Sulla sedia a dondolo
                       di Peppino Marino  
   A  una certa età  non è facile lavorare, non è facile scrivere, spesso non è facile nemmeno pensare. Lo si può fare solo se ci si limita a pensieri brevi, scritti altrettanto stringati, riflessioni fugaci sugli avvenimenti che ci scorrono davanti, magari, all'ironia  mentre con l'arrivo dei primi freddi ci trasferiamo dalla sdraio "alla sedia a dondolo".    
                         
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                                                             UN ANGOLO DI PARADISO RICCO DI RICORDI

      Quest'angolo di paradiso, nell'abitato di Caccuri, a 30 metri dal bar - pasticceria -  pinseria dei fratelli Pitaro mi è stato sempre caro per la sua bellezza, ma anche per i tanti ricordi che affollano la mente. Prima della costruzione del mattatoio alla fine degli anni '50, il ruscello che dà vita alla bellissima cascatella era il lavatoio  pubblico de i Croci, a quei tempi il rione nuovo del paese. Ho ancora stampate nella memorie la immagini delle donne intente a lavare e a stendere la biancheria sui cespugli sparsi sulle rive, osservate con gli occhi di un fanciullo di 6 -7 anni. Ho ancora nelle orecchie le loro risate argentine, le loro canzoni, i loro pettegolezzi. Per facilitare il compito delle ragazze e delle loro madri l'amministrazione social - comunista dell'epoca, guidata dal vice sindaco Giuseppe Falbo, vi fece costruire una vasca lavatoio. Il bucato collettivo a quei tempi era una sorta di rito e una formidabile occasione di socializzazione. Poi, nel 1960 - 61 con la costruzione del mattatoio comunale ebbe inizio il degrado del ruscello e delle sue rive che dura tutt'ora. Un peccato perché con qualche piccolo intervento non invasivo e rispettoso del luogo, come la collocazione di qualche  staccionata, di un paio di panchine e di lampioncini adeguati al contesto se ne potrebbe fare una piccola oasi naturalistica accogliente e discreta. 

                                                     LA CASA DEGLI ANIMALI


Ogni animale ha la sua casa,
il gallo vive nella galleria,
il pesce nella pescheria,
la capra a Caprera
i cani alle Canarie
il cavallo in cavalleria
l’asino all’Asinara
e il tonno nella tonnara

 

                                                          NON SONO D'ACCORDO CON GIORGIO GABER   

   Oggi qualche amico mi consigliava di arrostire una salsiccia. Purtroppo non ne avevo una a disposizione, ma vi assicuro che questa pancetta, arrostita su questa supertecnologica griglia realizzata dall'amico Mario Mosca e sulla brace del legno di ulivo, era la fine del mondo, proprio quello che ci voleva bruciando i residui di potatura in una giornata freschetta che, se tutto va bene, fra qualche ora ci regala pure la neve. Il lavoro del contadino è duro, ma regala anche occasioni come queste. Con tutto il rispetto per il grande Giorgio Gaber, io capovolgerei la sua celebre ironica esortazione: "Vieni, vieni in campagna, che stai a fare in città? Se vuoi goderti la vita devi venire in campagna." 


                                                        
GIOCATTOLO ABBANDONATO.


       Oggi, riflettendo sul surreale dibattito politico di questi giorni mi è tornata alla mente questa bellissima poesia del maestro Lafortuna e l'enfasi con la quale la recitava un altro grande maestro, Alberto Macrì, lui, così garbato, così educato, così  rispettoso, quando voleva dare un giudizio non proprio lusinghiero di qualche suo simile, più per autocontrollo che per infierire sul pagliaccio di turno. Alberto Macrì ebbe la fortuna di non conoscere certi nostri contemporanei, ma io non ho dubbi su quelli ai quali dedicherebbe oggi questo componimento. Leggendolo non ne avrete nemmeno voi.  

Pagliaccetto abbandonato,
Suonatore di piatti,
Perchè solo t’han lasciato?
Perchè solo li rimpiatti,
 Polveroso fra i rottami?
Non li senti più i richiami
 D’una voce cristallina?
Non ti cerca una manina?
Non ti scuote? Non ti preme?
Perchè mai non suoni più?

Son tant’anni, un bel fanciullo
M’avea scelto per trastullo.
La mia veste ed il mio suono
 Lo facean contento e buono;
Ma poi crebbe il padroncino
E il modesto pagliaccino
Fu in soffitta confinato;
Il fanciullo fu soldato;
 Combattendo egli morì
 Ed ancora io sono qui.

                                                          IL GRAMMATICIDIO

 

     La cronaca giudiziaria registra oggi l’arresto di un geometro sospettato di avere ucciso la moglie. Ad arrestare l’omicido è stata un’assitenta di polizia che ha portato il geometro in questura per essere interrogato dalla questora che poi ha denunciato l’uomo alla pubblica ministera di turno.
  La donna uccisa è un’assessora del comune. L’uomo nel corso dell’interrogatorio avrebbe ammesso di avere assassinato la coniugia perché esasperato dall’incessante massacro della lingua italiana operato dalla moglie in nome di un’agognata parità da raggiungere attraverso le continue violenze nei confronti della grammatica che pure è di genere femminile e quindi in teoria dovrebbe essere protetta da stupri e violenze. Una parità dunque, che secondo i nostri giornalisti, si raggiungerebbe a colpi di desinenze.
   Il corpo della donna stato trovato dalla figlia ingegnera sposata con un comercialisto che era passata dalla casa dei genitori per farsi accompagnare, assieme alla sua figlioletta, da un pediatro e poi da un dentisto.
  Comincia a diventare serio questo problema del grammaticidio che, come si legge sui giornali o si ascolta dalle televisioni, è un reato in continua espansione e che, purtroppo rimane completamente impunito.


