Sulla sedia a dondolo
                       di Peppino Marino  
   A  una certa età  non è facile lavorare, non è facile scrivere, spesso non è facile nemmeno pensare. Lo si può fare solo se ci si limita a pensieri brevi, scritti altrettanto stringati, riflessioni fugaci sugli avvenimenti che ci scorrono davanti, magari, all'ironia  mentre con l'arrivo dei primi freddi ci trasferiamo dalla sdraio "alla sedia a dondolo".    
                         
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                                                                       LA STORIA DI DUE PONTI

    Questa foto che scattai una quindicina di anni fa ci mostra i due ponti che, fino agli anni 70 del secolo scorso consentivano l'accesso a Caccuri dalla zona a nord del paese, che, nella seconda metà del XIX secolo fu attraversata dalla strada nazionale 61 ribattezzata poi come strada statale 107 (la vecchia ovviamente). 
    Il primo, quello più in basso, fu costruito molti secoli fa, forse nel XVI secolo, ma non ho mai trovato notizie certe che ci possano far risalire all'epoca precisa di costruzione. Quel che è certo che rimase in uso fino al 1876 quando il Comune di Caccuri decise di realizzare una nuova "viabilità obbligatoria" come veniva definita nei documenti del tempo.  Predisposto il progetto l'Amministrazione chiese un mutuo di 40.000 lire alla Cassa Depositi e Prestiti e affidò la realizzazione delle opere murarie all'impresa Luigi De Grasi. Purtroppo non sappiamo chi fu l'ingegnere che progettò questo capolavoro perché nelle delibere non viene citato, ma se lo si guarda dal torrente ci si rende conto della sua maestosità e dei problemi di natura tecnica che dovette affrontare.  Come avviene quasi sempre quando si realizzano opere pubbliche, per la gioia degli avvocati, l'appaltatore chiese un aumento di 1,50 lire a metro cubo che venne concesso con una delibera del 30 aprile del 1877, ma i problemi non erano ancora del tutto risolti. Mentre i lavori erano in corso, la Cassa Depositi e Prestiti decise di restringere il mutuo da 40.000 a 25.000 lire da restituire in 25 annualità dell'importo di 1935 lire.   Il taglio del mutuo provocò all'Amministrazione comunale notevoli problemi per cui fu costretta a sospendere il pagamento delle somme pattuite nei termini stabiliti. Le imprese allora abbandonarono i lavori lasciando l'opera incompleta. Il Comune  rivolse calde preghiere al Ministero del Lavori pubblici per la soluzione del problema e, dopo qualche tempo, i lavori poterono riprendere. La strada,  rimase priva di asfalto fino alla fine degli anni '50 quando, finalmente, la Provincia provvide a bitumarla.  Verso la metà degli anni '70, infine, anche grazie alla costante pressione del consigliere provinciale Mario Sperlì, come ricorda una stele collocata sulla nuova strada, realizzò la variante che percorriamo quotidianamente per accedere al paese dalla 107, una strada  il cui tracciato non è certo il massimo,
ma è un po' meglio della vecchia, vituperata "via 'e Caccuri", anzi, per certi aspetti è anche peggiore. Così,  venne costruito un terzo ponte  qualche decina di metri a monte dei due vecchi che nulla ha che vedere per bellezza ed eleganza col ponte di fine Ottocento. Un destino comune con San Giovanni in Fiore, cittadina nella quale, a distanza di pochi anni furono costruiti altri due ponti a monte di quello vecchio dell' Olivaro che ci consentiva di attraversare il Neto quando frequentavamo la scuola superiore nella cittadina florense. 


                                             
'A MAIL - LA
                                         di Peppino Marino

 



    Il mondo cambia e cambia rapidamente. Il progresso ormai sembra animato da un moto naturalmente accelerato. Chi di voi ricorda ancora i flop disk o i CD rom o addirittura le penne e la carta per scrivere?  Eppure fino a una decina di anni fa questi supporti informatici erano ancora oggetti comunissimi, come i registratori a cassetta le video camere col nastro e allora figuriamoci se uno può ricordarsi i francobolli o le buste per via aerea! Il progresso è progresso, anche se, come cerco di dimostrare in questa scherzosa poesia, stravolge la nostra vita e, consentitemi un bisticcio di parole, uccide la poesia. 
   Per meglio comprendere questo mio scherzuccio sappiano, i non calabresi, che per noi terroni " 'A mailla" è la madia che si usava per impastare il pane fatto in casa. 


Quannu nun se parrava’ mericanu
e internet ‘un se canuscìa’
Si se scrivia’, se scriviari a manu
e chillu chi scrivìa se lejìa.

Tannu ‘a maìlla serbiari pe’ scanare,
ppe’ fare ‘u pane oppure ‘e pitticelle,
mo, ammece, si ne serba’ pe’ mannare
puru ritratti, faìl-le e littarelle.

Quannu scrivìa a manu 'a littarella,
  ‘u franchebullu ‘e supra ce ‘mpacchjiava,
e doppu  la chjiuria bella, bella
e ‘ntra la buca russa la ‘mpostava.

Prima ‘e ‘nu mise ‘un arrivava mai
e chine l’aspettava ogne matina
‘ntra lu frattempu  se scordava li guai
aspettannu a Rosina la postina.

Quannu t’'a rava,  poi te ricriava
era ‘n avvenimentu eccezionale;
quantu l’avìa  aspettata c’arrivava!
Paria quasi ‘na festa nazionale.

Cu’ la manu tremante l’aperìa
specie s’era 'n ’a littara d’amure
cu’ tutta l’attenzione t’ 'a lejìa
e t’ 'a sarbava cu’ tutte le cure.

Mo ammece la matina appena azatu
appicci lu casciottu e guardi ‘a posta,
te trovi re maìlle cummegliatu
ca nun riscerni ‘a paglia re la pasta.

‘A littara d’amuri è ormai  sparita
al massimo se scrivanu “TVB”,
a posta ‘un vena quasi cunzignata
ma n’ho ‘mparatu chi  è  ‘nu reply.

Chissu è lu prezzu chi s’ha de pagare
allu progresso, alla tecnologia,
c’è cchjiu commerità a navigare,
cumu è canciatu ‘u munnu, arrassusia!

 


                                                   
  U RE D’ABBRUNZU
                                                     di Vincenzo Andracchio


  
Che l'Unità d'Italia sia stata fatta male e che non fu il frutto di un'insurrezione popolare, di una "Italia che si è desta" come recita pomposamente il nostro inno nazionale, ma di una guerra di conquista, di un'operazione coloniale ormai lo sanno anche i bambini, tranne qualche "scrittore salariato", come li chiamava Gramsci, che si ostina a negarlo, nonostante l'evidenza e il pregevole lavoro di ricerca di tanti bravi storici, anche stranieri.  Mi pare che anche il mio amico Vincenzo Andracchio, poeta di Sant'Andrea dello Jonio, uno dei vincitori della sezione poesia dialettale 2020 del Premio Caccuri,  sia critico nei confronti della spedizione garibaldina come si evince da questo capolavoro di poesia tratta dal suo libro U tiampu chi ffu, Morza e Muddicati, curato ee egregiamente presentato dal prof. Enrico Armogida,  filologo e linguista  inserito ne i "Gigante della Calabria" edizione 2018.  E veniamo alla poesia.

Intorno al 1858 - 59 il Comune di Sant'Andrea dello Jonio commissiona alle Regie Ferriere di Mongiana un busto in bronzo del re Ferdinando II per essere collocato in pompa magna in piazza Malaira,  davanti il Municipio. Qualche anno dopo, però, arriva Garibaldi con i suoi legionari a massacrare "i figghji de mamma." Gli andreolesi, come tanti altri calabresi e meridionali, un po' per paura, un po' forse per accondiscendenza ai nuovi padroni, rimuovono il busto che sparisce dalla circolazione. Viene ritrovato un secolo dopo mezzo arrugginito e, una volta ripulito, collocato in un armadio. 

U tiampu chi ffu è un libro di poesie e filastrocche in vernacolo andreolese con allegato un piccolo dizionario  e una pregevole appendice fotografica.  Complimenti a Vincenzo e ad maiora. 

    

U rre d’abbrùnzu, Lacina, Lacina
nta nu carru arrivàu d’a Mungiana
Mpompa magna, l’appriassu matina,
ci fu ‘a banda e nnu ntinnu ‘e campana.

Mianzu rre, sena peda, né vrazza,
u l’ìirgiru allammianzu d’a Chjazza.

Don Rafiali, trippizzi e muzzetta,
sponziau st’anima “santa ed eletta.”
C’è cu’ sona, cu’ canta, cu’ abballa:
cu cannuni spararu na palla, 

duappu i durci passaru, i licuari,
ma u rre “bomba nghjuttia salimuari:

 Garibardi er ‘i garibardini
vinna a nova ca sunnu vicini
mìnanu e spàranu a morimàmma
càdunu e mòrunu i figghji de mamma.

 Amaru cu’ ncappa e ‘on pota fujira!
U mbustu d’o rre spariu ‘e Malajira!
All’ammucciuni s’u carrijaru,

intru nu saccu cuamu u forzaru.

Passau nu siaculu e tuttu arruggiatu
pe’ fuarru veccjiu u trovamma jettatu.
Duappu u strcàmma, lindu e allisciatu,
fu chjusu nt’o stipu: ohi Rre scalognatu!

 Tu, Garibardi, chi nni facisti?
Nu rre cacciasti e n’àttu mentisti.
Era megghiu si mbeci ‘e Teanu

Nzema ar’i Milli juntavi a
Mmilanu,
duva càntanu i gaddi cedroni 
chi ni spruppàru chjù de’ Borboni.

 Povar ’ Italia senza registru,
misa nte’ mani de’ “tuturubiscu”!
“Errami vacchi e spatrunati jiamchi”
Rastucci, rastucci, gurni e varranchi”

 Viva l’Italia, l’Italia s’è desta
l’Italia unita chi arza la testa
Viva l’Italia e de jusu e de susu

Hjuhhja, banneram ar’u ventusu!


                                                  ‘I CRUCI 'E 'NA VOTA



    Ripropongo questa poesia  per chi non la conoscesse, ma, soprattutto, per chi non conoscesse i Croci del 1959. I Croci è il rione nel quale nacqui settant'anni fa e nel quale sono sempre vissuto. Dovrebbero correttamente chiamarsi le Croci, ma i caccuresi, pur conoscendo benissimo la differenza tra maschile e femminile ( infatti per dire "le croci" usano correttamente il femminile " 'e cruci"), hanno sempre chiamato il rione " I Cruci", così come la frazione di Isola Capo Rizzuto con la fortezza aragonese è detta Le Castelle e non I Castelli. La poesia presenta soprattutto l'umanità che popolava il rione negli anni '50, le occupazioni della gente, le marachelle dei fanciulli, il modo di stare insieme e socializzare.Non aggiungo altro. Se avete problemi con qualche verbo o qualche sostantivo contattatemi pure. Buona lettura.

 

Mo, si ti ne sta bonu, quetu, quetu,

vicinu a mia, serutu ccà, allu focu,

Luiginè, mentre te manci ‘e nuci,

te cuntu cu’ se stava’ ‘ntra li Cruci

versu ‘u cinquantanove, pressappocu.

 

Mmenzu la casa ‘e za Maria ‘a Giggia,

sutta lu pergulatu era seruta,

‘na vecchiarella: Mariarosa ‘a Muta,

sempre cu petrannosti e figurelle,

mentre za Mariantona, affaccennata,

jia de cca e de llà pe’ vie e vinelle.

 

C’era za Filumena  la Vituzza  ,

cu Marietta,  zu Luiciantone,

Matiresa e Vicenzu e Ciciarone,

mentre ogne tantu, là, allu viveri

‘ntoppava’ zu Giuvanni re Rizzeri.

 

Cchjù supra zu Ruminicu lu mutu;

Stava serutu ppe’ li fatti sui,

ma nue, tutti i guaglioni re li Cruci,

ne rivertianu a ce fare cruci.

 

Allura zu Ruminicu s’azava

E puru ca nun stavari all’imperi,

pijava ‘na bella grasta e cialameri

e, cu la forza, a nue ni la minava.

 

Poi nne curriari appressu, povarellu,

e allura nue, pe’ ne sarbare a pella

fujianu n’tra lu fornu ‘e Nuzziatella

e ni ce zunmmullavanu a munzellu.

