in Italia voterebbero per la riforma boschiva senza che nessun politico di sinistra, compresi quelli che indossano magliette e giacconi con il volto di Che Guevara o la kefiah palestinese o cantavano le canzoni di Bob Dylan e Joan Baetz alzi la voce per zittire i tedeschi e rivendicare la dignità del nostro paese, una dignità che ci eravamo conquistati con la Resistenza e che oggi viene derisa e vilipesa a ogni piè sospinto.
Intanto ci fanno sapere che la Bce è pronta a intervenire in caso di vittoria del NO perché il mercato non si fida, mentre noi dovremmo fidarci del mercato. 

     
Credo che mai nessuno che ricopra un'alta carica politica in un paese straniero negli ultimi trent’anni abbia cercato  di ingerirsi così pesantemente nella vita politica italiana, una cosa che non dovrebbe essere consentita, nessuno, tantomeno ai tedeschi e ai francesi così gelosi della loro sovranità nazionale. Intanto i nostri, tranne qualche trascurabile, comunque opportuna eccezione, tacciono o minimizzano, inserendo la testa sotto la sabbia come gli struzzi senza badare alle altre parti del corpo.
    Mah, consoliamoci col resto: oggi “jazzari” e come dicevano i nostri vecchi, “è tempu ‘e sazizze e vinu” e noi rispetteremo questa antica tradizione. Si può ancora, vero? O c’è qualche direttiva europea che non conosco che ce lo impedisce?.

        ULTIMA CHIAMATA PER CHI CREDE ANCORA NELLA LIBERTA'

NON RINUNCIAMO AL VOTO IN CAMBIO DI UNA SIGARETTA ALL'ANNO

 

Cari amici e care amiche, cari compagni di tante battaglie
mi rivolgo a tutti quelli che si riconoscono ancora nei valori della Sinistra, che credono ancora nella libertà, nella giustizia, nella pari opportunità dei diritti; ai giovani e ai meno giovani che sperano ancora in un futuro di dignità per loro, per i loro figli, per i loro nipoti; a tutti coloro i quali credono ancora che il diritto di voto sia un valore da difendere; a quelli che fino alla fine degli anni '80 si lamentavano dell' invadenza, della prepotenza e dello strapotere dei partiti non sapendo cosa li aspettava per davvero nel decenni successivi, per pregarli caldamente di andare a votare domenica prossima e di votare NO alla devastazione della Costituzione repubblicana, all'abolizione di diritti fondamentali di tutti noi contrabbandata per snellimento dell'iter legislativo; per dire NO ai disegni della P2 che rischiano di realizzarsi per la gioia dei suoi adepti, per dire NO al commissariamento delle regioni meridionali e alla loro colonizzazione per costituzione.
   Qualcuno faceva notare che con questa odiosa riforma la riduzione dei costi della politica  ammonterà a 50 milioni all'anno in un paese che ne spende 64 al giorno per mantenere un esercito che a norma della vigente costituzione non avrebbe motivo di esistere perché l'Italia ripudia la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali. Questa "favolosa" 8o ridicola, fate voi)  riduzione dei costi della politica ci viene offerta in cambio della nostra rinuncia a eleggere il Senato che sarà trasformato in una congregazione di nominati dai partiti che godranno dell'immunità parlamentare e della doppia carica per fare non si capisce cosa, se non più o meno quello che facevano i vecchi senatori, ma in modo più confuso e pasticciato,  senza contare che alcune regioni non saranno più nemmeno rappresentate
in questo incredibile carrozzone.  Cinquanta milioni di risparmi previsti, ma che, sicuramente, con l'aumento dei rimborsi delle spese per senatori che dovranno fare continuamente la spola tra le regioni e la Capitale  si ridurranno a molto meno col risultato che, invece di poterci bere un caffè in più all'anno, potremo al massimo fumarci una sigaretta in più all'anno, ammesso che il prezzo del pacchetto non aumenti e in cambio di una sigaretta in più all'anno rinunciamo al diritto di voto per il senato, deleghiamo ai partiti dei quali per decenni abbiamo denunciato lo strapotere la scelta dei nostri rappresentanti, obbediamo proni ai dictat dell'Unione europea che ci sta affamando e strozzando con la sua intollerabile politica monetaria e diamo un grande contributo alla nascita di quel governo mondiale che porterà alla sottomissione e forse alla distruzione del pianeta.  Senza contare che c'è tanta gente che nemmeno fuma. 
    A questo punto chi vuol votare SI lo faccia pure, ma poi, per favore, in futuro ci eviti i predicozzi e le insopportabili lagnanze e soprattutto, molti miei amici  non si dichiarino ancora di sinistra e non mettano nei loro profili simboli gloriosi perché sarebbe una beffa davvero intollerabile.

                        La fellonia non fa più perdere il feudo, anzi.......

                           LE CARTE SI STRACCIANO,  MA IO VOTO NO

   "Il Partito Democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a mettere fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza, anche promuovendo le necessarie modifiche al procedimento di revisione costituzionale.
   La Costituzione può e deve essere aggiornata nel solco dell'esperienza delle grandi democrazie europee  con riforme condivise coerenti con i principi e i valori della Carta del 1948, confermati a larga maggioranza nel referendum del 200
6."