                                   LA CICORIA ANTIFURTO

     D'inverno anche Zifarelli va in letargo come i ghiri, come le marmotte e non offre niente, all'infuori delle uova delle galline. D'altra parte siamo a quasi 700 metri di altitudine  e allora, se si vuol raccogliere qualcosa ci dobbiamo trasferire a San Biagio, a 396 metri di altitudine, praticamente in marina. E' qui che crescono i fichi d'india che potrei raccogliere a quintali (se solo ci fosse chi mi aiutasse a mangiarli, a raccoglierli e, soprattutto a sbucciarli) le arance, dall'unica pianta che sono riuscito a metterci a dimora che, comunque me ne fornisce più di mezzo quintale e, soprattutto, le cicorie selvatiche, praticamente una miniera inesauribile. Così ieri è stata la giornata della raccolta delle arance e delle cicorie. Sono particolarmente affezionato a questa particolare verdura che mi ha consentito di sopravvivere fino a 17 anni. Altro che Rutelli, se c'è uno che nella vita ha mangiato pane e cicoria, beh, quello sono io e selvatica, per giunta. Due fette di pane farcite di cicorie sono state per anni la mia colazione (diciamo pure il pranzo, visto che si rientrava a casa alle 15 e 20) quando frequentavo la scuola superiore a San Giovanni in Fiore. Tra i miei compagni di classe era in voga la simpatica abitudine di fregarsi l'un l'altro la colazione con la provola, la mortadella, il cacio cavallo, la frittatina, così ogni giorno c'era sempre qualcuno che rimaneva digiuno. A me non è mai capitato: al massimo ci trovavo il buco provocato dal dito del ladruncolo di turno che infilava l'indice nel pane sperando che almeno una volta non affondasse. Invece il pane ipregnato dall'olio della frittura delle cicorie diventava soffice come la maionese e il dito vi affondava come nell'acqua. Allora l'aspirante ladro di colazioni la riponeva sotto il banco e andava alla ricerca di qualche preda migliore. Questa è storia, ragazzi, non è fantasia! La triste storia di Peppino Marino. 

 

                 LA BEFANA E I CIABATTINI
                      di Peppino Marino

 

La Befana vien di notte
Con le scarpe tutte rotte.
Tutte rotte? Come mai?
Non ci son più calzolai
né più sarti, né sellai
neanche più fabbri ferrai;
non ci sono più artigiani
solo pòlitici nani
che han distrutto l’artigianato
senza più l’apprendistato.
Dove sta ora il ciabattino
con la lesina e il trincetto
che risuola la scarpina
Della povera vecchina?
Su, non prendertela cara befana
se le tue colleghe e amiche
han le le Tod’s oppur le Nike;
a noi vecchi e anche ai piccini
sei più cara se stanotte
vieni con le scarpe rotte.
ché per essere più amata
non occorre essere griffata. 

P.S. 
Stasera ricordatevi di "abbuttare gli animali" (per i non caccuresi: dategli cibo a sazietà), altrimenti se ne lamentano col Creatore e poi so' ........   dolori e non dimenticate a mezzanotte di raccogliere le pietre trasformate in pepite: l'oro è sempre un buon investimento. 

 

                                                       SENZA TITOLO 

   Pubblico questo collage senza titolo. Se volete trovatene voi uno. Io aggiungo solo che non rinnego, non rottamo, non mi vergogno dei miei padri.  Soprattutto oggi che i problemi irrisolti, gli squilibri, le guerre che insanguinano la terra,  lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo rischiano, più che nel passato di distruggere il pianeta e l'umanità.   Buon anno a chi si sente ancora comunista. 

 

                                                                    ANNU NOVO, OMINU VECCHJU! 

                                                          

Cumpari mio, chi pensi re chist’annu
chi sta arrivannu cu’ ‘nu pocu ‘e ‘affannu,
ma chjiu c’affannu è ‘na tinta paura
c’ancunu mo ce fa ‘na paliata
datu chi lu collega ch’è ‘mpartenza
cecatu e mmalerittu, arrassusia,
n’ha rigalatu sciagure e pandemia,
terrrimuti, risgrazie, allagamenti,
tribuli, malatie e patimenti?
 ‘Ntra ‘a vita mia, ‘ntra cchiù re sett’antanni,
nun me ricordo mai re tanti affanni,
tante paure, tante sofferenze
lacrime, privazioni e penitenze.