 

E allura ‘u vecchiarellu, povarellu,

li peri rrascinannu pe’ l’affannu,

se ricoglìa alla casa e s’assettava

e tutta la marmaglia se scialava.

 

C’era zu Giggiu cu lu gummulicchjiu,

chi jia a Larusu all’acqua frisca e bella

mentre cchjiu supra, za Marasabella

scupava la casa chjina re rinacchjiu.

 

A gente alla Nuzziata picuniava

Nguacciu la casa ‘e za Marasabbella.

‘a rina ppe’ se fare ‘a casicella

e cu lu ciucciu poi la carriava.

 

Pocu cchjiù llà c’era la putighella

Re zu Luigge, ‘u vecchiu re Pizzutu

Vinniari pasta, zuccaru, e sardella,

sarsa, sapune, e latte condenzatu.

E nui, li guagliunelli cannaruti

Volìanu i formagginu e cicculata

Coglinu i  grigffu a triangulicchjiu

E Rintintin, Lupettu e autri ancora.

 

E pe lle vie quanti belli jochi:

rummulum, sguiglia, latru e pecurella,

‘u cannatellu e poi l’ammucciatela,

e alli buttuni: allu vulu e allu battu.

 

Quannu venìa Natale, Ciciarone

ravari manu alla ciaramella,

e allura, n’tru paise, pe’ ogni via

sentìa la festa ed era ‘n’allegria.

 

Chissi eranu ‘i Cruci re ‘na vota,

locu re pace, ‘e gioia e allegria;

c’era miseria, è veru, ma però,

 è meglio, cumu su riddutti mò?

 

 

 

 

                                                      UNA "BANDA" DI BANDITI
                                                           di Peppino Marino

 



Ancora un raccontino di sapore paesano che ripropongo per quegli amici che eventualmente non lo conoscessero. Spero di non annoiarvi. 

    Studenti, soldati e musicanti, é risaputo: mettili insieme e sono peggio delle cavallette. E’ pericoloso un branco di lupi affamati, va temuto un branco di leoni della savana, perfino uno di cani randagi, ma tutti questi assembramenti di rispettabili bestie sono congregazioni di miti agnellini al confronto di un plotone di soldati in libera uscita, di una scolaresca in gita di istruzione, o, peggio ancora, di una banda di musicanti in tourneé.  Magari presi singolarmente gli individui che li compongono son tutte brave persone, ma, mettili insieme e sono in grado di far tremare perfino gangster del calibro di Al Capone.
   Se queste considerazioni valgono in generale, figuriamoci per la banda musicale di Quattrotane, un’accozzaglia di eterni scavezzacoli, trentacinque bricconi adusi ad ogni sorta di scherzo o di scellerata ribalderia, incuranti delle conseguenze che tali bravate producevano sui malcapitati che avevano il solo torto di incrociare la loro strada con quella dei  terribili “pupilli di Euterpe.”
   A quei tempi, quando la banda si recava negli altri paesi per esibirsi l’impresario noleggiava un vecchio camion, un Ford Taunus di quelli dal muso lunghissimo e dal cassone ridotto, che arrancava  penosamente sulle ripide e polverose strade di Calabria. Lo sgangherato automezzo, carico di strumenti e musicanti, percorreva a stento, sbuffando come un vecchio asmatico, i tratti meno ripidi, ma, quando la strada si inerpicava per i fianchi delle colline, era davvero un dramma. Allora Pasquale, il vecchio “sciafferro” fermava il mezzo e pregava una parte di quell’accozzaglia di scendere e di percorrere a piedi il pezzo più ripido ché li avrebbe aspettati alla fine della salita per riprenderli a bordo. Allora un gruppetto di quella “schiuma di cancarena” scendeva dall’automezzo non prima di aver inscenato una furibonda protesta, ma, appena Pasquale rientrava in cabina, furtivamente, ma lestamente, i furfanti risalivano sul camion il cui autista, sicuro di averli appiedati, non riusciva a rendersi conto delle difficoltà che il vecchio Taunus incontrava per superare quel maledetto tratto di strada. Quando sentivano che il mezzo rallentava per fermarsi, piombavano giù nascondendosi dietro i massi e gli arbusti per poi fingere, dopo un po’, di arrivare stanchi e furibondi nel luogo dove il Povero Pasquale li attendeva mentre, disperato, osservava il vapore uscire dal radiatore come da una vecchia vaporiera.
   Quando la tourneé prevedeva un pernottamento nel paese in festa, era usanza della popolazione ospitare nelle povere case, anche a costo di enormi sacrifici, un paio di quelle canaglie.  Ebbene, i malcapitati paesani non sapevano quasi mai di dover mettere in conto la rottura di piatti, il furto di qualche stoviglia e, quasi sempre, il cambio del materasso infracidito che quei mascalzoni, per puro divertimento, “innaffiavano” abbondantemente quasi fossero stati bimbi incontinenti. 
   Ma la mascalzonata  più odiosa la misero a segno ai danni di un povero mulattiere che, ancora oggi, soffre le conseguenze dell’esacrando gesto.  Un giorno, mentre gli scellerati tornavano da un paese vicino che erano stati costretti a raggiungere a piedi perché sprovvisto di strada d’accesso per le autovetture, incontrarono il povero vaticale che, con un mulo carico di ricotte, stava recandosi alla fiera di Mulerà per venderle e ricavarne un po’ di soldi. Le ricotte fresche, avvolte nell’”erbuzza”, erano contenute in quattro “fiscini” legati in groppa al mulo. I “banditi” si informarono del contenuto e della natura del carico e il mulattiere, affascinato evidentemente dagli emuli di Mozart, offrì loro, spontaneamente e col sorriso sulle labbra,  tre ricotte perché le mangiassero per strada. Ma i bricconi, evidentemente non contenti del bottino, cominciarono a premere sul malcapitato affinché aumentasse a dismisura la consistenza della donazione. Il poveraccio aggiunse ancora un paio di ricotte, ma le pretese, invece di scemare, aumentavano.  Allora tentò di sottrarsi a quell’orda famelica e, preso per la cavezza il mulo, lo strattonò per avviarsi e sfuggire ai briganti. I musicanti gli si pararono innanzi tagliandogli ogni via di fuga ed egli cercava disperatamente di spezzare l’assedio.  A questo punto il trombettiere concepì, in un baleno, il suo piano scellerato: si avvicinò furtivamente al mulo, si portò la tromba alle labbra ed emise, proprio nelle orecchie della povera bestia, lo squillo più acuto che si potesse produrre con quel maledetto strumento. Il mulo fu come punto contemporaneamente da un milione di tafani: terrorizzato si impennò, ricadde, tornò ad impennarsi sempre più in alto mentre quel farabutto continuava a suonare  la sua diabolica tromba. Decine e decine di ricotte uscirono dai “fiscini” e si spiaccicarono sul terreno mentre il malcapitato mulattiere cercava disperatamente, bestemmiando come un turco, di calmare la bestia. Fu a questo punto che, approfittando delle difficoltà del poveraccio quei criminali se la diedero a gambe dileguandosi rapidamente nella boscaglia. Il pover’uomo,allora, calmato l’animale, si sedette affranto con la cavezza tra le mani contemplando piangente l’immane disastro che lo aveva ridotto sul lastrico.

 

                                                   I DUE BANDITORI


   Molti di voi probabilmente conosceranno questo mio racconto, ma voglio riproporlo a beneficio di chi non lo conoscesse e, comunque volesse rivivere il fascino dei nostri paesi del Sud di sessant'anni fa, ritrovare momenti e personaggi del tempo ai quali si ispira. Una ventina di anni fa l'ho sceneggiato e inserito all'interno di una mia commedia in vernacolo caccurese dal titolo 'Nominu curaggiusu. Buona lettura. 

Non ho mai capito se c'era una particolare vocazione nei giovani di allora nel mettere uno contro l'altro i vecchi o, se, piuttosto, non fossero proprio loro, i vecchi di quella generazione, particolarmente litigiosi e brontoloni;  quel che è certo è che non c'era giorno che Dio mandasse sulla Terra senza una bella lite tra arzilli vecchietti che finiva, fortunatamente, annegata in una bottiglia di vino o forse no ... forse nell'acqua col quale l'oste Peppino lo annacquava. Le più spassose erano però, quelle tra mastro Arturo e zu Giuseppe, i due banditori del paese.
   Quando in piazza si sentiva la trombetta di mastro Arturo "Tuuu tuuu, tuuuu, in piazza sono arrivati i pesci: alící, vope, sarde, stocco, pesci freschi e saporiti " un giovinastro tra quelli che stazionavano in permanenza in piazza, volgendo le spalle a zu Giuseppe e fingendo di non vederlo, attaccava: "Che voce, che voce portentosa quella di mastro Arturo. E come è chiara! Questi si che sono bandi, altro che quelli di zu Giuseppe! E poi si fa pagare anche di meno: solo sei soldi, invece di una lira e mezza." Zu Giuseppe rizzava le orecchie, mentre le narici cominciavano a fumare. 
   "Si, si, è vero, mastro Arturo se lo beve a zu Giuseppe, riprendeva un altro di quei bighelloni, proprio mentre riecheggiava ancora una volta il suono della trombetta e mastro Arturo sbucava da un vicolo, con quei polmoni può buttare bandi da mattina a sera. E poi, a differenza di zu Giuseppe, è sempre sobrio; mai una volta che beva un goccio". 
   A questo punto zu Giuseppe, cotto a puntino, scoppiava e si lanciava contro il malcapitato mastro Arturo che, facendosi pagare di meno, gli toglieva il pane di bocca. Mastro Arturo, con gli occhi iniettati di sangue per una congiuntivite cronica e per i numerosi bicchieri tracannati, si lanciava a sua volta sul rivale, mentre i giovinastri, fingendo di accorgersi solo allora della presenza di zu Giuseppe, dividevano i contendenti e fingevano di rabbonirli con argomenti studiati apposta per attizzare la lite. Poi dopo un bel pezzo, la stanchezza aveva il sopravvento ed i due vecchi, scolato l'ennesimo, bicchiere per bagnarsi la gola secca per la lunga litigata, si avviavano barcollando verso casa.    

   I giovani lì seguivano per un pezzo con lo sguardo attendendo il momento più spassoso. Qualche minuto e si sentiva lo squillo prolungato della trombetta di mastro Arturo che rincasando aveva trovato l'uscio chiuso: "Tuuuuuuu, tuuuu. Chi tiene in casa Concetta mia la cacciasse fuori perché non ho le chiavi."

 

                                                                                    IL CALCIO DELL'ASINO

 

   Il calcio dell'asino è un grave oltraggio che si fa a una persona, come insegna il grande Fedro. Quando le forze abbandonarono il vecchio leone che aveva terrorizzato gli altri animali  dai quali era temuto e rispettato, i nemici cominciarono a oltraggiarlo. Perfino l'asino gli sferrò un poderoso calcio. Fu quello del somaro l'oltraggio più grave per il morente re della foresta. Oggi è toccato anche a me. La cosa che più mi indigna è che te lo sferrano di nascosto, quando non sei presente perché impegnato a curare le tue piante, i tuoi animali  e non puoi nemmeno sghignazzargli in faccia. Pazienza!

 

                                                                  FILASTROCCA DELLA PANDEMIA



Filastrocca delle manfrine
in questi tempi di mascherine
che ci proteggon dalla pandemia
in chiesa, a scuola e per la via,
anche se a molti la cosa non garba
e ai divieti la fanno in barba
e poi protestano con veemenza
fino a negare la pestilenza.
forti della loro discutibile scienza
Oggi si credon tutti scienziati,
ma in fondo son solo degli scalmanati
che non rinunciano alle discoteche
al ballo e allo sballo, all’apericena
e che per questo mi fanno pena
perché si beccano l’infezione
e poi l’attaccano ad altre persone.
Per una maschera, addirittura
cianciano a vanvera di dittatura
e non capiscono gli screanzati
che molti finiscono pure intubati.
Vi prego amici, rispettiamo le regole
così ci evitiamo che altre tegole
per imprudenza ci cadano in testa
e ci rovinino di nuovo la festa
diamo una mano alla sanità
che spesso fa rima con santità,
pazIentiamo ancora un pochino
che fra qualche mese avremo il vaccino.