           
Dal Manifesto dei Valori del Partito Democratico          
                   Approvato il 16 febbraio 2008

   Per una deplorabile dimenticanza si è omesso si aggiungere, dopo le parole " nel referendum del 2006",  la celebre esortazione a stare sereni, una sorta di giuramento, una specie di parola d'onore a garanzia della correttezza e della irrevocabilità delle decisioni assunte; una questione di principio nel DNA di Renzi e dei renziani, ma oggi  anche di altre frange del PD. 
   Come tutti sappiamo, in ossequio a questo solenne giuramento, la riforma che sarà sottoposta al giudizio degli elettori  il prossimo 4 dicembre è stata approvata con maggioranze che superavano i due terzi ( a volte anche i quattro quarti, qualche articolo addirittura con i 5\4) dei parlamentari). O no? Come si vede a distruggere il PD non sono stati quelli che se ne sono andati o quelli che votano si perché fedeli al loro atto fondante, ma quelli che lo hanno tradito e stracciato, deriso militanti e dirigenti, minacciato e in qualche caso attuato rottamazioni di uomini e cervelli come se fossero stati dei ferri vecchi, anche quando si trattava di menti giovani e brillanti. 
   Un tempo un comportamento come quello dei parlamentari del PD che hanno approvato la riforma Boschi in  contrasto col loro stesso manifesto dei valori sarebbe stata bollato come fellonia e avrebbe comportato la perdita del feudo, oggi, invece, diventa un titolo di merito per acquistare altri feudi.  Mi piacerebbe sapere cosa ne pensano in proposito certi miei vecchi compagni che oggi sono diventati difensori a spada tratta di questa schifosa riforma e dei suoi ispiratori e artefici;  se la loro idea della politica è sempre quella di un' arte nobile, al servizio delle istituzioni e dei cittadini,  che considera la coerenza un valore irrinunciabile, l'idea della politica di Berlinguer e di Pertini  o è diventata quella di Cavour e di Machiavelli. 

                               Spese militari: 64 milioni di euro al giorno
                                    per soldati, caccia, missili e portaerei





   Spulciando i giornali on line in tempi di campagna elettorale referendaria mi sono imbattuto in questa curiosa notiziola. Che volete, seppur minimizzate e nascoste sotto montagne di frivolezze, certe notizie bisogna pur darle in un paese che in fatto di libertà dell'informazione non se la cava davvero  bene. Così scopriamo che a fronte di un risparmio di 50 milioni di euro all'anno  (notate la conformazione  e la rotondità delle labbra e gli occhi fuori dalle orbite dei sostenitori del SI per enfatizzare la cosa quando ci parlano di questo favoloso risparmio in cambio del quale ci chiedono di rinunciare a sceglierci da soli il nostro senatore), ne spendiamo ogni giorno (sottolineo ogni giorno) ben 14 in più per navi da guerra, caccia, missili e portaerei. A che serve un così potentissimo arsenale a un paese la cui Costituzione "ripudia la guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali" dovrebbe essere un mistero, invece è una sorta di segreto di Pulcinella: l'Italia è un paese a sovranità limitata e deve fare quelle che comandano gli altri, compreso evitare di esportane i suoi prodotti nei paesi da sempre ottimi nostri partner commerciali perché invisi agli americani e ad altri paesi dell'UE per poi gioire quando il PIL cresce di un prefisso telefonico (del Piemonte, in questo caso perché quelli della Calabria sono più alti). Basterebbe tagliare di un solo milione di euro al giorno (da 64 a 63) le spese militari per risparmiare 6 volte di più di quanto si risparmia tagliando i costi del senato disegnato dai padri costituenti per sostituirlo con quello cervellotico, confusionario e pasticciato disegnato dalla Boschi e dai suoi collaboratori e impedirci di votare. 
Sessantaquattro milioni di euro al giorno per le spese militari: mi piacerebbe sapere cosa ne pensano tanti miei compagni degli anni '80, quelli che si battevano contro i missili a Comiso, gli F 16 a Isola Capo Rizzuto o facevano insieme a me le battaglie pacifiste e la marcia  Perugia - Assisi e che oggi se ne stanno zitti, zitti o se parlano lo fanno per magnificare questo capolavoro di riforma e sostenere le ragioni del Si. 

 

                                Filastrocca della medaglia

Filastrocca della medaglia
Ch’è scesa in campo una nuova accozzaglia
Di gente diversa; una rivoluzione
Per la difesa della Costituzione.

Gente di destra, sinistra e di centro,
fuor dai partiti oppure da dentro
con il credente e il non credente;
gente ricchissima e nullatenente
come una nuova Costituente,
tutta impegnata in un bel girotondo
per la più bella Legge del mondo.

Si, tutti insieme, i belli e i brutti
ché la Costituzione è la legge di tutti.
Però la vera accozzaglia è al governo
a renderci a tutti la
vita un inferno
tagliando servizi, salute e poteri
per foraggiare gli amici banchieri,
a commissariare i meridionali
per farne dei sudditi coloniali
a sostituire l’eletto al senato,
con il servetto, però nominato.

Ma a Santa Barbara faremo saltare
questo progetto così irrazionale
imposto al Paese da poteri forti,
falchi, rapaci e tiranni risorti
con un bel NO, grande e rotondo

e poi faremo un bel girotondo. 

         
Giuseppe Marino

 

                       Cuoco, che bella parola..... cuoco!

  Amici, vi prego, ditemi che quando si muore non si muore per sempre, ditemi che si rinasce. Io voglio rinascere e rinascere cuoco. Vorrei rinascere cuoco perche cucinare mi piace da morire e poi guadagnerei molto di più di quanto ho guadagnato facendo il maestro di scuola. "Cuoco, che bella parola......cuoco..... Io un cuoco me lo sposerei. " Aveva ragione Eduardo Scarpetta! Stasera mi sono sbizzarrito a preparare un piatto elaborato e credo di essermi superato. Lo dico con baldanza solo dopo aver "escusso" le mie cavie come un impalcabile pubblico ministero per avere un giudizio sincero e spassionato. Interrogatorio e contro interrogatorio del difensore hanno dato risposte coincidenti per cui vado sul sicuro. E ora vi spiego cosa ho preparato: filetti di orata alla Marino o alla mare - monti, come preferite. 
  Per prima cosa ho sistemato in un piatto di portata tre rondelle di ananas allo sciroppo sulle quali ho sistemato, a mo di corolla, tre mandarini sbucciati, quindi un corbezzolo per pistillo.
Quindi ho preparato un soffritto di cipolla, aglio e sedano e un pezzetto di peperoncino, quindi ho aggiunto le patate a spicchi facendole friggere a puntino. Due minuti prima di spegnere ho aggiunto una manciata di uva passa e pinoli e spento il fuoco. A parte ho fritto i filetti di orata passati nella farina e, una volta perfettamente indorati, ho assemblato il piatto. A me me piace, come dice Gigi Proietti, ma anche le mie "cavie" dicono che è un piatto eccellente. Il resto alla prossima abboffata. 