Cumpari mio, chi ne pozzu pensare?
Simu ‘a ‘stu munnu e avimu ‘e tribulare;
l’ha dittu puru lu Norru Supranu
quannu ‘ntra l’ortu ‘e l’Eden era ‘ncazzatu
pecchì Adamu ‘u milu s’è manciatu.
E si ce penzi bonu, ‘ntri millenni
ci ne su’ stati tanti mali anni:
sciagure, guerre, diluvi e caristie;
massacri, genocidi, epidemie,
guai re la natura provocati,
ma l’omini ‘un si ne sunnu mai curati
pecchì si l’omini avissanu giuriziu
si ’un se faceranu ‘ncecare re lu viziu
‘e re disgrazie nesceranu ammaerrati,
cchiù boni, giusti, saggi e affratellati.

Ammece puru oje, in piena emergenza,
ogne gnorante sputa ‘na sentenza
puru ca nun sa mancu chi s' ha manciatu,
se sentari nu veru scienziatu
e ne scannamu tra nue, cani arraggiati,
senza rispettu mancu pe’ li malati.

Cumpari mio, nun sacciù chi annu vena,
si è megluiu o peju re chillu già passatu,
si porta cose bone o cose brutte,
ma signu sicuru, t’’u pozzu assicurare
ca l’ominu nun cancia , ‘un è mai canciatu:
è natu tunnu, e ‘un morari quatratu;

‘un l’ha canciatu mancu ‘u Patreternu,
né Gesù Cristu e nemmenu Maria,
figurate si ‘u canciari ‘a pandemia!

 

                                                    IL COLORE DEI VACCINI

 

   Sono capitato solo per caso, questo pomeriggio, su Rai Uno che, all'interno della trasmissione "Oggi è un altro giorno", trasmetteva un'intervista al professore Fabrizio Chiodo, ricercatore del Cnr di Pozzuoli, professore di Chimica dei carboidrati all'università di L'Avana con esperienze di ricerca ad Amsterdam e in Spagna, componente del team di ricerca che porterà, entro l'inizio della prossima primavera, alla messa a punto di 4 vaccini cubani contro il covid. 
   Lo scienziato, di origini caccuresi, spiegava, con linguaggio scientifico, ma comprensibile anche ai non addetti ai lavori,  e con la serietà, l' equilibrio e l'onestà intellettuale degli uomini di scienza abituati a collaborare con i colleghi e a scambiarsi i risultati delle loro ricerche nel rispetto reciproco, senza trionfalismi o protagonismi, le caratteristiche dei vaccini ai quali sta lavorando che non sono né migliori, né peggiori degli altri, americani, russi, cinesi, prodotti da altri scienziati e da altre aziende e che daranno un loro contributo alla lotta mondiale contro il covid in collaborazione con l'Organizzazione mondiale della sanità. Trattandosi di un vaccino prodotto direttamente dallo stato di un paese comunista, la Rai, come fa sempre in queste occasioni, ha invitato alla trasmissione il senatore del PD compagno Pier Ferdinando Casini, noto immunologo formatosi alla scuola di Andreotti e di Forlani  e candidato al senato dal compagno Renzi, il quale, sentendo pronunciare le parole sputnik e cubano assumeva un'espressione sempre più perplessa.
  Quando qualcuno in studio ha parlato di "vaccini etici", da buon democratico doroteo ha precisato "che non se la sentiva di santificare il regime cubano" seguito a ruota dalla conduttrice che sottolineava l'esigenza di separare il giudizio sulla produzione di vaccini che saranno distribuiti gratuitamente nel Terzo mondo nel quale quelli occidentali arriveranno, secondo gli organismi internazionali, se tutto va bene, tra due o tre anni, da quello su di un regime che non rispetta i diritti umani.  Una trentina di anni fa un politico socialdemocratico ci invitava a rifiutare il metano russo perché puzzava di comunismo; succederà la stessa cosa per i vaccini "rossi"?

                                                                   LA PIOGGIA SENZA LA DANZA

 

   Mi fanno ridere gli stregoni con le loro patetiche danze o gli israeliani con i loro esperimenti per provocare la pioggia artificiale! Io ho un mio sistema infallibile che dovrò decidermi a brevettare prima che qualcuno mi rubi l'idea: seminare piselli. Quando il cielo è sereno, così sereno da sembrare il volto di Conte alle minacce di Renzi e non v'è alcuna speranza di vedere cadere qualche goccia di pioggia, mi basta seminare un chilo di piselli e nel giro di due o tre giorni arriva il diluvio. Garantito!

 

                                          FILASTROCCA MALANDATA

 

Filastrocca malandata
per questa povera Italia malata,
per questa strana razza padrona
che, a ben vedere, è soltanto cialtrona
perché antepone l’economia
alle stragi della pandemia;
per questi politici scalcinati
di protagonismo ognora malati
che si credon statisti divini,
me che son solo scadenti Ronzini.
Per chi “Un lumbard vale più di un terrone”
per cui un  morto di Melegnano
vale più di uno di Pescopagano
ed un cummenda di Paderno Dugnano
più di un dottore di Cariati o Rossano.
Per gli imbecilli che senza il cenone
stanno cadendo in depressione
perché se invece che a mezzanotte,
Gesù Bambino nasce un po’ prima
(e qui non riesco a trovare la rima),
è una catastrofe, un colpo di stato
per questo mondo così malato,
un complotto dei poteri forti
che ci vogliono tutti morti
e che ci vogliono vaccinare
per poterci controllare
inoculandoci il satanismo,
chip, transistor, il comunismo,
sangue di cane, code di rospo,
penne di upupa e stranutiglia,
oppio, malocchio e cocciniglia.
Per questo fratelli, ognora lottiamo
questi vaccini rifiutiamo,
meglio morire per la pestilenza,
che avere un briciolo d’intelligenza!