                                       FILASTROCCA DI AGOSTO
                                            di Peppino Marino

   Salutiamo anche agosto con una filastrocca scritta qualche anno fa quando il Covid era sconosciuto e si andava in vacanza tranquilli e sereni.


Filastrocca dell’arrosto

per il gaudente mese di agosto

un mese gaudente perfino in Brianza

perché la gente è tutta in vacanza

ed è in vacanza in ogni posto

perché si celebra il ferragosto

e anche persone, di solito serie,

in questo mese son pure in ferie.

Le città sono tutte svuotate,

le autostrade roventi e intasate

e per andare da Agrate ad Arcore

ci vogliono almeno un sei – sette ore.

Però che bello scottarsi al sole

ridursi la pelle come braciole,

lasciarsi cuocere su spiagge assolate,

con molto più gusto se sono affollate,

tra finti vip e comari vere,

grida, schiamazzi di donne ciarliere

e ragazzini che, sul più bello,

addosso ti svuotano il loro secchiello,

colmo di sabbia o di acqua salata

che, in quel momento, ti sembra gelata.

Ma il tempo vola e alla fine di agosto,

ogni cosa ritorna al suo posto

e, fra rimpianti e nostalgia,

si torna alla solita frenesia.




                                                 CHI FA DA SE' FA PER TRE

E gli altri due se la spassano.

                        CHI DORME NON PRENDE PESCI IN FACCIA

   Non ci credete? Provate a svegliarvi e dite chiaramente quello che pensate, fate qualche critica sensata, date qualche suggerimento giudizioso e vi arriveranno più pesci in faccia di quanti ne vengono elencati nella famosa canzone Lo guarracino. 

                                                                                       GATTI ALLA GRIGLIA 



   Dopo l'odioso episodio di qualche giorno fa, un altro extracomunitario è stato beccato ad arrostire un gatto. Per ovvi motivi di privacy non possiamo farne il nome, ma si tratta di un individuo di 70 anni, scuro di pelle come tutti gli extracomunitari, tranne gli svizzeri, gli americani e gli inglesi, con i caplli ricci e bianchi tipici dei neri. In questo caso il criminale non si è servito di una padella, ma ha usato un barbecue nei presi della casa che occupa abusivamente e dalla quale sarò sfrattato tra circa un mese. 

                                                                           LA CAPA 

                                    

     Dopo sindaca, ministra, questora a quest'ora, prefetta (prima della fetta) è arrivata anche la capa. Chissà che tiene 'n capa o giornalista?

 

 

                                                                  L'ASCIUGA SUDORE DELLA FRONTE                                          

   Dopo un'ora di motozappa una pausa per un goccio di sidro fresco di mele biologiche di Zifarelli ci sta proprio bene, alla salute di chi ha preferito starsene nella Capitale, tra i fasti dei cesari e dei flavi. Noi ce ne stiamo tra gatti, uccelli e qualche talpa, ma non ci lamentiamo. La felicità è bere una birra, un bicchiere di sidro o di vino pe' aciuttare 'u surure, come dicevano i nostri vecchi, perché qualcuno un po' capriccioso un giorno decise che bisogna guadagnarsi il pane col sudore della fronte, ma almeno concedendoci queste deliziose pause.  

                                                          FINALMENTE AL CONFINO A  ZIFARELLI 


   

    Ed eccoci a Donnafug.., pardon, a Zifarelli a trascorerre le "vacanze" di primavera - estate. Vacanze per modo di dire perché da domani  ci aspetta tutto l'arretrato prodotto dai domiciliari ai quali ci ha costretto il Covid. Perciò sveglia alle 5, un caffè doppio e, subito dopo, aperta la porta di casa saremo già operativi senza perdere tempo per andare e venire dai Croci o per pause pranzo o altro. Insomma lavoro 'e stilla a stilla pecchì, si sa, all'orto ce vo' l'ominu mortu. Però la sera ci rifaremo; per adesso con salsicce, 'nduja, pecorino e qualche altra cosuccia, poi, fra un mese - un mese e mezzo con gli ortaggi freschi. Intanto speriamo che stasera rane e cuccuvelle ci facciano dormire.

 

  TRANQUILLI AMICI DEL NORD, MA LIBERATEVI DELLE VOSTRE CLASSI DIRIGENTI

    Da qualche giorno è in corso nei talk show e sui giornali un dibattito surreale sulla fase due e sulla possibilità di riaperture differenziate, regione per regione, a seconda della situazione sanitaria delle singole realtà. Essendo le regioni del Sud in questo momento le meno colpite dall'emergenza sanitaria, dal momento che non solo il contagio non ha avuto la stessa diffusione della Lombardia, del Veneto, del Piemonte ( e non per caso), ma in alcune, è addirittura quasi scomparso, mentre in Lombardia si continua ad ammalarsi e a morire, qualsiasi imbecille capisce che, in una situazione di grave crisi economica indotta, sarebbe opportuno, con le dovute cautele e gli accorgimenti del caso, far ripartire le regioni dove il rischio è minimo o addirittura inesistente e fermare quelle che ancora sono in emergenza. Nell'interesse di tutto il paese, anche delle regioni oggi in grave sofferenza. Ma provatevi a fare una ipotesi del genere e vi spareranno a palle concatenate. 
    I napoletani che sono gli inventori della Smorfia o, almeno, i più competenti cultori, sanno benissimo che "la paura fa novanta", ma forse ora lo hanno imparato anche i lombardi che, terrorizzati da una possibile apertura differenziata delle attività produttive, degli uffici, dei servizi a partire dalle regioni meridionali che sono state le meno colpite dal contagio del coronavirus, sono pronti a scendere sul sentiero di guerra con il governatore della Califor.., pardon della Lombardia che rinfaccia ai campani di andarsi a curare negli eccellenti ospedali lombardi, magari come quello della Fiera.
    Da cosa nasce quest'atteggiamento in contrasto col più elementare buonsenso? A mio modesto parere dalla paura che venga distrutto per sempre il vecchio luogo comune di un Sud parassita, assistito, dove tutti vivono grazie all'operosità, all'efficienza e alla generosità lombarda, di quelli che lavorano e producono  al contrario degli inetti, scansafatiche meridionali, incapaci di intraprendere, etc, etc. etc. Il terrore che, approfittando della chiusura del Nord il Sud possa dimostrare di potercela fare da solo e di poter dare un contributo determinante alla ripresa di questo sciagurato Paese, di accendere finalmente i riflettori su un paese diverso da quello descritto da sempre dai pennivendoli dei poteri forti,  dev'essere davvero grande. Eppure è sotto gli occhi di tutti che "il pugile meridionale" costretto a salire sul ring con le mani legate dietro la schiena da 160, un meridione al quale è stato rubato tutto, perfino la forza lavoro, derubato con le ignobili invenzioni della spesa storica e con mille altri giochi delle tre carte, un Sud con una sanità costretta a vivere delle briciole che cadevano dal ricco desco del Nord e che pure in quest'emergenza ha dimostrato di non essere affatto inferiore o più disastrata di quelle delle regioni "più attrezzate", come si strombazza ancora oggi, nonostante tutto, ha continuato a lavorare, a intraprendere, a conquistarsi fette di mercato in tutto il mondo, a contenere la pandemia, a curare i suoi malati e qualcuno anche del Nord.  Tranquilli, amici lombardi, piemontesi, veneti, non credete ai vostri governanti; non siamo vostri nemici, siamo vostri fratelli, siamo italiani come voi, non facciamo differenze di paralleli. Se partiremo con qualche settimana di anticipo lavoreremo anche per voi, per far ripartire questo Paese a beneficio di tutti, terroni e polentoni. Fidatevi di noi e liberatevi delle vostre inette e rancorose classi dirigenti, di tutte, non solo di quella politica. 

 

                         FINALMENTE SI TORNA A ZAPPARE: ORA LA PARETE DI PLEXIGLASS  NEL TALAMO



   Finalmente una buona notizia: in virtù di un provvedimento del presidente della Regione, si può tornare a zappare, a seminare, a innaffiare, a governare gli animali, ovviamente in solitudine, come faccio da anni. Coraggio, Zifarelli, da lunedì sono tutto vostro.  E' bello constatare che ogni tanto anche a burocrazia ci azzecca e d'altra parte non era poi tanto difficile capire che coltivare un orticello lontano dal paese in una proprietà completamente recintata, chiusa dall'interno per impedire l'accesso di altre persone, in completa solitudine non comporta alcun rischio di contagiare qualcuno o di venire contagiato, visto che gli unici esseri viventi coi quali si potrebbe venire a contatto sono le piante, che comunque appartengono al regno vegetale, gli uccelli, animali timidi e diffidenti che se e stanno sui rami degli alberi o volano nel cielo o le talpe che praticano da millenni il distanziamento sociale. Adesso speriamo che revochino anche il provvedimento che costringe a tenere la moglie con la mascherina sul sedile posteriore dell'auto una cosa che non si capisce davvero. A meno che, con apposita ordinanza, non impongano l'installazione di una parete in plexiglass nel letto matrimoniale e a tavola e l'uso di servizi igienici separati. Che c'è di più pericoloso del talamo in tempi di coronavirus? 

                                                  SCATTI DI UN TEMPO CHE FU



     Ancora fino a un anno fa, in una bella giornata estiva o primaverile, era possibile imbattersi in un gruppo di amici come questo, colto in uno dei momenti più belli e più rilassanti della vita di ogni individuo: quello della socializzazione, dello stare insieme dello scambio di qualche chiacchiera. Che c'è di più bello di coltivare le amicizie, scambiarsi un abbraccio, un saluto affettuoso, bere un caffè insieme. E' triste, per uno come me che ha trascorso alcuni decenni della sua vita a insegnare e a invogliare i fanciulli a socializzare, dover oggi predicare il distanziamento sociale. Con questo mostriciattolo invisibile, subdolo, aggressivo, vigliacco dobbiamo rinunciare anche a questi momenti di aggregazione, non sappiamo per quanto e nemmeno, nonostante il mantra dell' "andrà tutto bene" che ci ripetiamo per darci la forza e il coraggio di andare avanti, se tutto tornerà come prima o se dovremo trascorrere il resto dei giorni che ci è dato vivere con maschere, guanti e protezioni varie. Nell'occasione abbraccio virtualmente mio cugino Vincenzo, mastro Salvatore Falese, Pasquale e Franco Dragone. In gamba, ragazzi. 

 

                                            COSTITUZIONALISTI IMPROVVISATI

 



    In questi anni bui nei quali la politica è finita nelle mani di quelli che conosciamo benissimo, si può affermare tranquillamente che "ne stiamo sentendo delle balle." Ovviamente il capo leghista si riferiva alla sottoscrizione di accordi sugli aiuti europei e non sulle nostre future gite in Belgio, in ogni caso questa, pur nell' evidente semplificazione oratoria e in quella del titolista  ma è sempre virgolettata,  è un esempio lampante di superficiale, approssimativa ( a voler essere generosi) conoscenza del diritto costituzionale e dei poteri dei vari organi dello Stato che fa il paio con quella di improvvisati costituzionalisti che ci invitano a uscire e a violare gli obblighi imposti dai decreti legge sul contenimento dell'epidemia spiegandoci che i decreti legge non hanno forza di legge perché devono essere approvati dal Parlamento, cancellando praticamente un atto normativo previsto in Costituzione e senza nemmeno bisogno di una riforma costituzionale e citando le prime 13 parole dell'art. 16 della Costituzione stessa omettendo tutto il resto dell'articolo. E il bello è che centinaia di migliaia di imbecilli ci mettono pure il "mi piace" e si indignano contro il governo liberticida!
         