                     Alla banna 'e 'stu focularellu

                             

   Forse questa volta ce l'abbiamo fatta davvero a scaldarci le ossa senza l'ausilio del grappino e a costi un po' più tollerabili per le nostre tasche  e le nostre magre finanze sempre più minacciate da tasse e balzelli vari, soprattutto in questo periodo di scadenze varie, dall'assicurazione auto, all'IMU, all'acqua, al vino e alla birra. Fin ora mi ero ostinato con i caloriferi a metano che invece di darmi una mano se la prendeva senza darmi quel calore, nemmeno umano, del quale noi tutti abbiamo bisogno, ma da oggi si va a pellet, questo bio combustibile che si produce consumando solo il 2,7% dell'energia che sprigiona il che lo rende conveniente sia dal punto di vista energetico che ecologico. Almeno così dicono. Io prima di dare un giudizio definitivo voglio prendermi qualche giorno. Intanto stasera sono in manica di camicia, il che è già molto. "Alla banna 'e stu focarellu" si sta davvero bene.  Peccato che non vi abbiamo abbinato una griglia, ma per la sazizzella e la fresa è sempre disponibile 'u focularellu a piano terra. 

                     Un voto per difendere una istituzione e un diritto
        
       

   “Il Partito, per me, è la coscienza stessa della classe oppressa e sfruttata e come tale la guida sicura che si segue con fiducia, per cui si affronta serenamente ogni cimento, ogni sacrificio ed ogni rischio, e se necessario, nei momenti di più aspro scontro, anche la morte.”

    Sono parole di Paolo Cinanni, intellettuale e dirigente comunista che ci insegna cos’è secondo lui, ma anche secondo centinaia di migliaia di militanti, dirigenti, combattenti per la libertà e la giustizia sociale, un partito vero della sinistra. Rileggendole mi viene da pensare che il seme gettato dai grandi come lui dev’essere sicuramente attecchito, germogliato e cresciuto rigoglioso se oggi ci sono tanti politici che amano così tanto i partiti da cambiarne tre o quattro nel corso di una legislatura. Se penso che con l’abolizione della preferenza e le liste bloccate sono stato costretto negli ultimi anni a votare qualcuno di questi signori mi vien voglia di mettermi davanti allo specchio e fare quella famosa operazione che si fa quando ci si vergogna di se stessi. Anche per questo voto NO all’abolizione del senato elettivo e alla sua trasformazione in una setta di nominati  e, se ce ne fosse l’occasione, a ogni legge elettorale autoritaria che mi priva del diritto di scegliermi il mio legislatore.
IL 4 DICEMBRE VOTO NO E CERCHERO’ DI CONVINCERE QUANTA PIU’ GENTE POSSIBILE A FARE ALTRETTANTO.

    

Paolo Cinanni e il partito dei lavoratori  - Quando la politica volava alto



   Mi hanno molto colpito alcune frasi di Francesco Adornato nella presentazione del libro "Il partito dei lavoratori" di Paolo Cinanni edito nel 1989 da Quale cultura Jaca Book del quale ha voluto gentilmente farmi omaggio l'amico avvocato Francesco Tassone., uno dei padri del neo meridionalismo. Raccontando la vita del grande dirigente comunista di Gerace, discepolo e poi grande amico di Pavese,  il prof. Adornato scrive: "Quel clima di solidarietà , di umanità e di partecipazione ai bisogni del popolo lavoratore, personificato ai suoi occhi soprattutto da Elvira Pajetta, lo segneranno indelebilmente; il partito non era un'entità astratta, lontana, ma un corpo vivo, pulsante, fatto di uomini che mettevano insieme i loro entusiasmi, i loro sacrifici, le aspettative, l'impegno quotidiano per cambiare la realtà eliminando lo sfruttamento e le ingiustizie,"  Altri tempi, altri uomini, altri progetti  di quando la politica volava alto  non come oggi quando l'unico obiettivo dei partiti di sinistra in Europa è quello di ricacciare ai margini della società i lavoratori, distruggere il ceto medio e compiacere banche, capitale e improbabili capitani d'industria italiani che, dopo avere fatto gi smargiassi per decenni con il foraggio pubblico,  si sono venduti perfino quella parte del corpo che per pudore è sempre difficile nominare,  spacciando tutto ciò per politica.  E per salvare questa sciagurata rinuncia alla politica dovremmo pure non votare NO al referendum del 4 dicembre per arginare il populismo, ci spiegano gli uomini sedicenti di sinistra scambiando l'effetto per la causa. 
   Nella stessa presentazione Adornato riporta un amaro sfogo di Cinanni risalente a qualche decennio dopo quando già affioravano  alcuni preoccupanti segni di declino,  nel quale il politico e intellettuale calabrese osservava: " Oggi trionfa l'astratta e ripetitiva demagogia dei discorsi, di ossequio verso i più grandi, di freddo rapporto burocratico verso i minori, i quali fanno pure il lavoro che serve." Parole che sembrano scritte oggi. Ai tanti validissimi motivi per votare NO aggiungo anche questo amaro sfogo di Paolo Cinanni. Nell'occasione ringrazio di cuore l'avvocato Tassone per il gentile, graditissimo omaggio. 