 

                    IL FUOCO, QUEL GRANDE ARTISTA




   L'arte nei millenni è sempre stata alla portata di tutti; da Apelle a Fidia, a Raffaello, a Michelangelo, a Leonardo, al Beato Angelico, a quello che nei musei d'arte moderni piazza dietro l'uscio una "cardarella" di cemento con una cazzuola dentro nella quale inciampi bestemmiando come un turco cercando di pulire il piede dal cemento e quello ti corre dietro imprecando e minacciandoti perché gli hai rovinato la preziosa scultura che ti vien voglia di torcergli il collo; persino del fuoco come dimostra questo capolavoro frutto dell'estro di u incendio di qualche anno fa a Laconi. Peccato che, presi "dal logorio della vita moderna" quasi sempre non ci perdiamo la bellezza di queste si, opere d'arte, altro che la cardarella o il pannello rosso nero che a seconda mone lo rigiri rappresenta la notte sul mar Rosso o l'a'alba sul mar Nero.  

 

                                                                                              UN PAESE DOPPIO

   Se le notizie contenute nel titolo e nel sottotitolo di questo giornale sono vere l'Italia è un paese schizofrenico, doppio, incoerente e chi ne ha più ne metta. Dall'inizio dell'anno, da quando è scoppiata la pandemia, non mi è mai capitato di leggere, nel giro di tue o tre giorni, le stesse dichiarazioni in proposito da parte dello stesso o degli stessi presidenti di regione, opinionisti, economisti e tuttologi vari. Lasciamo stare i leader dei partiti di opposizione che contraddicono se stessi perfino nel corso di una  stessa intervista nella quale dichiarano di volere un natale senza assembramenti, ma senza dividere le famiglie, insomma un bel cenone natalizio con la famiglia milanese, marito, moglie, figli, i nonni che vengono da Lambrate, gli zii di Cormano, i cognati di Bollate, ma quelli che fanno più pena sono i presidenti di regione che si fanno chiamare governatori dai pennivendoli  della stampa padronale senza un briciolo di vergogna ad entrambe le parti. 
   Da mesi chiedono al governo un giorno la chiusura e il giorno dopo la riapertura, per poi tornare alla chiusura, ma senza chiudere davvero, il coprifuoco, ma anche il liberi tutti, la chiusura della scuola, ma anche la riapertura, più restrizioni, ma riaperture dei negozi di chincaglieria
dei presidenti di Confindustria, tanto se muore un po' di gente pazienza! Mai una volta che si assumessero la responsabilità in prima persona dopo aver rotto i timpani e le scatole per anni con la richiesta di autonomia e di libero arbitrio. Così anche presidenti di regioni che ci raccontano da anni la favoletta della sanità eccellente nelle quali i pazienti muoiono nei corridoi chiedono, ancora una volta che a togliere loro le castagne dal fuoco e a farsi carico dell'impopolarità sia il governo, quel governo al quale volevano togliere tutti i poteri. 

 

PASSEGGIATA ECOLOGICA TRA I LABORATORI DI RICERCA

   Stamattina ho portato la macchina a Cerenzia dal carrozziere e al ritorno, in ossequio alle norme anti covid e per non creare problemi a nessuno, mi son fatto a piedi, da solo, i 5 chilometri e mezzo che separano la carrozzeria da casa mia percorrendo la vecchia strada 107dall curva di Sant'Antonio al bivio per Caccuri. Così ho potuto osservare ai lati della strada i numerosi laboratori nei quali si creano i virus modificati per poi studiare i vaccini. In questi  non proprio gradevoli luoghi c'è di tutto: dagli involucri di plastica ai copertoni di auto, da cocci di sanitari a cassette di legno, ma soprattutto una infinità di bottiglie di plastica e di vetro. Ma quanto beve la gente? Guardare per credere questo breve video. 

 

‘U TEMPU è ALLA NIVE! (TEMPI BELLI 'E NA VOTA)
di Peppino Marino

 