 

 

                                     TEMPO DI GUERRA? PROVATE A MANGIARE QUESTO PANE

 

 


       In questi giorni ho sentito ripetere più volte, a sproposito, che siamo in tempo di guerra. Indubbiamente la situazione è preoccupante, ci attendono  periodi bui e duri e non sappiamo quando ne usciremo e come ne usciremo, ma da qui a paragonare la nostra situazione a quella di chi ha vissuto per davvero la guerra, anche recentemente (o continua a viverla), mentre noi fino a due mesi fa conducevamo una vita normale è un affronto: ai nostri genitori, ai nostri nonni, ma anche al popolo palestinese, ai bambini di Gaza, ai siriani, agli afgani, ai curdi, a tanta gente che, mentre noi facciamo la quarantena spaparanzati sul divano, davanti al televisore o al pc, con frigoriferi e dispense piene, acqua calda  e comodi letti, vive nei rifugi, sotto le bombe, senza acqua, senza cibo, senza assistenza medica con la paura di finire dilaniata da una mina o falciata da una raffica. Una parte di questa povera umanità sale sui barconi e, quando non muore in mare, finisce nei lager libici a subire ogni sorta di violenza. 
    Ieri, a furia di sentir ripetere la storia del tempo di guerra, ho voluto provare una "specialità" che "troneggiava" sul desco dei nostri genitori in tempo di guerra: il pane di miglio. Farlo non è difficile;  difficile è mangiarlo. Per una volta lo si può fare, ma essere costretti a mangiarlo per mesi, anzi per anni, come capitò ai nostri genitori e ai nostri nonni quando i corvi in camicia nera sequestravano il grano ai contadini che si rompevano la schiena per un anno per coltivarlo e, mentre i loro figli dovevano mangiare il pane di miglio, quello di grano se lo mangiavano i figli ......... della lupa, no.  
   Prima di parlare di tempo di guerra pensiamo a queste cose. 

 

 

                                                                         UNO SCOOP DE L'ISOLA AMENA

 

  Stasera L'Isola Amena  vi propone in esclusiva un video eccezionale sulle proposte dell'opposizione sugli aiuti alle famiglie e alle imprese per superare l'emergenza coronavirus. Buona visione. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                   UN'IDEA ORIGINALE DEL GIORNALISMO



       Dice Mentana che se avesse saputo che il presidente Conte in conferenza stampa avrebbe denunciato le falsità dei suoi avversari politici non avrebbe trasmesso questa parte della conferenza. Un'idea curiosa questa del direttore del TC di La7. Scusate, amici, ma un giornalista, fra l'altro direttore di un  telegiornale, non dovrebbe essere contrario a qualsiasi censura o auto censura? Qual è la funzione di un giornalista, dare tutte le notizie senza omettere alcun particolare, anche se si tratta di notizie o opinioni sgradevoli o edulcorarle o censurarle?  E, in ogni caso, la responsabilità dell' "attacco" ricade su chi se ne è reso protagonista o su chi, eventualmente né da notizia? No, tanto per capire. A questo punto se so che un giornale o un telegiornale può anche nascondermi parte di una notizia chi me lo fa fare a comprarlo o a seguirlo?  Lo dico anche per capire perché la gente in Italia non compra i giornali. 

 

 

                                     MANTENIAMO LE NOSTRE TRADIZIONI E LE NOSTRE CALORIE


   Alla faccia del coronavirus, per non perdere le nostre antiche tradizioni, ma soprattutto per non perdere qualche chilo, anche quest'anno abbiamo fatto le cuzzupe. Questa nostra specialità calabrese la puoi mangiare come vuoi, ma intinta in un buon bicchiere di vino, rosso o bianco, a seconda dei gusti, è la morte sua, così alle calorie della farina, dello zucchero e delle uova, aggiungiamo anche quelle del vino. Ma si, chi se ne impipa! Coe diceva zu Giuvanni 'e Rizzeri, "E' meglia  'a vita ch' a morte!"

 

 

 

 

                                                              NON SIAMO SU "SCHERZI A PARTE"

 

 

 

       Quando ho letto la notizia credevo di essere su "Scherzi a parte" o su una pagina di Lercio, invece poi ho visto che era una notizia rilanciata da una nota agenzia di informazione italiana. Una notizia, perciò, da prendere in seria considerazione, un contributo di notevole spessore che ci viene offerto da un nostro illustre senatore, un esponente delle istituzioni che paghiamo a peso d'oro proprio per i saggi consigli che ci offre. oltre alla riapertura delle chiesa da affiancare agli scienziati e ai ricercatori, pagati a 900 euro al mese, sarebbe  anche opportuno sostituire il responsabile della protezione civile con uno ammanigliato magari con la madonna di Medugorje  come Paolo Brosio o con Natuzza Evolo come ha fatto la nostra governatrice calabrese.  

 

 

 

 

                                                              FILASTROCCA DI APRILE

 

   Viviamo giorni difficili e ce ne attendono altri incerti, pieni di incognite, anche se l'ottimismo finisce per prevalere, ma proprio per questo forse conviene esorcizzare la bestia o, meglio, le bestie perché ce ce nono almeno due, con una filastrocca che apra il cuore alla speranza.

 

Filastrocca assai gentile

Per il dolce mese di aprile,

il mese dei fiori e del dolce tepore,

 un mese strano per il pescatore

per via di un certo curioso pesce

che nella rete, però, non finisce,

ma si risolve, ogni volta in burletta

per la gente un pochino distratta.
Aprile è il mese del dolce dormire,

sarebbe bello potere poltrire,

ma la vita  scorre più in fretta

e questa è davvero una disdetta

perché l’eccesso di frenesia

provoca tanta malinconia.

Ma ora bando ai pensieri cattivi!

Il dolce aprile ci renda giulivi,

ché a primavera la vita rinasce

cancellando il dolore e le ambasce.

 

 

                                                            LA LARGA BANDA

 

 

 

    Di pomeriggio, finito di pranzare, sorseggiato il caffè. mi capita spesso di tentare di appennicarmi, anche se, quando mi riesce, non vado oltre i 15 - 20 minuti. Allora appoggio la testa sul cuscino, guardo la finestra e, oltre le tende intravedo, a una ventina di metri circa, la palazzina al cui piano terra è ubicata la centrale telefonica. Quando mi sveglio, dopo una rinfrescatina, mi siedo al pc e salpo ne tentativo, spesso penoso, comunque sempre difficoltoso, di navigare. Se poi devo caricare o scaricare qualche grosso file mi ci vogliono ore mentre il cellulare si impantana perché l'ADSL è tutta assorbita dal file in carico o in scarico. Il mattino dopo magari vado a Zifarelli, a due chilometri di distanza, in aperta campagna, il centro abitato più vicino Santa Rania a 4 - 5 chilometri in linea d'aria. Appena arrivo, già al cancello "l'arcobaleno del Wi Fi appare in tutto il suo splendore con 4 tacche illuminate. Se voglio aprire un sito, facebook, il contapassi, il "Trova la mia auto" si pare quando ancora la punta dell'indice è a un paio di centimetri dalla schermo, in file di un giga lo carichi o lo scarichi in meno di 10 minuti, insomma ti sembra di trovati  nella Silicon Valley. 
   Qualche giorno fa ho chiesto a un amico che se ne intende e che ha rapporti con le compagnie telefoniche il perché a Zifarelli c'è la larga banda e a Caccuri, a 20 metri dalla centrale no. La risposta è stata di una chiarezza cristallina: "Da noi la larga banda è già arrivata da più di un secolo: l'11 maggio del 1860. 

 

 

 

                                                        PANE AUTARCHICO

 

 

     Ed ecco a voi, per la seconda volta, il pane autarchico della premiata ditta Peppino Marino e famiglia.  Qui bisogna fare di necessità virtù, insomma noblesse oblige, la nobiltà è obbligatoria, diceva Totò, e non solo per il coronavirus. A Caccuri, infatti, da qualche mese non mangiamo più pane caccurese e, in attesa che riapra il forno, o lo compriamo dai paesi vicini o ci "arranciuliamu" con fai da te. Altro che i due forni! Da noi Andreotti sarebbe stato costretto a cambiare mestiere. 

 

 

 

                                                                         LA FRETTA C'ERA, BENEDETTA PRIMAVERA!

 



    Adesso vi aspetto tutti la sera di San Silvestro del 2023, vedremo chi avrà la voglia e il coraggio di festeggiare il nuovo anno!  Oggi mi piacerebbe incontrare qualche rottamatore per vedere se ha ancora il coraggio di prendersela con  i vecchi, cioè con le persone sagge che da sempre ci ripetono: "Annu bisestu, viatu chine ce resta!" E non solo per il coronavirus. Ci mancava pure la neve dopo un febbraio e una prima quindicina di marzo con caldo torrido che aveva fatto sbocciare gli alberi di pesco, di albicocco, di pero, le viti, gli ulivi che adesso rischiano di subire gravi danni. Un inizio di anno così non s'era mai visto in Italia, in Europa e nel mondo, a parte quelli di guerra. Quest'anno, più del solito avremmo avuto bisogno di una primavera precoce anche per aiutarci a liberarci dalla "peste" che minaccia il mondo intero. La fretta c'era, maledetta primavera!, invece ci ritroviamo il freddo e il gelo. 



                                                      
CON UN PO' DI BUONSENSO ANDRA' TUTTO BENE

 

   Noi di via Vittorio Veneto ci crediamo: andrà tutto bene e distruggeremo questo mostriciattolo del coronavirus, anche se la lotta sarà ancora dura, non tanto per noi che, alla fine, ce ne stiamo solo comodamente in casa senza fare un tubo, ma per gli operatori sanitari, i medici, gli infermieri, il personale del 118 e per tutti quelli che devono garantire i servizi essenziali, la distribuzione di generi alimentari ed altri di prima necessità nei supermercati, negli ospedali, nelle case di cura, la manutenzione delle linee elettriche, telefoniche,  del gas, i  vigili del fuoco, i necrofori e tanta altri. A tutta questa gente possiamo dare, senza il minimo sforzo, una grandissimo aiuto standocene comodamente e tranquillamente in casa per bloccare il contagio e far crepare il virus. Hanno ragione Bruno De Rose e la sua famiglia: andrà tutto bene!, basta volerlo. Intanto oggi pomeriggio alle 16, come ha annunciato l'instancabile,  "sindaco - strillone"  Marianna Caligiuri, che da giorni si fa in quattro per tutelare la nostra salute, stamattina nel suo giro del paese con la sua macchinetta rossa, i nostri supereroi disinfesteranno il territorio comunale per rendere la vita difficile e, magari sterminare il Covid 19. 

 

                                                                        'U SARDARU 

       La paura della vecchierella costituiva un deterrente scarsamente efficace . Ai tempi dei “viaggi della cicogna “ o dei bambini trovati sotto il cavolo eravamo si, ingenui, ma non al punto di attribuire a una povera  vecchia, per di più invisibile, la causa delle nostre eventuali sciagure. La minaccia, perciò non ci impressionava  più di tanto per cui, dopo qualche attimo di quiete, sufficiente e far respirare genitori e parenti ritornavamo i discolacci  di sempre ed ecco scattare , allora, la  ben più grave minaccia: “ Guagliù, statte attento ca passa lu sardaru! “ Allora, se non ci calmavamo,  le cose si complicavano terribilmente: non più con una vecchia invisibile frutto delle fervida fantasia dei nostri antenati, avevamo a che fare, ma una persona in carne e ossa; non più con un’entità effimera, eterea, evanescente, ma con mani callose, “Cucchjare“ o altri oggetti contundenti dalle spiccate capacità  persuasive e lo stramaledetto  “sardaru “ prendeva,  inspiegabilmente, le sembianze di nostro padre o di nostra madre, mentre una gragnuola di busse si abbatteva sul groppone. Si, era davvero passato “ ‘u sardaru con le sue maledette sarde.

 

                                                                                             LA FOLGORAZIONE

   
     Oggi ero proprio disperato. Questi "arresti domiciliari", questa quarantena sanitaria avevano messo a dura prova i miei nervi. Non avevo la più pallida idea di cosa si possa fare in queste circostanze, di come organizzare il proprio tempo, insomma di come si possa trascorrere le giornate anche quando ci impediscono di bighellonare tutto il giorno. Ed ecco, magia della televisione, apparire prima Amadeus e poi Carlo Conti che mi illuminano,  mi suggeriscono cosa fare in questi frangenti come leggere un libro, ascoltare musica, chiacchierare con la nonna, una morta nel 1943 e l'altra nel 1970, giocare al mercante in fiera, guardare magari I soliti ignoti che si diceva fossero stati sospesi assieme all'Eredità, quel giochino serale nel quale Einstein e un idiota hanno le identiche probabilità di vittoria e che, invece, anche domani sera ci costringerà ad aspettare le 21,30 per vedere il nuovo episodio di Montalbano. Insomma, la folgorazione: ora so come organizzarmi e fare la mia brava quarantena senza che mi pesi molto. Anche perché non ho più il televisore che non ha retto alla scarpa che gli ho scagliato contro. 