                                  Santi tecnologici e  "amicizie" impossibili

  Per quanto nella vita uno si debba aspettare di tutto, converrete con me che quella che mi è capitata ieri è davvero una cosa curiosa da lasciare sbalorditi e magari anche un  po' sconcertati o divertiti, fate voi. Non capita tutti i giorni, infatti che ti chieda l'amicizia su facebook addirittura un famoso santo che stando alle informazioni in mio possesso, dovrebbe trovarsi in paradiso dal lontano 1968, anche se lo vedo spesso sbucare dalle piazze, dai parchi pubblici, dai corridoi degli ospedali, dalle scuole (un po' meno dalle chiese). Si, amici, a chiedermi l'amicizia sul noto network ieri è stato nientemeno che San Pio di Pietralcina, il vulcanico francescano imprenditore salito qualche anno fa agli onori degli altari, Non sapevo che anche gli ospiti di San Pietro facessero uso della rete, ma evidentemente le nuove tecnologie sono arrivate anche in paradiso per la gioia delle compagnie telefoniche che in paradiso ci sono da sempre. Quella che invece non è arrivata a San Pio è la notizia della mia richiesta di  "Annotazione su Registro dei battezzati della volontà di non far parte della chiesa cattolica",  regolarmente eseguita, una notizia datata 2007. Veramente avevo chiesto di essere sbattezzato, visto che la cosa era avvenuta quando avevo pochi giorni di vita quindi oggettivamente incapace di intendere e di volere, anche se già in possesso di personalità giuridica, ma le gerarchie mi hanno spiegato che il battesimo è uno "status indelebile" per cui me lo devo tenere. Prenda comunque nota, il simpatico San Pietro (è stato sempre il santo che con le sue paure, i suoi dinieghi mi è apparso più umano e più simpatico) del mio status nel caso dovessi cercare di infilarmi di soppiatto in paradiso e ne prenda nota anche Padre Pio o chi per lui a giustificazione della mia impossibilità ad accettare una così impegnativa amicizia. Orate frates e magari ogni tanto anche qualche trota o qualche luccio. 
  

                                             Il grazie di Parrotta

   Mio cugino Vincenzo Parrotta mi ha fatto pervenire una breve lettera di ringraziamento a tutti gli amici e compaesani  che, commentando un mio recente post, gli hanno espresso amicizia e stima, lettera che pubblico qui di seguito.
  
   Caro cugino Peppino,
attraverso il tuo sito voglio ringraziare e stringere in un grande abbraccio tutti gli amici, i conoscenti e i compaesani che hanno commentato il tuo post di qualche sera fa dedicato alla mia modesta persona.  Attraverso le loro parole ho percepito l’affetto e la simpatia che nutrono nei miei confronti che mi ha fatto molto bene e che ricambio amichevolmente. Nell’occasione voglio far notare che non sono un maestro come tu, forse per eccessivo affetto di cugino, mi ha definito, ma un umile apprendista del grande amico comune Peppino Nesci che mi ha insegnato quasi tutto quello che ho imparato a fare. Il resto, ovviamente, è lasciato al mio estro e alla mia fantasia.
   Grazie di cuore a tutti gli amici e un saluto affettuoso a loro e a te.
               Vincenzo

                      Omaggio a Vincenzo Parrotta, l'umile Maestro



   Questa sera voglio fare un omaggio a un grande artista caccurese, mio cugino Vincenzo Parrotta, che ogni giorno che passa diventa sempre più il ritratto di nonno Peppino Marino, sia nel fisico che in tutto il resto. 
   Vincenzo è una artista completo: oltre che bravo pittore è un discreto chitarrista, una delle più belle voci caccuresi  specializzata nelle canzoni degli anni '60 e nel repertorio classico napoletano  e un bravo attore. Memorabili le sue interpretazioni di Nicodemo nel dramma sacro I Giudei e i ruoli interpretati nelle varie commedie dei De Filippo e di altri autori nei quali si è cimentato negli anni '80 e '90, ma anche le tante serate canore con complesso Gli Amici 65 o altri gruppi nelle piazze della regione. 
   Conoscevo da sempre la sua bravura, la sua capacità di realizzare paesaggi accattivanti mescolando sapientemente i colori per ricavarne toni  e sfumature gradevoli  con le quali ammanta le campagne, i viottoli, i casolari o dà corpo alle albe, ai tramonti, ai cieli nuvolosi, ma oggi, passando per caso dalla sua "bottega" al Vincolato, ho avuto modo di apprezzare    ancor meglio la sua vena e la sua bravura.
  Purtroppo Vincenzo ha il difetto di essere nipote di Genuzzu Marino, un altro talento che, però, passò tutta la vita a schermirsi, a minimizzare il suo talento come fa Vincenzo,  a differenza di molti che, invece, passano la vita ad accreditarsi  un talento che non hanno. C'est la vie! 
  Buona serata, "Eduardo" e complimenti. 

Col casco

     Scusate, ragazzi qualcuno di voi potrebbe spiegarmi perché gli inviati delle televisioni, nel corso dei collegamenti dalle piazze e dalle strade dei paesi terremotati, presumo in zona di sicurezza lontano da edifici a rischio di crollo, si presentano in trasmissione con il loro bel casco in testa? Forse perché qualche attimo prima erano impegnati a scavare a mani nude tra le macerie o perché appena chiuso il collegamento torneranno a scavare? Col casco! Allora i corrispondenti di guerra cosa dovrebbero indossare quando ci mandano da Israele le corrispondenze sull'attacco a Mosul? 


                              Albicocche per orecchini e per cravatta un pappagallo



    Sinceramente non sapevo che oltre alla festa della mamma, a quella del papà e alle altre istituite dai negozianti e dai miei ex colleghi esistesse anche quella dei nonni, poi arrivano i gemellini e colmano questa grave lacuna con questi simpaticissimi ritratti. Mario e Antonio ci vedono così e ne prendiamo atto.  La nonna con la collana turchina e due albicocche per orecchini e io con la cravatta gialla non stiamo poi tanto male. I capelli..... beh, siamo parecchio brizzolati, ma ancora non propriamente incanutiti, comunque la vena artistica dei pargoli mi sembra notevole. 

                                  Concerti al camposanto?



    La domanda nasce spontanea: ma i nostri defunti organizzano concerti? Solo così si spiegherebbe la presenza di una bellissima tastiera nei pressi del cimitero del paese. E che musica preferiranno? La messa da requiem di Verdi o il Dies irae di Tommaso da Celano? O il Lacrimosa di Mozart? Boh? 

                                                   Una gita naturalistica

  Per gli amici che volessero godersi le bellezze di una delle zone più interessanti del nostro territorio consiglio una bella gita sulla strada Caccuri - San Biagio - Granatello che collega la contrada Rittusa alla s.s. 107. Si tratta di una zona vulcanica nella quale si possono ammirare numerosi crateri spenti. Attenti però a non finirci dentro. 