“Cumpà, ‘u tempu è alla nive! Chiss’è tempu ‘e sazizze e vinu!”1 Questo era una sorta di saluto che si scambiavano i vecchi caccuresi quando, nel secolo scorso, la neve cadeva abbondante imbiancando le colline e campagne che circondano il paese , i tetti delle casupole e le strette viuzze del paese. Allora non c’erano ancora gli spazzaneve o i mezzi spargisale e la gente provvedeva da sola a spalare la bianca coltre accatastandola ai lati dei viottoli creando vere e proprie gallerie che andavano da una casa all’altra. Raccontano i vecchi che nei primi decenni del secolo scorso a volte cadeva tanta di quella neve e la temperatura era così rigida che ci volevano mesi perché la neve si sciogliesse e lungo il tratto che va dalla Santa Croce al ponte della Parte ed in altre zone “a mancu”2 si potevano ammirare per settimane e settimane i “chjiatruli”3 che pendevano dalla parete. Per fortuna le previdenti massaie avevano provveduto per tempo a cuocere almeno due “fatte ‘e pane”4 per cui “’ ‘a cannizza”5 era sempre ben fornita e anche ‘i piparogni 6 salati, chilli all’acitu,7  l’alive alla cinnara 8, ‘u vusjulu9, i frisusuli10, 'u sangunacciu11] non mancavano mai, così come l’olio, il vino ed il grano. Naturalmente a dicembre, gennaio e nei mesi successivi,  anche “ ‘a pertica e re sazizze frische”12 era ben fornita, dal momento che oramai ognuno “aviari ammazzatu ‘u purcelluzzu.”13 E allora, “quannu ‘u tempu era alla nive” nel focolare ardeva un bel po’ di legna di quercia che produceva un buon “frasjerinu”14 ideale per l’arrosto. Allora il compare o la comare “mpilavanu allu spitu ‘na bella  voccula ‘e sazizza”15 ed invitavano l’amico che accettava con entusiasmo.

   Arrostire la salsiccia costituiva una sorta di rito sacro e richiedeva una certa abilità per farla cuocere a puntino senza bruciacchiarla o affumicarla e poi c’era anche da fare una buona “fresa” 16 che si otteneva facendo colare il grasso fuso della salsiccia sulla metà inferiore di un pane tagliato a metà nel senso orizzontale e comprimendo l’arrosto con l’altra  metà. Quando l’operazione era condotta a regola d’arte sulle due metà del pane si formava una gustosissima patina di grasso fuso di colore arancione ( ‘a fresa) a volte più saporita della stessa salsiccia.  “Tu ‘un t’a manci 'a fresa!” si diceva a chi non era all’altezza della situazione, incapace di sbrogliare qualche matassa, a testimonianza del fatto che la fresa era molto ricercata ed apprezzata e che farla buona era una vera e propria arte. Quando la salsiccia era ben cotta i due compari si sedevano “alla banna ‘e ru focu”[17] con un bel fiasco di vino e “se ricriavanu”.[18].  Intanto “ ‘a cumnari” preparava la “scirubetta”[19], il gelato fattop in casa con la neve fresca e il mosto cotto che i marmocchi di casa gradivano quasi come il sanguinaccio. Intanto fuori continuava ad infuriare “ ‘u purberinu.”[20]

[1] Compare, è tempo da neve! E’ tempo si salsicce e vino!

[2] A manca, esposte a nord

[3] ghiaccioli

[4] Quantità di pane che poteva essere contenuta in un forno a frasche

[5] Rastrelliera di canne appesa al soffitto sulla quale si conservava il pane

[6] Peperoni salati

[7] Peperoni sottaceto

[8] Olive alla cenere

[9] Guanciale di maiale

[10] ciccioli

[11] Sanguinaccio

[12] Pertica che pendeva dal soffitto alla quale si appendevano le salsicce per la stagionatura

[13] Aveva ammazzato il maiale.

[14] Brace viva

[15] Infilzavano allo spiedo una salsiccia ad anello

[16] Patina di grasso fuso sul pane

[17] Vicino al fuoco

[18] Se la godevano

[19] Gelato povero con neve fresca e mosto cotto

[20] Bufera di neve

 

                 CASHBACK O CASCIABANCU?



    Casciabancu, o anche casciune  è la versione dialettale della cassapanca per i cereali che faceva bella mostra di sé nei bassi e nelle vecchie dispense delle case contadine, nel quale, oltre alle granaglie, si conservava anche il formaggio sotto la massa cerealicola perché, prima degli ingegneri che progettano quelle macchinette che aspirano l'aria dai sacchetti di polietilene nei quali conserviamo gli alimenti, le nostre nonne avevano inventato il sottovuoto già secoli fa, Col tempo, anche perché ormai grano non ne semina più nessuno, ha assunto il significato scherzoso di mobile vecchio e ingombrante o anche di bara, tavutu o tambutu, a seconda delle diversa zone della Calabria. Questo curioso sostantivo mi è tornato alla mente mentre cercavo inutilmente, da due giorni, di attivare il cashback con l'app IO, per l'assonanza tra casciabancu e cashback pensando: "Vuoi vedere che ci hanno fregato anche questo?" Poi aiutandomi tra mille difficoltà con un dizionario inglese, ho capito che cash non significa la cascia nella quale conserviamo il corredo, ma contante, denaro, e back indietro, ovvero il denaro che dovrebbe tornarti indietro, insomma uno strumento di accumulo di qualcosa che poi ti torna utile in seguito come il grano nel casciabancu.  A essere pignoli, poi, quest'app sta dando tanti di quei problemi che, almeno fino ad oggi, si sta rivelando davvero un casciabancu nel significato ironico del termine, "ingombrante e inservibile." Speriamo che nelle prossime ore i problemi si risolvano perché questa trovata, a mio avviso, può essere un importante strumento per combattere l'evasione e per abituare la gente all'uso della moneta elettronica e, di conseguenza, a pretendere scontrini e fatture.  

                                                                         W BROCCOLI!