 

 

 

 

                         UN VIRUS DEMOCRATICO: 60 MILIONI AGLI ARRESTI DOMICILIARI

 

 

 

Ragazzi, ma ci pensate che cosa curiosa? A me viene da ridere: una sessantina di milioni di italiani agli arresti domiciliari, ah,ah,ah. Una cosa così mai successa. Dobbiamo ringraziare il coronavirus, questo virus che sembrerebbe pure democratico,  se questa volta, finalmente, anche gli evasori fiscali, i truffatori, i banchieri, gli spacciatori,  ricchi e pnon era overi, belli e brutti finiranno ai domiciliari e pazienza se un paio di settimane dovremo farcele anche noi. Che poi, sapete cosa vi dico, questi primi due giorni  agli arresti mi sono sembrati bellissimi e ho l'impressione che ci prenderò gusto. 

 

 

                                     ‘U SPUSALIZIU 

 

 

 


Chi ha più o meno la mia età e la pazienza o la voglia di leggere questa mia poesia ci ritroverà  un mondo che avrà sicuramente conosciuto e del quale si sente una certa nostalgia. 

Cumu è contenta oje za Marietta
Ca Rosinella s’è vestuta ‘e sposa!
Supra ‘a porta e ra cchiesia ‘u zitu aspetta
Bella, pimpante, frisca cu ‘na rosa;
‘u velu jancu e lu buquet già rrincia
mentre ‘e ra cuntentizza ‘a mamma ciancia’.

 Oje è ‘nu jornu ‘e festa, finarmente,
ca puru ‘sta guagliune se marita’
e za Marietta pensa: “Veramente,
pe’ Rosinella ‘nzigna ‘n’atra vita.

‘Na vita senza chianti e patimenti,
ca’ Sarbature è ‘nu bonu guagliune,
tuttu fatiga, casa e sentimenti
e nu’ le fa mancare ‘u muzzicune”.

“S’è sistemata, Rosinella mia, 
penzari zu Rusariu allegramente,
mo chi ‘sta figlia piglia ‘n’atra via
su’ finiti i corredi, finarmente!.

‘Ste figlie fimmine m’hannu scunquassatu,
m’hannu sucatu ‘u sangu pe’ tant’anni,
cu’ ‘na cannila ‘e cira m’hau astutatu,
m’hannu levatu ‘e ‘ncollu puru i panni”.

Mo i costi si le rumpa’ Sarbarture,
Giuvanni, Ciccantone e Gatanellu
Ve su’ piaciute ‘ste belle criature?
E mo lle mantenteniti cu’ l’amure.

Nun le faciti mai mancare nente
Ca io, puru ch’era ‘nu pezzente,
l’haiu cresciute cumu le regine
jennu zappannu tutte le matine.

Auguri, auguri, arriva Sarbature
E tutta ‘a gente jetta li cumpetti,
e tutta ‘a marramata e re crieature
se fruganu cu’ ‘lèfanti ‘ntra via
per’ acchijappàre chilla grazia ‘e Dio.

Mo su all’ataru e hau già dittu “SI”
E tuttu ‘u parentatu chi s’abbrazza,
poi vannu alla casa e, alla spartogna,
sciurta, a ‘na vota, la solita frigogna:

Però chi scostumati ‘sti vicini,
cumu se junnanu a ‘sti biccherini!
Ma zu Rusariu nun sta cchjiu ‘ntra pelle,
mo chi s’ha sitematu ‘e guaglinuelle.

 

       FILASTROCCA DI MARZO
               di Peppino Marino
 

              



   Salutiamo anche marzo con una filastrocca. 

 Filastrocca dell’ostello

per questo mese pazzerello,

un po’ col sole, un po’ con l’ombrello;

un mese pazzo come la vita

fatta di pene e di gioia infinita,

fatta di odio, fatta d’amore,

fatta di rabbia e di dolore,

fatta di stenti e patimenti,

di valori e di sentimenti.

 

Questo mese così cangiante,

così mutevole ed incoerente

del freddo inverno decreta la morte

 e a primavera dischiude le porte

per cui il giorno di San Benedetto

la garrula rondine è già sotto il tetto.

L’aria ora è fresca, serena e pulita

e, all’improvviso, rinasce la vita

e il profumo degli alberi in fiore

porta la gioia negli occhi e nel cuore.

 

                                           LA TALPA E IL SOLE
                                                    di Peppino Marino
 



Come sarebbe il mondo se tutti fossero generosi come il sole e non egoisti come la talpa! Se vi va leggetevi questa mia poesiola. 

 

   Il sole è sciocco,
disse la talpa Rocco,
sciocco, sciupone
e pure un po’ frescone!

   Regala i raggi caldi a tutto il mondo,
ride, scialacqua, sempre più giocondo,
pensa a dilapidare il suo tesoro,
senza ritegno, senza alcun decoro.

   Ma forse un giorno se ne pentirà,
quando luce e calor più non avrà
e tutti quelli che ora, in superficie
e ai quali il matto scalda la cervice,
ebbri di rabbia lo malediranno
ché questi doni poi più non avranno.

   Ma a me che sono stato previdente,
di questo danno non me  ne vien niente,
ancora qui nel buio resterò,
del sole spento non mi accorgerò.

 Il sole, udita questa tiritera,
rise benigno e, al calar della sera,
corse veloce e ancor più giocondo,
a riscaldar l’altra parte del mondo.

 

                                              'E GAPU 'UN SI NE MORA, MA SI NE MALE 'NCAPPA! 



     Cari amici, questo coronavirus sta mettendo seriamente in crisi  il mio ateismo, ma non perché abbia paura di ammalarmi, di morire e quindi ora cechi di guadagnarmi il paradiso con la famosa lacrimuccia di Buonconte da Monteferltro. No, nulla di tutto questo; il mio ateismo vacilla perché comincio a pensare che ci possa essere un Dio vindice, che "atterra e suscita, che affanna e che consola" come diceva un grande lombardo, Alessandro Manzoni, nipote di un altro grandissimo lombardo, Cesare Beccaria. 
   Per anni ci siamo sentiti dire che bisognava chiudere le frontiere agli immigrati, causa di tutti i mali, comprese malattie mortali, che i napoletani erano colerosi e che puzzavano perché non si lavavano, che la Padania era una sorta di paradiso terrestre incontaminato dal quale bisognava tenere lontani terroni e africani. Ora come la mettiamo? Il coronavirus non lo hanno portato gli immigrati e nemmeno i terroni, né tantomeno i napoletani, ma, pare, lombardi danarosi, che viaggiano in prima classe e oggi, quelli che chiedevano di chiudere le frontiere, si ritrovano le frontiere degli altri paesi, perfino quelle meridionali, chiuse per loro e se si avventurano fuori vengono respinti in Padania e messi in quarantena. 
    Gli esperti ci spiegano che uno dei metodi più efficaci di prevenzione è quello di lavarsi le mani spesso. Ma non erano i napoletani che non si lavavano e puzzavano come i cani?  'E gapu 'un si ne mora, ma si ne male 'ncappa, dicevano saggiamente i nostri vecchi: mai farsi beffe degli altri, mai augurare il male a qualcuno perché prima o poi anche noi "incappiamo" nella stessa situazione.  Mi auguro che questa triste vicenda insegni finalmente qualcosa ai razzisti nostrani perché ritrovarsi da una parte all'altra della barricata è un niente e che chi la fa l'aspetti. Ovviamente auguro agli amici della Lombardia, del Veneto di liberarsi al più presto di questo flagello, di poter tornare a circolare liberamente per il nostro e per gli altri paesi del pianeta e agli ammalati una pronta e completa guarigione e abbraccio simbolicamente tutte le persone perbene, che sono la stragrande maggioranza, del Nord alle quali vogliamo sinceramente un gran bene. 

 

 

                                                       COME DIFENDERSI DAL CORONAVIRUS

 

    In questi giorni drammatici nei quali il Paese è impegnato nella difficile lotta contro la diffusione del coronavirus voglio spezzare anch'io una lancia a favore della chiusura totale delle frontiere e schierarmi con chi auspica questo drastico provvedimento, soprattutto con quelli che fino a due mesi fa combattevano la loro nobile e moderna battaglia contro la vaccinazione obbligatoria. In attesa che questo governo di buonisti del cassero si decida a chiudere le frontiere, io, per conto mio ho già provveduto a chiudere quelle di San Biagio e di Zifarelli già munite di robusti chiavistelli e lucchetti. Una misura di profilassi necessaria, ma non risolutiva, dal momento che il virus potrebbe arrivare per altre vie per cui chiedo al governo di adottare altre urgenti misure quali:  
a) chiudere lo spazio aereo alle rondini, questi pennuti bianconeri (come se non bastassero già i bianconeri nostrani)  che nei prossimi giorni invaderanno a centinaia di migliaia il nostro paese provenendo da zone a rischio  e che questa volta non ci siano capitane o Ong a favorire quest'immigrazione clandestina di uccellacci. Per prevenire forzature del blocco schierare all'occorrenza migliaia di cacciatori sulle coste con l'ordine di abbattere qualunque uccello violi il nostro spazio aereo;
b) adoperarsi con gli altri paesi per chiudere il canale di Suez e lo stretto di Gibilterra ai pesci provenienti dall'oceano Indiano e da quello Atlantico onde prevenire eventuali contagi sottomarini; 
C) evitare di respirare aria sospetta e non certificata.
    Ad ogni buon fine non sarebbe una cattiva idea quella di lavarsi più spesso le mani, magari con alcol denaturato o etanolo che ogni bravo produttore di paisanella fatta in casa avrà certamente a disposizione. Ma la prevenzione più efficace è senz'altro quella di evitare di aprire la bocca per dire fesserie in modo da impedire l'accesso del virus almeno per via orale. 

                                 ROSINA E LU BICCHERI 



    Nel secolo scorso, ma anche nel precedente, abitare a Caccuri o in uno dei qualsiasi paesi della nostra zona doveva essere uno spasso. Si, è vero, non c'erano cinema, non c'erano teatri, ma i nostri paesi, la vita sociale nostra gente, era essa stessa un teatro cone dimostrano ceninaia di aneddoti che ci sono pervenuti dalla tradizione orale. In questa poesia in vernacolo ne ho ricostruito uno. Spero vi divertiate a leggerlo. 

Rosina e lu biccheri

  Quannu Nicola jiari all’osteria
Era ‘nu spassu pe’ la compagnia,
ma ‘u spassu ‘un erari lu povarellu,
ma za Rosina chi facìa’ ribbellu,
c’appena sbacantava ‘na cannata,
te cumparia la vecchia ‘nnaggellata
guillannu cu’ ‘na pazza, arrassusia,
ca i guilli se sentianu re la via.

   Ohi vacabbunnu, pazzu, ‘mpriacune,
vira si t’ammaruci lu zappune,
ca l’ortu para’ lu voscu e ru Serrune
e, mentre te ‘mpriachi cu’ ‘nu porcu,
‘u tupinaru campanìa ‘ntru surcu
Re le patate e de la vajanella
E io me signu rutta la curilla.

  Fossa stata ura surda chillu jornu
Chi m’ha scontatu a chilla porta ‘e fornu
Ca, cu ‘na zinnatella mmenzu ‘a via
È cominciata la ruvina mia.
Vira si te ricogli, ‘mpriacune
Sinnò alla porta mintu lu mangune!

Mentre ‘sta furia ‘e ‘mpernu se sbrazzava’
Nicola lu biccheri se sculava’
E s’avviava’ scornatu pe’ la via
Lassannu chilla bella compagnia.
Allura chi te facìa la magarune?,
lesta s’avvicinava’ alla bancune,
guardava ‘ntra l’occhji ‘u poveru Peppinu:
Peppì, dammillu ‘nu biccheri ‘e vinu,
vistu ca ccà pe’ casu mi ce trovu,
forsi ‘un è male si puru io lu provu.

Poi se sculavari la cannatella
E si nne jia alla casa, bella, bella


UNA SERENATA PARTICOLARE 

 

   Ancora un simpatico quadretto dei primi decenni del Novecento che, spero, vi strapperà un sorriso.
 