                                                     Bavaglio al NI

     

1928:
Processo a Gramsci, Terracini, Ravera. 
 Il pubblico ministero Isgrò nella requisitoria pronuncia una frase che possiamo considerare l'essenza del fascismo e della volontà del potere, in tutti i tempi e a tutte le latitudini, di soffocare ogni voce libera e critica, ogni opposizione per affermare il pensiero unico.

2016:
Il governo, per il tramite dell'ambasciatore italiano in Germania, vieta un'intervista pubblica di un giornalista tedesco all'ex segretario del PD Pierluigi Bersani prevista per il prossimo 14 novembre presso l’Istituto italiano di Cultura nel corso di una serata organizzata dal Comites (comitato degli italiani all'estero). Motivazione ufficiale:  necessità di "garantire la par condicio alle ragioni del sì e del no.
Fatte salve le differenze non da poco tra il processo ai fondatori del PCI e il bavaglio al simpatico Pierluigi, la cosa non vi preoccupa? Che poi  Bersani non era per il NI?


                                                 Il terremoto? Un castigo divino

    Di fronte a una immane tragedia come quella del terremoto di questi ultimi giorni, anche se per fortuna  pare non si registrino vittime,  ma danni ingentissimi alle abitazioni private, agli edifici pubblici, al patrimonio artistico e monumentale, si dovrebbe avere il buongusto di evitare stupide polemiche, alimentare divisioni, pronunciare solenni sciocchezze e incitare all'odio, invece dobbiamo constatare che anche questa volta qualcuno ha perso una buona occasione per tacere. 
   Secondo un vice ministro israeliano l'evento catastrofico sarebbe una punizione divina all'Italia per essersi astenuta nella votazione dell'Unesco sulla Città Vecchia di Gerusalemme, mentre  qualcun altro se la prende col papa che, mentre la basilica di San Benedetto crolla, se ne va in Svezia a celebrare la Riforma luterana. Sono curioso di sentire altri pronunciamenti magari quello dell'uomo della medicina degli Arapagos, degli stregoni delle tribù aborigeni, dei vari sciamani sparsi per il mondo e delle numerose fattucchiere sparse per l'Italia. Intanto, fratelli, pentitevi de li peccata vostri et facite penitentia acciò che lo Signore ci salvi da la damnatione. 

                                          Tra ingorghi, salassi e disservizi

             

    Eccoci a casa dopo una settimana e dopo quasi sette ore di viaggio per percorrere 580 km.  No, questa volta la colpa non è della solita, bistrattata Salerno - Reggio Calabria, ma di un'altra autostrada, di quelle che si pagano e salate, anche, molto salate e sulle quali, oltre ai soliti lavori in corso, restringimenti incomprensibili, deviazioni varie, basta un piccolo incidente per provocare ingorghi e code chilometriche  che ti fanno perdere ore e ore. Beccarne due in due giorni e perderci oltre due ore del tuo tempo e della tua vita per poi, quando arrivi al casello, subire un vero e proprio salasso che al confronto una sacca di sangue è  solo " 'na muzzicatina 'e pulice" mi manda in bestia. Si, perché non credo ci sia al mondo un paese nel quale un centinaio scarso di chilometri in autostrada ti costano la bellezza di 11,60 euro e poi, spostandoti di un paio di centinaio di chilometri verso sud, ne paghi 16,70  per percorrerne quasi 300 che non sono, comunque, bruscolini. A parte l' incomprensibile criterio di definizione dei costi, mi do    mando dove finiscono questi fiumi di danaro? Quanti secoli ci vorranno per recuperare il capitale iniziale? Quanto incideranno sui pedaggio i costi del personale, della manutenzione, del a pubblicità etc.? Possibile che questi costi siano tali da giustificare tariffe del genere e che all'utente non si debba, non dico rimborsare il pedaggio in  presenza di intollerabili disservizi, ma nemmeno chiedergli scusa per i continui, intollerabili disservizi? 

 

            Nuovi provvedimenti per l'occupazione: mutuo per trovare lavoro 

   Il recente allarme diffuso dall'INPS sul calo dei contratti a tempo determinato che diminuiscono dell'8% dopo le diminuzioni dei mesi scorsi e sul boom dei licenziamenti per giusta causa (giusta per i padroni ovviamente) ha creato molta preoccupazione nel governo,  nei suoi cantori e sodali, nei sindacalisti reduci dalle recenti crociere  e nei governanti internazionali da mesi impegnati a magnificare la meritoria opera (di demolizione dello stato sociale e dei diritti dei lavoratori) dei colleghi italiani. 
   Preso atto che il "Giob...atta" non ha prodotto i risultati sperati (come si voleva far credere ai gonzi,  ma in realtà l'obiettivo di massacrare i lavoratori è stato raggiunto, eccome!) nei prossimi giorni si terranno una serie di incontri per mettere a punto nuove e più efficaci misure.
    Tra le altre soluzioni, oltre all'abolizione dell'anacronistico salario, delle ferie retribuite, dei contributi previdenziali e dell'indennità di malattia,  si pensa di estendere anche alle nuove assunzioni la geniale trovata del mutuo per andare in pensione, In altre parole i lavoratori che intendono essere assunti da una azienda verseranno alla stessa un trattamento di inizio rapporto  di importo compreso tra i 30 e i 40 mila euro, a seconda delle mansioni,  accendendo un mutuo  agevolato al tasso del 20% con un istituto di credito amico del governo impegnandosi a lavorare per almeno cinquant'anni con la stessa azienda che verrà poi rimborsato dal datore di lavoro in comode rate annuali al lavoratore dopo al risoluzione del rapporto di lavoro. Gli esperti assicurano che questo provvedimento, assieme all'aumento dell'orario di lavoro a 60 ore settimanali , produrrà un consistente  incremento dell'occupazione e una notevole ripresa.  Per i fondelli. 