     Davvero impietoso il bravo Broccoli che tutte le mattine ci ricorda la grande Rai, quella Rai i cui dirigenti baciapile e bigotti  mettevano le braghe alle Kessler e a Zizi Jammaire, ma nella quale  lavoravano registi, autori, sceneggiatori come Antonello Falqui, Garinei e Giovannini, Dino Verde, Italo Terzoli, Enrico Vaime, Marcello Marchesi e attori che erano veri e propri mostri sacri. Impietoso proprio perché ci mostra quella grande Rai, quei grandissimi artisti, il lavoro di autori eccelsi, programmi indimenticabili che fatalmente siamo portati a confrontare con l'attuale pochezza della produzione di un'azienda che dovrebbe essere la più grande agenzia culturale di questo sciagurato paese, una istituzione deputata a migliorare la cultura di massa della popolazione ma che, a parte i canali specifici che si occupano di storia e di cultura, tranne qualche sprazzo come le recenti prime dal Teatro dell'Opera di Roma e dal Teatro alla Scala di Milano e qualche altra rarissima perla, sulle tre reti principali, quelle più seguite dagli abbonati, continua a proporci odiosi talk show e insulsi programmi di intrattenimento sempre uguali da anni a testimonianza del vuoto di idee di autori mediocri. Per fortuna c'è l'immenso "rifugium peccatorum" delle teche che ci riconciliano con questa tv sciatta e sciapa. 

 

                                                                                            IL FERRETTU NEL CORREDO

    In una giornata uggiosa, fredda, con l'umidità che ti penetra nelle ossa, che c' è di meglio che prepararsi un bel piatto di maccarruni a ferrettu, di quelli che ti prepari da solo in casa, freschi, che appena finiti li butti nell'acqua bollente, quelli radicati nella tradizione calabrese come piatto della domenica o delle solennità, conditi col ragù di maiale cotto per ore e preparato con la conserva di pomodoro che le nostre massaie fanno nei mesi estivi? I maccarruni a ferrettu,  in alcune zone della regione vengono chiamati scialatelli  (in caccurese, scilatelli), anche se in realtà tra i due formati c'è una differenza, almeno da noi. I scilatelli venivano, appunto, solo "scilati", cioè allungati lavorandoli abilmente con il palmo delle due mani, senza avvolgerli al ferrettu.
   I maccarruni a ferrettu erano così diffusi e così importanti per i calabresi che il ferrettu, che nell'antichità si ricavava da un rametto di salice, col tempo di trasformò in un piccolo segmento di ferro a sezione quadrata che rientrava doverosamente nel corredo che le mamme preparavano alle ragazze da marito. Oggi che i corredi non si "portano "più ci acconciamo con un ferro da calza, anche se  "trovare una ragazza che sferruzza è così raru cumu 'nu jornu senza ventu a Catanzaru."
 Ho divagato un po' a momenti me ne dimenticavo: buon appetito. 

 

                               ESTATE
                        di Peppino Marino

       Di questo maledetto 2020, di questo stramaledetto virus non se ne può più. Per fortuna da marzo a luglio mi sono goduto Zifarelli, altrimenti sarei impazzito, ma col rientro in paese e con i divieti e la paura di uscire la mente vaga e affiorano i ricordi..........

Da questa dolce brezza,
deh, lasciati cullare
 
perché non v'è certezza
 
s'arrivi il temporale
e se la pioggia viene
qui non si sta più bene
e allor, tappato in casa, ti toccherà restar.
 
Di sol fai dunque incetta
 
che inverno già t'aspetta
ed in quei giorni tristi,
fra pianti ed alti lai l'estate bramerai!

 

                                                                      COSì VA IL MONDO
                                                                        di Peppino Marino

 

Che mondo strano!
L’ingiustizia fa strame
D’ogni legalità.
La carità pelosa
Spesso si sposa
Con la vanità.

La mucca è ricca
E il cane non ha pane;
piange il vitello
e, intanto, succhia il latte,
mentre al gatto randagio
manca tutto.

La formica ha già pieni i suoi granai
e la cicala piange sui suoi guai
quand’ecco arriva il tele imbonitore: 

“Coraggio, amici,
grida lo strillone, 
i vostri guai son prossimi alla fine;
farò sparir l’angoscia dei balzelli,
sarete tutti ricchi, sani e belli
e i calvi riavranno anche i capelli.
Pace, salute, amor, prosperità
V’offre la ditta delle amenità. 

Il sogno è bello, un sogno così raro…..
Però il risveglio è tanto, troppo amaro.

                             'NA MACCHJIA A 'N' UTRU 'E OGLIU                                    

   Mintere 'na macchjia a 'n'utu 'e ogliu. 

     Immaginate l'esterno di un vecchio otre di pelle per il trasporto dell'olio, oppure uno di terracotta che per anni ha contenuto olio. Adesso provate a immaginare che sullo stesso cadano alcune gocce di olio che formano l'ennesima macchia e ditemi qual è l'entità del danno prodotto da quest'ultimo accidente ed ecco spiegato il significato di questo antico detto caccurese.  Eppure spesso si lanciano alti lai per qualche piccola macchia su otri vecchi e puzzolenti. C'è da schiattare dal ridere.  

                                         INCOSCIENTE!