   Un fuoco scoppiettante ardeva nel caminetto di zu Domenico. I bagliori rossastri contribuivano a rischiarare il povero basso nel quale la fioca luce di un lume a petrolio veniva quasi completamente assorbita dalle pareti annerite dal fumo. Un calore confortevole si spandeva nell’angusto tugurio. Sulla tavola, sovrastata dalla “cannizza” del pane, rimanevano gli avanzi della  “tiella” di capretto che Zu Domenico, Zu Pasquale e Zu Giovanni avevano consumato scolandosi la consueta damigiana impagliata da dieci litri che il padrone di casa metteva a disposizione in queste occasioni.
   Ora i tre, seduti davanti al  focolare, accordavano gli strumenti per una improbabile serenata che avevano deciso di portare a compare Salvatore e comare Maria che abitavano  alla Judeca. Zu Domenico, pizzicando la prima corda del violino, mentre armeggiava con la chiavetta della seconda, con gli occhi velati e la cadenza tipica di chi ha tracannato parecchi bicchieri, si rivolse a zu Pasquale che aveva, a suo dire, accordato la chitarra. “Pasquà, dammi un mi.”  Zu Pasquale, che bicchieri ne aveva tracannati forse anche di più, pizzicò una corda e ne uscì un “fa”.
    “Ma che diavolo fai, lo apostrofò zu Domenico, ti chiedo un mi e mi dai un re?” “Quale re, quale re, si infervorò zu Pasquale continuando a pizzicare tranquillamente la stessa corda, non senti che è un mi, ma che hai, sei davvero ubriaco stasera?”  “Io ubriaco? Sei tu intontito, non ti accorgi che stai suonando un re? Hai un anno meno di me e sei già così rimbambito, quando arriverai alla mia età come ti ridurrai?”. “Io intontito? Sei tu che sei ubriaco fradicio, è mezzora che ti sto dando un mi e tu mi dici che è un re!”.

   “Siete tutti e due rimbambiti, sentenziò zu Giovanni dopo tre o quattro singhiozzi consecutivi, rigirando il mandolino tra le mani,. Ich, non sentite, ich, che è un sol? Ich, ma che razza di suonatori siete? Ich, è un sol, un sol, ich!”
  
« Un sol ? Ma che stai dicendo, pezzo di cretino, esplose zu Domenico sempre più “allemperàtu”, un sol?, ma quale sol! A me, a me dici che razza di suonatori, a me che vi ho insegnato a suonare quando ancora non sapevate qual era il manico della chitarra e quali le corde?”
    “Siete due ignoranti, riprese serafico zu Pasquale, scambiare un mi per un re o per un sol, cose da pazzi! Ma come fate a suonare? Dovreste solo vergognarvi”
      “Io vergognarmi, si infuriò zu Domenico, ti faccio vedere io!”, disse avventandosi su zu Pasquale che lo prevenne assestandogli una chitarrata in piena fronte che fece rimbombare il basso. Zu Giovanni accorse per dirimere la contesa, ma un colpo di archetto lo colpì sul collo come una frustata. Allora non ci vide più e “fece suonare” un paio di volte il mandolino sul groppone di zu Pasquale.
   “Per tutti i diavoli dell’inferno,  urlò zu Domenico toccandosi la fronte dolorante, vi faccio vedere io chi sono”, usando il violino come una clava sulla zucca pelata di zu Giovanni.
   Il parapiglia era al suo culmine e il basso rimbombava per le chitarrate, le violinate, le mandolinate che si abbattevano su quelle zucche vuote, quando risuonarono nell’aria le note di “Speranze perdute”, la beffarda serenata che alcuni giovani buontemponi erano soliti portare ai tre irascibili vecchi, quando li sapevano impegnati nelle consuete gozzoviglie con conseguente sbronza, alludendo alla sopraggiunta impossibilità di sbrigare certe piacevoli faccende che, nel lontano tempo della loro gioventù, riuscivano, viceversa, a sbrigare egregiamente.
   Allora si ripeté la consueta scena: i tre vecchi, firmato un immediato armistizio, si armarono di “asche” di legna e si precipitarono a spalancare l’uscio per dare una lezione a quei giovinastri.Tirarono la porta a più non posso, ma, ahimè, non riuscirono ad aprirla. Allora raddoppiarono gli sforzi nel vano tentativo di spalancare l’uscio e consumare la loro vendetta, mentre fisarmoniche e chitarre continuavano a sbeffeggiarli.
    A un certo punto quei figli di buona donna sfilarono il paletto che avevano infilato nell’anello del battente. La porta si aprì di colpo e i tre litigiosi  vegliardi si ritrovarono gambe all’aria sui mattoni del basso, bestemmiando come turchi, mentre i giovani suonatori, spanciandosi dalle risate, si allontanavano prudentemente dalla zona.

 

                                                    TRE LUMINARI A CONSULTO

 

     Oggi, per gli amici che non la conoscono ripropongo questa breve novella che altro non è che un  simpatico quadretto di vita contadina nel primo Novecento. Spero vi divertirà. 

      L'asino di zu Nicola era ammalato da diversi giorni: una bruttissima piaga era comparsa sulla schiena del povero animale lì, a pochi centimetri dalla striscia prodotta dallo strofinio della cinghia del basto dove il pelame stentava a crescere. Era chiaro che la piaga non era stata prodotta dai finimenti, né l'asinello si era ferito. Evidentemente si trattava di una malattia sconosciuta, perlomeno a zu Nicola.
   Il pover'uomo era disperato: il malanno di Frisichello lo preoccupava seriamente, non tanto per l'aiuto che la povera bestia poteva ancora dargli, tanto, oramai, neanche lui se la sentiva più di andare a lavorare, quanto perché, dopo la morte di za Concetta era rimasto solo con l'animale col quale divideva il grazioso appartamentino scavato a colpi di piccone nell'arenaria della collinetta. Chiese perciò aiuto agli amici e questi lo indirizzarono a tre celebri luminari del paese, da anni impegnati nella nobile arte della medicina asinina.
   L'esperienza consolidata di zu Giuseppe, zu Ntone e zu Domenico, acquisita con l'esercizio onorato della professione, rappresentava una vera garanzia e zu Nicola si recò fiducioso all'appuntamento conducendo per la cavezza il mite Frisichello. L'ambulatorio dei tre specialisti si trovava all'aperto, in un angolo della piazza del paese ai piedi della gradinata della chiesa di S. Francesco.
   Iniziò subito la visita. Zu Nicola stringeva la cavezza dell'asino volgendo le spalle alla gradinata, mentre i dottori esaminavano il paziente. Cominciò zu Domenico che strizzò tre o quattro volte la piaga. Frisichello, evidentemente, provò una fitta alla schiena perché diede uno strattone rinculando e mandando  a terra bocconi zu Nicola. Seguì puntuale l'immancabile bestemmia del vecchio che si rialzò stringendo a due mani la cavezza e puntando i piedi. "Garrese, sentenziò zu Domenico , brutto affare!". "Macchè, esclamò zu Nicola che aveva ripreso a torturare Frisichello, é una pitinia" e strizzò più forte. 
    Frisichello si impennò e strattonò. Uhhh, botta ‘e sangu! gridò zu Nicola cercando di calmare l'animale, mentre il terzo primario si avvicinava al somaro. Nuova strizzata e nuova diagnosi, mentre il povero animale manifestava a suo modo il dissenso per quelle diagnosi così superficiali. A questo punto si accese una disputa animata tra i tre ricercatori che tentavano di dimostrare, a colpi di strizzate, l'esattezza della propria diagnosi, mentre il povero Frisichello scalciava e strattonava ripetutamente e zu Nicola tirava a più non posso la cavezza per tenere fermo il malcapitato somaro.   
    All'improvviso successe l'irreparabile: la fune, evidentemente logorata, si spezzò ed il povero zu Nicola ruzzolò per terra andando a saggiare col cranio pelato la consistenza di uno dei gradini, mentre Frisichello se la dava a gambe incredulo per quella insperata fortuna che lo sottraeva al supplizio della scienza medica. Il sangue sgorgò copioso dal capo di zu Nicola e gli specialisti accorsero verso il vecchio per un nuovo, più interessante consulto. Zu Nicola, terrorizzato, lesse negli occhi le intenzioni di quegli aspiranti al Nobel e, con uno scatto impensabile per l'età si alzò e se la diede a gambe inseguito dal suo amato Frisichello barricandosi con lui nell'accogliente dimora.   

                                                                           CIOTI E VALLUNI

   
    "Ccu' cioti e valluni 'un piare 'mpignu." 
 Non incaponirti a cercare influire sul comportamento dei cretini e sul corso dei torrenti; sarebbe solo tempo sprecato.  

      Se ascoltassimo  di più gli uomini di scienza che ci ammoniscono sui gravi danni che lo stress può provocare alla nostra salute forse metteremmo in pratica il saggio consiglio contenuto il questo proverbio caccurese. Invece spesso ci lasciamo prendere la mano e, invece di assecondare i cioti, ci mettiamo a cozzare con loro, finendo per diventare cioti anche noi. 

 

                                                                  GLI ALIENI



    Chi erano quelli che sostenevano che gli alieni non esistono? Leggete questo titolo e, se vi riesce, l'intero articolo e ditemi se questo signore non è un alieno. Provate a immaginare nell'italietta di oggi nella quale politicanti e minchioni da tastiera cianciano quotidianamente di flat tax e taglio delle tasse ai poveri milionari una persona seria come questa o un Bill Gates o qualche altro che chiede di tassare di più i miliardari e meno chi lavora o che sostenga che è giusto pagare le tasse per pensare ai senzatetto e ai senza niente. Come minimo verrebbe considerata aliena e magari la cosa finisse qui!

 

                                                            FRITTULE

    Amici miei, le tradizioni vanno rispettate, anche quelle culinarie, soprattutto se si tratta di una tradizione secolare come quella delle frittule che si ripete da tempo immemorabile nel periodo invernale, praticamente da quando i nostri antenati cominciarono ad allevare il maiale. Inutile spiegare a chi le conosce meglio di me di cosa si tratta, ma giusto per quei pochissimi non caccuresi, o meglio non calabresi sparsi per il mondo dirò che si tratta degli ossi di maiale scarnificati per fare salsicce e soppressate, pezzi di cotenna, orecchie, coda e altre parti meno nobili del maiale fatti bollire a lungo in un pentolone con acqua salata e consumate ancora calde accompagnati da verdure e sottaceti. Anche se molti pensano che si tratti di un piatto grasso, non è affatto così, comunque, anche se il mio professore di latino esagerava cambiando anno in die, "Semel in anno licet insanire." 

 

                                             FILASTROCCA DI FEBBRAIO
                                                     di Peppino Marino


Filastrocca dell’arcolaio

per il mese di febbraio,

di tutti gli altri il più piccino,

ma, anche  il più freddo e malandrino

ché fa soffrire la povera gente

che non ha legna, che non ha niente.

Questo mese breve, breve

copre il monte e il piano di neve,

gela i fiumi e le fontane

e fa soffrire chi è senza pane.

Per fortuna c’è il Carnevale

Sempre allegro, giocoso e ilare

Con frizzi, lazzi e mascherine

per far felici bimbi e bambine.

Anche i grandi allora son contenti

e metton da parte affanni e tormenti.

Febbraio corto e maledetto,

avrai, forse, qualche difetto,

ma per tre giorni scacci i guai

per renderci allegri, felici e gai.   

 

                                         VECCHI PROVERBI

 

    Oggi voglio regalarvi due perle di saggezza contadina condensate in due vecchi proverbi, per fortuna ancora abbastanza noti, che ci invitano a essere previdenti e a liberarci dalla pigrizia che spesso ci rovina l’esistenza o, quantomeno, ci condanna a un’inutile sofferenza che ci auto infliggiamo.
    Il primo recita: “Ch’ appa focu campàu, ch’ appa pane morìu” ovvero chi ebbe legna da ardere, fuoco, sopravvisse, chi invece ebbe cibo morì perché col fuoco, col calore non si rischia di morire assiderati, mentre col cibo è difficile sopravvivere al freddo e al gelo.
    Il secondo, invece, nasce dall’eterna contrapposizione tra gli allevatori e i contadini, il latifondisti proprietari di armenti e i loro pastori e i contadini ed è il frutto, appunto, del sarcasmo dei contadini che ritenevano i pastori degli scansafatiche che preferivano pascolare le pecore standosene tranquillamente sdraiati sotto un albero, magari sulla riva di un ruscello, piuttosto che spaccarsi la schiena a dissodare la terra, il che li rendeva così pigri da lasciarsi perfino morire di sete, piuttosto che alzarsi per cui si lamentavano così: “Ah, s'avissari 'a capu due tegnu i peri me facissari 'na vippita 'e acqua. Se fossi sdraiato con la testa dove ho adesso i piedi, cioè nell'accqua del ruscello, allora si che mi disseterei.” Grandi i nostri antenati!