                                               Divagazioni ecocompatibili

   Rispettare e preservare l'ambiente nel quale viviamo,  ma anche il pianeta Terra dando nel contempo un aiuto sostanziale alle nostre tasche e alle finanze  sempre più  disastrate dei comuni è possibile e anche divertente. Certo non tutti possono farlo nei modi di cui parlerò a breve, ma tantissime persone si,  e credo ne valga davvero la pena; basta possedere un fazzoletto di terra e affrontare una spesa iniziale di poche decine di euro.
   Da parecchi anni, già da molto prima dell'avvio della cosiddetta differenziata, evito di conferire l'umido al servizio di raccolta dei rifiuti urbani, ma, selezionando accuratamente gli scarti delle verdure, le bucce della frutta, i fondi di the e caffè, gusci di uova frantumati,  i trucioli ottenuti dalla potatura delle siepi, le foglie secche, fiori appassiti, gambi, carico la mia vecchia compostiera (fig. 1) creando posti di lavoro per miliardi di batteri  che, incessantemente, notte e giorno, provvedono a trasformare il tutto in terriccio. A me basta poi setacciare il compost (fig. 1) per ottenere  qualche "cardarella" (quanto è bello il nostro dialetto!) di ottimo terriccio a costo zero (fig. 2) come ho fatto stamattina e utilizzarlo, assieme al letame dei conigli e a un po' di terra meno grassa per preparare i vasi per i semenzai da collocare nella serra (fig.3) nella quale coltivo la lattuga, le cipolle, il sedano, l'erba cipollina e le piantine da trapiantare poi a primavera.(fig. 4) Intanto, mentre mi dedico a queste piacevoli, ecologiche attività, mi godo i magici colori autunnali "zifarelliani" (fig.5). Eh, si, "la civiltà è bella ma, viva la campagna" cantava Nino Ferrer e il bravo Totò Cotugno "Voleva andare a vivere in campagna" e ci ruppe i timpani per anni con quella lagna. 

                                            Il raccolto e Capitano Uncino
 
    Non male questo che è forse l'ultimo raccolto di ortaggi del 2016: un bel "bombardino" di una quarantina di centimetri e una "maracas" scovati in quello che resta dei "cuccuzzri", un po' di fiori di zucca e qualche "tallu." Poi, con l'aiuto di "Capitan Uncino", ho tirato giù gli ultimi fichi di una stagione avarissima. A proposito di Capitan Uncino, alzi la mano chi manca da Caccuri da almeno quarant'anni, ma ricorda come si chiama in dialetto questo prezioso attrezzo. I residenti sono pregati di non suggerire, anche se sono sicuro che lo ricorderanno quasi tutti. Almeno quelli che hanno messo piede almeno una volta in un orto. 

 

                               Vibo Valentia, la sua storia, i suoi preziosissimi tesori



   Ieri sono finalmente riuscito a realizzare un sogno che coltivavo da diversi decenni: quello di visitare Vibo Valentia, una delle più belle città della nostra bellissima regione.  
   Di Vibo me ne parlava spesso in termini entusiastici mio padre che
per un paio di settimane vi aveva soggiornato come militare, ma non avevo mai avuto l'opportunità di visitarla; poi ieri, grazie al mio amico Franco Falbo e alla carissima amica e compaesana Giovanna Pirito che mi ha ospitato assieme a mia moglie e ci ha fatto da impareggiabile guida, il sogno si è materializzato.
  Vibo Valentia, Monteleone fino al 1928, come tante altre città calabresi, è carica di storia e di cultura. Nasce probabilmente come colonia dei Locresi forse in un luogo ove venivano allevati o domati i cavalli per cui prese il nome di Hipponion, nei pressi della costa degli Dei, ma pare che i rapporti con la madrepatria non siano stati  propriamente idilliaci da subito. Quando Dionisio il vecchio, tiranno di Siracusa che aveva sposato una locrese, sconfisse la  Lega italica della quale facevano parte Hipponion, Reggio, Kaulon, Kroton, Thurii e Velia nella battaglia dell'Elleporo  del 389 a.C, deportò gran parte della sua popolazione nella città siciliana, ma quando nove anni dopo i Cartaginesi gliele suonarono di brutto, moltissimi hipponiati tornarono nella loro città che si ripopolò. Col tempo l'importanza politica e strategica dell'antica Vibo crebbe a tal punto che personaggi come Giulio Cesare, "quel brav'uomo" di Cicerone e Ottaviano Augusto si premurarono più volte di visitare questa bellissima città. 
  Nei secoli successivi fu capoluogo della Calabria ultra e tesoreria della Calabria Ultra e di quella Citeriore, poi, tra le altre cose, diede i natali a Michele Morelli, uno dei due sottotenenti che organizzarono i moti del 1820 e a Luigi Razza, ministro fascista dei lavori pubblici che vi fece realizzare molte opere imponenti. 
   Ottomila e passa anni di storia che spesso riaffiora del sottosuolo perché "la terra si crepa e parla" , ne hanno fatto una città ricchissima di monumenti con decine di chiese, a cominciare dal bellissimo duomo di Santa Maria Maggiore o di San Laoluca, il santo basiliano che, cacciato dalla frazione di Vena, fu bene accolto nel capoluogo, a quella imponente di San Giuseppe, ma uno dei monumenti davvero grandiosi e architettonicamente molto interessanti è il castello normanno - svevo che domina un vasto tratto della costa, da Vibo marina a Capo Vaticano e il territorio a sud di Vibo  verso Mileto, Limbadi e il bacino del Mesima. All'interno dell'imponente maniero si ha la possibilità di visitare uno dei più ricchi e meglio organizzati musei della regione e dell'intero Mezzogiorno, zeppo di reperti magno greci, bruzi e di epoca romana. C'è di tutto: dagli strumenti musicali locresi e bruzi, alle armature, ai vasi, alle ampolle, alle statue greche, ai corredi funerari, ma la cosa che mi ha affascinato e stupito maggiormente è la ricchissima collezione di monete magno greche, romane, bruzie e puniche, soprattutto quest'ultima. 
   Alcuni anni fa mi è capitato di leggere un interessante romanzo di David Anthony Durham che racconta la storia di Annibale e della sua lunghissima campagna italica. Vi si narra, fra l'altro, di un gruppo di sciacalli, uomini e donne al seguito dell'esercito punico specializzati nel ripulire i cadaveri dei soldati caduti in battaglia delle povere cose che si portavano dietro nascoste all'interno delle loro ingombranti armature, piccole ricchezze che però, moltiplicate per centinaia e centinaia di poveri morti, finivano per crearne una molto consistente. Presumo che questi odiosi individui facessero incetta anche e soprattutto delle monete cartaginesi che probabilmente costituivano moneta corrente tra la truppa acquartierata in Italia. ma, evidentemente o molte di queste sfuggirono agli sciacalli o, quando perirono anch'essi, moltissimi shekel coniati in Italia dal figlio di Amilcare Barca tornarono alla terra che li aveva generati e furono successivamente ritrovati per deliziare la nostra vista e il nostro spirito. 
   Nel concludere queste brevi note, mi sento di invitare i miei corregionali, ma anche gli amici del resto d'Italia e dei paesi esteri che dovessero leggerle, a visitare questo importantissimo museo che si distingue anche per l'organizzazione razionale e impeccabile dei percorsi didattici. Un grazie di cuore a Giovanna Pirito, amica carissima e "guida turistica" impagabile anche per l'ottimo pranzo che ci ha preparato e fatto gustare. Un abbraccio affettuosissimo anche da parte di Vittoria, cara Giovanna. 