    Che tempi! Oggi ho rimproverato severamente mia moglie per la sua imprudenza.  Al telefono con una amica, si lamentava del fatto che non può più fare le tante cose che faceva una volta e della vita monotona che è costretta a vivere per questi motivi. L’amica la consolava per tirarla un po’ su e lei, incosciente, a un certo punto le ha risposto: “No, ma, io non mi abbatto, sono positiva.” Voi capite che di questi tempi, metti che qualcuno si trovava a passare sotto casa, sentendo una cosa del genere, come minimo poteva chiamare l’ Asp e metterci in quarantena forzata. Incosciente! Che tempi, ragazzi!

 

     Povera pelle e disperata sola, mo ch’è chjiavàta ‘n mau alli scarpàri!

   Ecco un altro bellissimo proverbio che, oltre al valore educativo, al dolore e al rammarico che evoca, mi affascina per la sua musicalità, per la bellezza della lingua, questa nostra lingua materna che, non solo è un inestimabile patrimonio lessicale, ma anche una miniera inesauribile di emozioni, 
  Il significato è abbastanza chiaro: è un grido di dolore, la commiserazione (o l'auto commiserazione) per chi finisce nelle grinfie di persone poco raccomandabili come la pelle o la suola nelle mani dei ciabattini, un invito a stare in guardia. Capito amici calabresi?

 

                                                                             LA VEDO NERA

    Ditemi quello che volete, ma io la vedo nera. Nei mesi scorsi ci eravamo illusi che tutto stesse per finire, che si sarebbe tornati presto alla vita normale, invece pare che fossimo solo all'inizio. Più passano i giorni, più il cerchio di questo maledetto virus si restringe e strangola amici, parenti, gente a noi vicina. Questa seconda ondata ci sta davvero travolgendo, non solo quella dei contagi, ma quella non meno pericolosa degli scienziati o sedicenti tali che dicono tutto e il contrario di tutto, che si sentono in dovere di spiegarci ogni cinque minuti, spacciandolo per verità assoluta, quello che non sanno e quello che gli scienziati veri, quelli seri, con molta umiltà ci dicono di non sapere. Ancora più pericolosa l'onda dei parolai televisivi che si spacciano per giornalisti e conduttori e che allestiscono centinaia e centinaia di programmi pollaio nei quali galli e galline starnazzano tutto il giorno seminando panico, disinformazione a aizzando tutti contro tutti in una baraonda indescrivibile. Intanto, passando in macchina per le strade mi capita spesso di vedere crocchi di imbecilli con la mascherina calata sul collo che chiacchierano amabilmente. Speriamo bene. Da parte mia, oltre a restarmene in casa il più possibile o in campagna da solo, eviterò in futuro di parlare di virus e pandemia, sia perché non ho alcuna competenza in merito come una cinquantina di milioni di italiani che una volta facevano i commissari tecnici della nazionale, prima di diventare tuttologi e oggi virologi e infettivologi, sia perché voglio parlare solo di cose allegre che ci facciano uscire da questo stato angoscioso. 

 

                                                 'U MUNNU PAGLIUSU

Quannu viri ‘u munnu pagliusu, circa cipolla, ‘un circare casu. (Quando ci sono difficoltà e ristrettezze, accontentati di quello che puoi avere, non cercare l’impossibile). 

   Vi invito a riflettere un po' sulla bellezza di questo proverbio, su quell'aggettivo "pagliusu" usato per definire con una sintesi della quale solo i dialetti sono capaci, una situazione di necessità, la miseria, le ristrettezze, le difficoltà, comprese quelle che stiamo vivendo in questo terribile anno bisestile. Quando vedi il mondo "pagliusu" accontentati di quel poco che hai, non cercare la luna, non creare altre difficoltà, non mugugnare, indossa la mascherina, rispetta le regole, non cercare " 'u casu" (il formaggio", accontentati della cipolla, non cercare le discoteche, le serate mondane, l'apericena, la festa di compleanno con i fuochi pirotecnici, accontentati "della cipolla", magari di un libro, di un bel film in televisione. Grandi i nostri vecchi che ne inventarono un altro: chi si contenta gode, chi non si contenta, oggi muore. 

 

                                                        MINESTRA "MUSICALE"

  Oggi ci siamo regalati una squisita minestra maritata o, se proprio volete essere pignoli, mischiata, dal momento che non abbiamo usato la carne come nella classica mariatata napoletana, ma solo cicorie, fagioli e patate di Zifarelli i cui tre sapori si amalgamano deliziosamente e vanno a formare "un accordo gastronomico" di minore che diventa di maggiore con l'aggiunta di un cucchiaino di olio santo che non è quello della chiesa, ma una delizia epicurea che per questo tipo di minestra è la morte sua. Un piatto povero, vegetale, delizia per il palato, ma anche amico del fegato e colagogo.

 

                     SCIOGLILINGUA
                   di Peppino Marino



  Sempre per non  pensare ai guai del presente ai guai del presente, se vi va, recitate 30 volte, a mo' di rosario, questoi scioglilingua. 