                                              
LO SBERLEFFO AL PD



        
     Non ho mai capito se certe esilaranti polemiche che di solito, anzi che puntualmente, precedono e accompagnano le varie edizioni di Sanremo siano architettate da un'abile regia occulta per far parlare dell'evento e attirare investimenti pubblicitari, o nascano spontaneamente, ma quella di oggi è particolarmente spasossa.  
   La nostra bravissima e bellissima conterranea, la showgirl Elisabetta Gregoraci accusa Nicola Savino, anche lui con sangue calabrese da parte della madre cosentina, di averla esclusa da L'Altro festival, il programma che sostituirà il Dopo festival solo perché è l'ex moglie di Flavio Briatore ritenuto un personaggio di destra.  A questo punto il simpatico Savino si discolpa dicendo che non ha mai parlato di destra e di sinistra, ma poi, per rafforzare le sue argomentazioni, riferendosi a Briatore aggiunge una frase spassosissima:  "Io non lo associo alla destra, anzi è amico di Renzi " che più che rendere ancor più efficace l'autodifesa, sembra un beffardo sberleffo nei confronti dei dirigenti e militati del PD che si schierarono con il fondatore di Italia viva e lo sostennero nella sua azione di smantellamento di quel po' di sinistra che il partito veltroniano poteva ancora permettersi. 

 

                                                                                           NOMINATION

    Cari amici, se son sbaglio siamo nel periodo nel quale si fanno le nomination per gli Oscar che saranno assegnati il prossimo 10 febbraio per cui mi permetto di fare anch'io una nomineation. Propongo perciò che venga assegnato un Oscar all'autore dello spot che da qualche giorno ci rompe i timpani (e non solo) dagli schermi della RAI col ragazzino che canta a squarciagola Ma che freddo fa. Credo che nessuno mai, in 70 anni (purtroppo ho la sciagura di essere anche coetaneo di Sanremo) sia riuscito, in uno spot di pochi secondi, a raccontare plasticamente cos'è Sanremo  e quale triste destino attende gli sciagurati telespettatori che decideranno masochisticamente di seguirlo. Per fortuna le donne del festival saranno, "ovviamente tutte bellissime."

                                                                                           MARGARITAS



      
            Oggi voglio offrire agli amici visitatori de L'Isola Amena, soprattutto a quelli non caccuresi, che non hanno mai avuto l'opportunità di vedere dal vivo queste bellezze e che, difficilmente l'avranno anche il futuro, due autentiche perle dei dintorni caccuresi, entrambe a un centinaio di metri dall'abitato neglette e abbandonate. Da un paio d'anni mi capita di visitare paesi della Calabria che ancora non conoscevo nei quali siti come questi, anche in zone impervie e difficilmente accessibilim vengono ripuliti, valorizzati e inseriti negli itinerai tutistici dei borghi. Da noi, invece,  si lasciano nel degrado e nell'abbandono.
  Nella prima foto potete ammirare quella che io definisco "le Marmore caccuresi", una picocla cascata sul torrente Cucinaro, a 30 metri dal bar pizzeria, pasticceria dei fratelli Pitato, mentre nella seconda una formazione arenaria ii località Filezzi, a 150 metri dall'ex edificio della scuola elementare e a una 30 di metri dalle abitazioni di via Petraro,  sede di uno dei più importanti insediamenti rupestri trasformato, agli inizi del Novecento, in una gigantesca porcilaia abbandonata poi verso la fine degli anni '80 del secolo scorso. Insomma, come diceva Matteo 7,6 (che non è Salvini e nemmeno Renzi), "Margarites ante porcos."

   

 

                                                                                   LA PREFETTA



     In questi ultimi giorni sui giornali italiani e apparso un neologismo che sta facendo impazzire i linguisti, gli insegnanti di italiano, i poveri studenti stranieri che cercano di imparare la nostra già molto complessa lingua, ma soprattutto gli sventurati lettori che si ostinano a comprarli. Perfino il povero Fantozzi, che di guai ne aveva già abbastanza, è stato ancora una volta messo in serio imbarazzo. Eppure il significato del vocabolo è abbastanza chiaro: la prefetta, parola coposta dal prefisso pre e dalla parola fetta, è la fetta  che di solito il salumiere ci fa assaggiare prima di affettare il salame che vogliamo comprare per rassuicurarci sulla qualità:

Scusi, è buono questo salame?

Eccellente, dottore, glielo faccio assaggiare, prego.

E ci porge la prefetta. 

                                         FILASTROCCA DI GENNAIO
                                                  di Peppino Marino

Filastrocca del granaio
per questo lungo e freddo gennaio,
un mese che arriva con un po’ d’affanno
perché ci porta un nuovo anno,
fra auguri, brindisi, frizzi e lazzi
e, per una notte, ci rende pazzi.
Ma poi i guai cominciano dopo
per chi è povero e non ha fuoco
perché gli auguri di Capodanno
al freddo e al gelo ristoro non danno.
Ci vuole legna al focolare
se ci si vuole riscaldare,
mentre candidi fiocchi di neve
cadono spinti da un vento lieve
e imbiancano il monte, la valle, il crinale
nella gelida notte invernale.
Però gennaio, così inclemente
Con quelli che soffrono e non han niente,
è anche il mese della Befana
che i bimbi buoni ricopre di doni
e, invece, a quelli che buoni non sono,
porta comunque un piccolo dono
perché i bimbi son tutti giulivi
e non esistono bimbi cattivi.   

                                                            L'ANNO CHE VERRA' PIU' TARDI

              Cari amici, mi dispiace ma devo darvi una brutta notizia: dopo aver dovuto attendere per decine di sere le 21,30 per vedere un episodio di Montalbano, un bel film, come quello stupendo di ieri sera di Terence Hill dedicato a Bud Spencer, "Il mio nome è Thomas" e altri  capolavori o programmi interessanti, domani sera ci toccherà aspettare le 0,30 per salutare l'anno nuovo. Prima infatti dovremo scoprire che è il venditore di dentiere usate o qual è il naso del parente della concorrente e il 2020 dovrà fare annche lui anticamera come il commissario di Vigata. Pazienza, vuol dire che invecchieremo un po' più tardi, anche se ci verrà la barba bianca. 

                                                                       ‘U LATRU POVARELLU
                                                                        di Giuseppe Marino



   Sei contenta se un ladro muore, se si arresta una puttana,
se la parrocchia del Sacro Cuore acquista una nuova campana.
Sei soddisfatta dei danni altrui, ti tieni stretti i denari tuoi,
assillata dal grande tormento che un giorno se li riprenda il vento.
           Claudio Lolli

 
Questa mia povera poesia è dedicata, appunto, a un poveraccio, a uno di quelli che, per sbarcare il lunario sono costretti ad arrangiarsi. Una volta
ce nm'erano parecchi, oggi sono stati sostituiti da quelli in doppio petto. 

Pasquale era ‘nu celebre latrune
Chi ‘e due passava ‘un ce lassava nente,
però quann ‘u piscava lu patrune
era ‘nu veru spassu pe’ la gente
pecchì ‘u patrune poi lu cutignava
e tuttu lu paise se scialava.

Però era ‘nu latru povarellu,
‘na pelle ‘e lupu, ‘nu mantu ‘e pitittu
Quannu arrobavari era cchjiù ‘u ribbellu,
ca l’arrobbare ‘un le portava fruttu
pecchì arrobbava ‘na bottiglia ‘e vinu,
‘na scarpa vecchia oppure ‘na gallina,
‘nu morzu ‘e pane oppure re prisuttu,
quattro castagne, ‘nu vecchiu tappinu,
ma ‘a legge lu chjiamavari “bottinu”
e, poveru Pasquale, scunsulatu,
veniari quasi sempre ‘ncastagnatu.

Però l’istintu ‘un lu perdia mai
Puru che le criava sempre guai.
‘Na vota chi ’un avia’ trovatu nente,
se guarda ‘ntunnu, ‘nutnnu si c’è gente,
vira’ ca ‘un c’è nessunu ppe’ la via,
poi partari cu’ ’nu lampu, arrassusia!,
se frica re la capu lu capppellu,
‘ncacchjia a ‘na petra e se fa ‘nu munzellu.

 

                                                                      TEMPI MODERNI
                                                                        di Giuseppe Marino

 Cinquant'anni una cosa del genere sarebbe stata impensabile, ma oggi viviamo tempi strambi, un'epoca nella quale pensiamo di sapere tutto, invece non sappiamo niente per cui succedono anche queste cose. O almeno qualcosa di simile. 

La maestra, seduta alla cattedra, assegna il tema  ai fanciulli di terza elementare : “Tema: La mucca”

Luigino le chiede timidamente: “Signora maestra,  cos’è una mucca?” “Ma come, Luigino, esclama l’insegnante, non hai mai visto una mucca? La mucca è quella che ci dà il latte. “ “Ah, risponde Luigino, con il volto illuminato da un sorriso, ho capito, grazie” e comincia a scrivere.

 

                                                                                  La mucca

 La mucca è molto utile perché ci dà il latte. Ci sono tante specie di mucche, quelle di vetro da un litro, quelle di carta, quelle di cartone.

Le vacche di carta sono molto redditizie e non richiedono nemmeno eccessive cure: basta un po’ di casino ogni tanto, qualche corteo di trattori che blocca le strade o inondare di letame qualche poliziotto e il rendimento è assicurato. 

Le mucche più diffuse hanno la forma di un parallelepipedo di alluminio rivestito di cartone e si trovano accatastate in tutti i supermercati. Ci sono mucche di tanti colori: bianche con le scritte rosse, celesti con le scritte verdi, arancione con le scritte bianche, insomma di tanti colori e di tanti prezzi.  Ci sono mucche intere e mucche parzialmente scremate. Certe volte si possono trovare anche in offerta speciale.

Mungere una mucca è facilissimo: basta sollevare la mammella, quel triangolino in alto sull’angolo della mucca, tagliare con le forbici lungo la linea tratteggiata, capovolgere la mucca e mungerla nel bicchiere, però bisogna stare attenti perché se si stringe troppo il latte fuoriesce dal bicchiere e sporca tutto il tavolo della cucina .

Dopo averla munta la mucca va riposta nel frigorifero, sennò il latte si guasta e poi fa male al pancino. A me la mucca piace tanto e, quando andiamo alla fattoria, la mamma ne compra sempre una cassa.

La mucca vive nella fattoria assieme alle galline e ai maiali. La gallina è quella che ci dà le uova. Ieri ne ho visto una nelle grande fattoria vicino casa mia, quella che si trova tra la farmacia e la banca. La gallina è di cartone ed è quadrata. Ha tanti buchi nei quali si trovano le uova. Io, però, non conoscevo la fattoria, l’avevo sempre sentita chiamare con un nome strano: supermercato. Che buffo!   

                                                      FILASTROCCA DI DICEMBRE
                                                    di Giuseppe Marino



Dedicata ai miei nipotini e a tutti i nipotini e i  nonni del mondo. 

Dicembre  

 Filastrocca delle ombre   ,
eccoci, alfine, nel freddo dicembre,
il mese nel quale, senza ombra di danno,
cala il sipario per il vecchio anno,
mentre in paese si ammazza il maiale
perché a dicembre si è già a Natale,
il compleanno di Nostro Signore
che viene al mondo e non trova tepore,
perché oltre al gelo di un tempo inclemente,
spesso, c’è quello  che emana la gente
che, in preda al più becero egoismo,
ha messo al bando amore e altruismo
per cui non basta un babbo Natale
a bandire dal modo l’odio e il male.
Però il Natale ci rende più umani,
più solidali, altruisti e più buoni
talché arrivati  a Capodanno,
malediciamo il vecchio anno
e, come è d’uso per il trasformista,
al nuovo anno facciamo la festa,
salvo aspettare ancor San Silvestro,
per preparagli di nuovo il capestro.

 

                         ALLA FACCIA DELLE COMPAGNIE ELETTRICHE!