 

                                          Il fato della tirannia visto dai tiranni

   Oggi voglio offrire ai tanti amici meridionalisti, ma anche ai tantissimi visitatori del sito questa chicca che rappresenta la più lampante dimostrazione della mistificazione della nostra storia, ma anche di quanto sia consolidato e diffuso il malcostume dei vincitori di scrivere la storia a loro uso e consumo infarcendola di menzogne  calpestando e seppellendo la dignità dei vinti. 
   Siamo a Vibo Valentia, l'antica Monteleone, la città del carbonaro Michele Morelli che assieme a Giuseppe Silvati, al generale Pepe e ad altri congiurati, nel luglio del 1820 fu uno dei primi sudditi duosiciliani a cospirare contro il suo paese. Ci troviamo nei pressi dei resti de tempio di Persefone (la Proserpina dei latini) su di un terrazzo naturale dal quale si domina un lungo tratto della costa tirrenica. Da questo stesso "verone" si affacciò, nell'agosto del 1860, Garibaldi (il condottiero invitto secondo gli unitaristi, il corsaro foraggiato dagli inglesi e dai piemontesi che gli spianarono la strada corrompendo gli ufficiali borbonici secondo quasi tutti gli storici e i ricercatori meridionalisti) per gettare uno sguardo sulle colonne dell'esercito duosiciliano che si ritirava senza combattere, come ordinavano gli ufficiali, verso nord.  Vi prego di osservare attentamente la data di collocazione della lapide: Luglio 1926.
   A quel tempo l'Italia, per l'insipienza e il tradimento sìdi Vittorio Emanuele III detto Sciaboletta,  nipote del "Re galantuomo" (un galantuomo che attaccò a tradimento uno stato amico sul cui trono sedeva il cugino senza uno traccio di dichiarazione di guerra ordinando o comunque tollerando  massacri, deportazioni, fucilazioni e decapitazioni di gente inerme che non aveva mai fatto guerra a nessuno) era finita nelle mani di uno dei peggiori tiranni che l'umanità abbia mai conosciuto, che aveva instaurato una feroce e odiosa dittatura. E allora che succede? I compagni di merenda calabresi di questo tiranno innalzano un monumento al pirata braccio armato del "galantuomo" che aggredisce uno stato pacifico col pretesto di volerlo liberare da una tirannia così feroce che i suoi sudditi combatteranno per oltre dieci anni contro l'esercito di liberatori, si faranno massacrare, deportare, incarcerare in tetre prigioni per non essere liberati dal Garibaldi e dai savoiardi. Ma per i fascisti e per gli storici di regime il nizzardo "vide nelle fuggenti schiere borboniche il fato della tirannia." E così sia. 

                                               Anno bisesto, annus horribilis

  Filastrocca un po’ malandrina  
in questa fredda giornata ottobrina. 
L’autunno avanza, si allungan le ombre  
ché siamo già nel mese di ottobre,  
il mese del mosto che bolle nei tini,  
di prataioli e pregiati porcini,  
delle castagne, dei frutti di bosco,  
 
di San Remigio e di San Francesco,  
il santo del povero lupo di Gubbio.

(Da Filastrocche per un anno - G. Marino - http://www.isolamena.com/LAVORO/FILASTROCCHE/Filastrocca%20mesi/mesi.htm)
 
   
   Ed eccoci in autunno, la stagione dei magici, variopinti colori,  delle foglie caduche, dei funghi e "dell'aspro odor dei vini", ma anche delle mele, castagne delle castagne e delle noci che si staccano dai rami pronte per essere raccolte. 
   Quest'anno è stato un "annus horribilis", non solo per i raccolti, ma per il contadino  non è stata un'annata eccezionale, né per gli ortaggi, né per la frutta,  per non parlare di olio e vino, ma la provvista di noci per le pitte 'mpigliate sono riuscito comunque a farla. Nella foto il primo raccolto di qualche giorno al quale si aggiunge un quantitativo quasi uguale di prodotto raccolto stamattina assieme a una cassetta di mele. 
    Che possiamo farci? Non è andata particolarmente bene, ma si sapeva che il 2016 era un anno "bisesto" e i nostri vecchi, che la sapevano lunga, ripetevano spesso: "Annu bisestu,  viatu chine ce resta" che è una cosa ben più importante delle provviste. Comunque, ancora due mesi e mezzo poi ce ne libereremo e l'anno venturo sarà un anno d'oro per noi tutti, per la pace,  la  salute e per i raccolti. Almeno ce lo auguriamo e lo auguriamo a tutte le persone del mondo.