Nella campagna di Pontremoli

Trenta trattori la terra aravano

Tredici trapani trapanavano

Trentatré trottole trottolavano,

trentuno tigri, trecento tigrotti,

tre melograni, tremilatrentotto

tinche trincavano insieme alle triglie

mentre le trote guizzavano tronfie

nell’acqua fresca  del torrente, gonfie

lucci e cavedani con l’arborella

lieti ballavano la tarantella

il pescatore mangiava la pesca

dal grano duro si leva la crusca

e dalla tasca una zampa di mosca

tripode, trucido, tremulo, tremito

ma non c’era traccia di trasmissioni

solo trambusto, trattati e traguardi,

tramonti, tricicli e trastulli e tromboni.

                                   LA SITUAZIONE E' GRAVE, MA NON E' SERIA



   Come diceva il compianto Massimo Troisi, "Non ci resta che piangere" oppure prenderla a ridere e cantare sulle note di Antonello Venditti, fate voi. Ma credo che una altro grande, Ennio Flaiano, avesse previsto anche questa quando disse: "La situazione è grave, ma non è seria." 

Zona rossa, zona gialla
Zona bianca, zona nera
Per il virus siamo nella stessa sfera (terrestre)
Il suo nome è diventato una bufera.

Tutto cominciò in un triste mattino
due contagi e tre tamponi
e poi il covid che dilaga nei rioni
E da lì in tutto l’Orbe e nei cantoni.

Si tratterebbe di criticare 
chi si fa il mazzo in ospedale,
nelle scuole, al governo, e nelle sale
delle terapie intensive messe male,
tanto per raccattare un po’ di voti
e restare a galla sempre i soliti noti
che  massacrano servizi e stato sociale
e privatizzano perfino l’ospedale, 
mentre monta già, incredibile!, la rabbia
di questa povera e infelice terra di Calabria.



                                                 
               LA NUOVA CARTA DI IDENTITA'


  Si parla tanto delle nuove carte di identità; saranno così? Mi sa di si!

 

 

                                                                           CASTA PASTA

    In fondo essere dichiarati "Zona rossa" non dispiace poi tanto.  A parte l'illusione di un vecchio bolscevìco un po' rintronato come me di essere tornati ai vecchi, gloriosi tempi, l'essere costretti a non uscire di casa ti costringe a inventarti qualche passatempo per trascorrere la giornata. Così capita che ti metti ai fornelli per sbizzarrirti e cercare di farti un'idea della varietà e dell'eccellenza della cucina siciliana. Per questo oggi, dopo settimane di caponata, ho provato a preparami una pasta casta, cioè una pasta diva, insomma una pasta alla Norma, l'eccellente  piatto nato a Catania ai primi del Novecento a base di pomodoro fresco, melanzane, basilico e ricotta salata così battezzato dal giornalista Nino Martoglio che assimilava le sensazioni che provocano i sapori di questa delizioso primo piatto a quelle che si provano ascoltando la musica della celebre opera di Vincenzo Bellini. Purtroppo non avevo a disposizione il basilico per cui mi sono arrangiato con sedano e menta, ma il piatto è risultato ugualmente squisito e mi riproposto, appena potrò tornare a Zifarelli e raccogliere il basilico, di ripetere l'esperimento. Intanto oggi mi sono proprio scialato assaporando il piatto, mentre la mente cantava la celebre preghiera alla luna della sacerdotessa gallica nata dalla fantasia di Felice Romani. 

   

                      L'ULTIMO COLPO DI TEATRO DEL GRANDE GIGI

  Leggo sui social e sento dai Tg che sarebbe morto Gigi Proietti; l'ennesima bufala: Gigi è immortale, Gigi non può morire, non morirà mai perché gli uomini come lui, i geni, le icone dell' arte, della cultura popolare, gli attori e i giullari, gli intellettuali veri, i cominci irresistibili, irrefrenabili, autori di gag che ci hanno fatto ridere e riflettere. nonm muoiono mai;  un uomo come te che sapeva ridere di se stesso e far ridere milioni e milioni di persone non muore mai. Come Chaplin, come Totò, come Eduardo, come tantissimi grandi che hanno calcato le scene italiane e internazionali. Dai, Gigi inventati l'ultimo colpo di teatro, rientra in scena, beffa la morte e apostrofala con quel geniale verso che rubasti a Jaque Brell per tradurlo nel tuo brillante romanesco, perché la morte è,  e resterà per sempre, la Margherita de La signora delle camelie, la tua piece teatrale breve più bella che io abbia mai visto. Gigi, non lasciarci, ti vogliamo un mondo di bene. Non ti dico addio, solo arrivederci. 

 

                                     FILASTROCCA DI NOVEMBRE

 



Un saluto a novembre con questa breve filastrocca.

Filastrocca delle conquiste  
di tutti i mesi, Novembre è il più triste  
perché ci ricorda tutti i defunti,  
i nostri parenti, i nostri congiunti,  
gli amici più cari che ci hanno lasciato  
in questo mondo desolato,  
un mondo che, ogni giorno è peggiore,  
un mondo di lutti, fame e dolore.
Quest’anno, poi che malinconia!,  
abbiamo pure la pandemia, 
ma non l'abbiamo fatta grossa,
pur se ora siamo zona rossa.
Per fortuna c’è San Martino,  
il santo del mosto che diventa vino;  
con la sua estate breve e gradita  
ci riconcilia con la vita  
regalandoci un raggio di sole  
per rinnovare il suo gesto d’amore.