                    Un giovane, grande orafo caccurese: Giovanni Guzzo

  Prendi un pezzetto di oro che, come tutti sappiamo, è già un metallo prezioso, fondilo col il talento di un giovane maestro caccurese che lo arricchisce ancor di più col valore aggiunto della sua arte e il pezzetto si trasforma in un vero gioiello che non ha prezzo. Da qualche mese miracoli come questi sono sempre più frequenti dalle nostre parti perché Giovanni è molto bravo a farli nella scia dei grandi orafi caccuresi che nei secoli scorsi diedero lustro al nostro paese. Una tradizione che, purtroppo, si è persa da tempo con il trasferimento definitivo dei nostri maestri in altre città.
  Da un po' di tempo mi ero riproposto di visitare la sua bottega di orafo in quel di San Giovanni in Fiore alla via Panoramica, ma non avevo mai trovato il tempo, poi qualche giorno fa, su richiesta di mia moglie che doveva far riparare due suoi vecchi gioielli, ho avuto finalmente questa felice opportunità e ho potuto vedere il maestro all'opera con i suoi bulini, i suoi mandrini, le sue molatrici, le castoniere, i cannelli, insomma con tutti quei piccoli attrezzi con i quali crea i grandi capolavori. Giovanni, infatti, non solo rimette a nuovo collane, bracciali, orecchini, spille, ma ne crea di nuovi e di originali, alcuni dei quali sono stati già esposti in varie mostre riscuotendo il favore della critica.
  L' artista caccurese è, purtroppo come tanti giovani, anch'egli "un cervello in fuga", un artista che per fare il suo lavoro si è dovuto trasferire in un centro più grosso che offre maggiori opportunità, come i vecchi orafi ai quali facevo cenno prima che nel Cinquecento si trasferirono nel cittadina florense al seguito dell'esodo dei caccuresi che così potevano godere dei benefici concessi dall'abate Rota in virtù del noto diploma di Carlo V, una diaspora che, continua, anche se tra Caccuri e San Giovanni vi sono legami profondi tanto da poterli considerare quasi un unico paese.  A me non rimane che fare un grande in bocca al lupo a questo ragazzo, a questo artista eccezionale del quale, come tutti i compaesani sono davvero orgoglioso augurandomi, a mia volta, di poterne celebrare a lungo gli immancabili successi. 

P.s
 Mentre scrivevo queste note ascoltavo in sottofondo un altro grandissimo maestro, Sergio Bruni, un altro "orafo" che dava altro  "valore aggiunto" a quei gioielli preziosi che sono le grandi canzone napoletane che si cantano in tutto l' Universo. Gioielli caccuresi e "gioielli napoletani": il massimo della goduria. 


                                          Oronzo Canà ovvero "ccà nisciuno è fesso"

 

       Ma per chi ci avrà presi il vice segretario del PD Guerini? Leggo su Televideo Rai, ma anche sul sito del PD la seguente dichiarazione: 
" Premetto che per noi l’Italicum è una buona legge elettorale perché garantisce governabilità e rappresentatività e permette ai cittadini di sapere da chi vogliono essere governati. Prendiamo però atto del dibattito che si è sviluppato in questi mesi sulla legge elettorale e il Pd non si sottrae alla richiesta di un confronto."
    Davvero? E da quando questa decisione di non sottrarsi alla richiesta di un confronto? E se c'era questa disponibilità allora perche si è fatto massiccio ricorso alla fiducia pur di stroncare qualsiasi confronto? 
Onorevole Guerini, ma ci avete preso per Oronozo Canà, o meglio per quella cosa alla quale faceva riferimento il simpatico personaggio
interpretato da Banfi?   
    La verità è molto meno rivoluzionaria di quanto vorreste farci credere. Probabilmente su suggerimento di D'Alema e di Cuperlo siete andati a rileggervi la storia di Willy il Coyote e avete capito che rischiate di cadere nelle trappole che voi stessi avete disseminato nel campo della democrazia e che con questa legge i 5 Stelle vi farebbero neri e ora vi augurate con tutte le vostre forze che le altre forze politiche vi tolgano le castagne dal fuoco senza farvi perdere la faccia. Ccà nisciuno è fesso.         
      

                                            Zappa e cervello trionferà

   Oggi vi presento la mia piccola serra che ho istallato qualche mese fa e che mi consentirà di preparare in inverno i semenzai per le piantine da mettere a dimora in aprile - maggio chiudendo cos'  il ciclo produttivo senza più dover acquistare "chjiantime" di pomodori, peperoni, melanzane, porri e cipolle, ma soprattutto di salvare molte specie autoctone oramai sempre più rare. Oggi sulle bancarelle dei fruttivendoli capita spesso di comprare peperoni grandissimi, bellissimi, ma che ricordano la maschera di Fedro (Pulchra est, sed cerebum non habet) o, se vogliamo, la corrispondente massima del nostro dialetto (Bella 'e facce e cecata 'e l'occhji";  belli a vedersi, ma senza alcun sapore e con una buccia che ricorda le vecchie pellicole fotografiche, mentre diventa sempre più difficile trovare quei saporiti peperoni "riggitani pe' salare", peperoni piccanti e non "cuccuzzelli" come nonno Saverio definiva quelli dolci e altre nostre rinomate verdure.  Nell'attesa ho cominciato a sfruttarla per avere il sedano, il prezzemolo, l'erba cipollina e un po' di lattuga fresca anche a dicembre. Intanto prepariamo anche qualche vasetto di "brodo di giuggiole", la dolce marmellata che otteniamo dai frutti che potete vedere nella foto. 
   Come si vede, con un paio di ore al giorno (in primavera magari anche tre), nelle nostre micro aziende si può produrre tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Sentivo qualche giorno fa
nel corso di una trasmissione televisiva che c'è un ritorno molto consistente dei giovani all'agricoltura, che il numero dei ragazzi addetti  nelle micro aziende è cresciuto di oltre il 30% e che il prodotto di queste piccole realtà è aumentato del 50%. Tutte buone notizie perché tornare alla terra significa amarla e, di conseguenza, rispettarla e quindi battersi contro inquinamenti e contaminazioni del suolo; significa creare posti di lavoro veri e non fittizi, improduttivi e precari, significa migliorare la qualità e la salubrità dei prodotti agricoli con ricadute molte positive sulla salute di noi tutti. Di straforo tornare alla terra significa anche dover studiare,  acquisire conoscenze, fare ricerca, insomma acculturarsi; coltivare i campi non significa solo adoperare una zappa, ma anche e soprattutto il cervello.