 

    Coraggio, ragazzi, omai è questione di ore; 13, per la precisione, poi, finalmente, alle 5,19 nasceranno il romano Sol invictus, il britannico Stonehenge, i sudamericani Inti e  Huitzilopochtli, il vikingo Freyr, l'azero Zaratustra, l'indiano Buddha, il greco Bacco, l'egizio Horus, il persiano Mitra e, per ultimo, l'ebreo palestinese Cristo. Guarda un po' che ti combina questo scombiccherato pianeta con l'asse storto dove una volta si gela e un'altra si crepa dal caldo e i raffreddori fioccano, dove le galline una volta vanno a nanna alle 4 del pomeriggio e una volta alle 9 di sera, dove popoli e governanti litigano sul fatto se l'ora debba essere legale o illegale, come spesso avviene in Italia (dall'Alpi al Lilibeo) dove quasi tutto è è llegale. Ma noi che ce ne importa? Da domani finalmente riavremo la luce e senza nemmeno dove pagare una bolletta aggiuntiva, alla faccia delle compagnie elettriche, almeno fino al 21 giugno. Poi saranno di nuovo "tenebre e stridor di denti", ma per ora godiamoci questi bellissimi 6 mesi. 

                                                            NONNO INVERNO S'AVVICINA A GRANDI PASSI

             

     Ci siamo quasi; ancora quattro giorni e arriverà l'inverno che quest'anno si presenterà leggermente in ritardo rispetto agli ultimi tre anni. L'inverno astronomico avrà infatti inizio alle ore 4.19 del 22 dicembre quando il sole sarà a punto minimo di declinazione allo zenIth del Tropico di Capricorno; da quel preciso istante comincerà la sua lenta risalita verso l'equatore che raggiungerà alle 3.50 del 20 marzo e verso il Tropico del Cancro dove giuNgerà a portarci l'estate il 20 giugno 2020 alle ore 21.44.  Da domenica, quindi, i giorni cominceranno il sole rinasce (il natale del sol invictus) torna la luce, le giornate si allungano e ci sembreranno più belle e meno tetre di quella autunnali nelle quali qui da noi alle 5 del pomeriggio è notte fonda. Amo l'inverno soprattutto per questo, così come considero il natale della luce la festa più bella dell'anno. anche il maestro Lafortuna, probabilmente amava l'inverno che celebro con questa poesia che scrisse proprio di questi tempi e che lessi per la prima volta a pagina 47 del mio libro di lettura della seconda elementare scelto dal mio maestro Mario Sperlì e che conservo ancora come una reliquia assieme a quelli delle altre classi. Un grande il maestro Lafortuna: notare la bellezza e l'umanità degli ultimi 4 versi. 

 

                                   NUCERA 'E PAGANI E MISURACA VECCHIU

 

   Ho avuto modo più volte di ricordare che molto di quello che so lo devo alla sagegzza, alla pazienza e alla capacità didattica di nonno Saverio col quale ho vissuto i miei primi sedici anni nella stessa casa, anzi nella stessa stanza. 
   Analfabeta avendo dovuto, già all'età di 10 anni "accordarsi pastorello" sull'Aspromonte non avendo, nel 1894, i vecchi nonni i mezzi per sfamare e vestire un orfanello di entrambi i genitori che qualche anno dopo diventerà "cavatore di zomme" (radica), possedeva, comunque, una vasta cultura, una conoscenza profonda di motti arguti, proverbi, una grande esperienza di vita vissuta, compresi i sette anni in una miniera di carbone di Clarksbourg (West Virginia) e un amore smisurato per la musica e il melodramma.  
   Tra i tanti motti, modi di dire, proverbi che mi insegnava ce n'è uno che probabilmente avrà anche un fondamento scientifico: "Si vo' campare cent'anni, pippa e crita e cannella 'e canna", mi ripeteva spesso, ovvero un fumatore accanito, se vuol vivere a lungo dovrebbe fumare la pipa col fornello di terracotta e il cannello di canna forse per evitare di respirare eventuali residui di combustione del legno e della carta della sigaretta e lui di queste pipe, che, soprattutto negli otto anni che visse da paralitico puliva accuratamente tutto il giorno, ne aveva una bella collezione.
   Un altro modo di dire curioso gli scappava quando si alzava e trascinandosi a stento dietro la gamba paralizzata gli chiedevamo dove andasse e lui tra l'irato contro la mala sorte e l'ironia che non lo abbandonava mai, rispondeva: "A Nucere Pagani" o, a volte, "A Misuraca vecchiu." Non ho mai capito il perché del riferimento a queste due splendide località della Campania e della nostra Calabria in questo modo di dire ancora in uso tra i caccuresi di una certa età per cui sarei grato a qualcuno che, eventualmente, sapesse spiegarmi l'arcano. 
   

 

                                            LA CALABRIA DELLE ECCELLENZE - "VANTATIVINNE!"                                                   

     Anche oggi ho fatto la mia buona azione quotidiana nei confronti della mia terra facendo una spesa tutta calabrese: due ottimi vini, uno cirotano e uno di Riace, arance e mandarini di Giovanni, l'ambulante che una volta a settimana ci porta a frutta e la verdura dalla marina, il tonno di un'azienda calabrese che iniziò la produzione già nel 1817, peperoncini ripieni con alici e capperi e infine le crocette, le deliziose crocette calabresi di fichi secchi con noci, la più antica, la più umile, la più semplice, la più squisita leccornìa di una regione che è da sempre al primo posto per la produzione di fichi, le crocette che un tempo ci preparavano con perizia e amore le nostre nonne e le nostre mamme e ora che non ci sono più ci preparano, coN la stessa perizia e lo stesso amore, le nostre aziende calabresi tra le quali questa di Montalto Uffugo, lo stesso paese del Jefferson, l'amaro migliore del mondo. Tutte ditte calabresi che lavorano e fanno lavorare in Calabria, che in Calabria hanno la sede sociale e pagano le tasse e contribuiscono al mantenimento e al miglioramento dei nostri servizi e di quelli dell'Italia tutta, anche e soprattutto di quelle regioni che chiedono da tempo l'autonomia. 
   "Vantativinne", ci dice Franco Laratta nel suo ultimo libro, siate orgogliosi della nostra terra, dei nostri giovani imprenditori, delle nostre intelligenze, dalla nostra creatività e genialità. E noi lo facciamo volentieri. 

                                        HO FATTO LA SPESA PERCHE'  VOGLIO BENE ALLA CALABRIA

     Oggi, come insegnava una pubblicità di qualche anno fa, ho fatto una cosa bellissima, ho fatto la spesa per far girare l'economia, con una piccola, ma significativa modifica: ho fatto una spessa tutta calabrese perché voglio che a girare sia l'economia della mia Calabria, che le aziende della mia regione crescano e creino occupazione  per i giovani perché mi sono rotto di vivere in una terra che si sta spopolando fino a diventare una landa desolata, perché voglio che le nostre scuole siano affollate di bambini, che i miei colleghi non debbano più emigrare nel Veneto di Zaia o nella Lombardia di Formigoni e Maroni per poter insegnare, che gli ospedali della mia regione non debbano far le nozze con i fichi secchi per garantire un'assistenza sanitaria eccellente e i nostri bravi medici e infermieri non debbano fare i salti mortali per curarci. Ho fatto e cercherò di far sempre una spesa calabrese perché ho a cuore i nostri paesi, i nostri monumenti, le nostre opere d'arte e non voglio che vengano ricoperti dai rovi e dall'oblio. Fate anche voi come me; voletevi bene e volete soprattutto bene alla nostra terra e all'eccellenza dei nostri prodotti. 

                                                              EVO CHE NON E' IL MASCHILE DI EVA

 

    Ecco, finalmente, il "perfettissimo oglio di Caccuri" magnificato da padre Girolamo Marafioti, storico e umanista calabrese del XVI secolo, spremuto da olive di pennulara di Caccuri (e ho detto tutto), coltivate a San Biagio nella "terra lecia", come insegnavano i nostri contadini che avevano appreso le tecniche prima dai greci e poi dai basiliani, un olio davvero extra, extra vergine (EVO) che non è il maschile di Eva, come si usa definirlo oggi che la gente è abituata a risparmiare su tutto, anche sulle parole e ricorre al solito maledetto acronimo che poi uno ci deve pensare mezzora per capire che diavolo vuol dire, ma il nostro oro giallo, anzi verde perché di questi tempi è ricchissimo di clorofilla A.  Da ieri "riposa" nel contenitore d'acciaio in attesa di essere consumato. Quest'anno l'annata (almeno la mia) era stata davvero buona, ma il diavolo, anzi il cretino di turno dal cerino facile, ci ha messo la coda per cui nel recipiente è finita la metà della quantità prevista, ma non ci lamentiamo e da domani pane abbrustolito olio e (moderatamente, almeno una volta) zucchero, la vecchia merenda dei bimbi poveri, fortunatissimi senza saperlo. 

 

                                                       PRIMA L'UOVO O PRIMA LA GALLINA?

     Stamattina, prima di partire da Roma per rientrare a Caccuri mi è capitato di vedere un servizio della Rai sul viadotto sul Bisagno a Genova, in Liguria, e ascoltare le proteste, le preoccupazioni, diciamo pure la paura dei cittadini le cui abitazioni si trovano proprio sotto quest'imponente opera dalla quale, a detta degli stessi, si staccano spesso pezzi di cemento e bulloni dal peso di qualche etto che finiscono sui loro tetti e che potrebbero provocare anche serie lesioni ai passanti. Incredibile! A questo punto, come direbbe il bravo Lubrano, la domanda nasce spontanea: è nato prima l'uovo o prima la gallina?, è stato prima costruito il viadotto e poi le case sotto o prima le case e poi il viadotto sopra? In entrambi i casi mi domando e domando a chi ne sa e ne capisce più di me com'è possibile una cosa del genere? Siamo sicuri che questo mondo non sia completamente impazzito? 

 

                                              IL PROGRESSO

 

 
                                                IL PROGRESSO

Il progresso è quella cosa che ci fa credere che le nostre condizioni di vita sono migliorate e in nome del quale continuiamo a cercare di rendere abitabile quella terra che in principio era tutta sbagliata, come diceva Gianni Rodari. Ma è davvero così? Stiamo davvero rendendo abitabile questo nostro benedetto pianeta o ci stiamo rovinando la vita? La soluzione del dilemma non è facile e i pareri sono discordi e anch’io ho molti dubbi. Ad esempio: quando gli uomini avevano la coda non facevano le code, ora che hanno perso la coda non fanno altro che code. Provatea per credere a entrare in una farmacia, alle poste, all’ufficio tiket dell’ASL, in banca, persino al supermercato sia alla cassa che al banco del salumiere. Pazzesco! Una volta la gente era seria, posata, misurata; oggi tutti danno i numeri! Ovunque vai ci trovi una maledetta macchinetta che dà i numeri e così ti ritrovi in mano un maledetto pezzetto di carta con uno stramaledetto numero che ti costringe a stare con gli occhi incollati a una specie di televisore che fra l’altro non trasmette mai un bel film o magari una bella telenovella, ad aspettare che venga estratto il tuo numero e tu possa vincere un etto di mortadella, due etti di grana grattugiato o una scatola di supposte; quando vinci. A volte viene estratto il tuo numero e nemmeno vinci, anzi perdi e così devi pure pagare il pegno: la bolletta del ga



                                        
IL SECONDINO


“Vado dove la nonna, mamma cara,
A mi mangiare un pezzetto di torta
E poi torno alla casa quando è sera
E tu vieni e mi aperi la porta”  

“Si, bimbo mio, copriti bene alla testa
Sennò ti prende ancora il raffreddore
E poi ci vuole ancora la sumposta,
Quella che t’ha ordinato già il dottore”  

Chissa è la lingua chi senti parrare
Oje ch’ ognunu vo’ toscaneggiare
Ed ogne mamma se mintari de ‘mpignu
Pe’ la ‘mapare allu poveru figliu.  

Ma…. Mparare è parrare caccurise:
“Si te sta’ attentu mo te ‘mparu a scrivere”
Però si toscaneggi ce fa rirere
Ch’ a scrivere “t’ insegnari”, ‘un “te ‘mparari.”  

Però ste mamme e re telenovelle
‘E ‘stu talianu ‘un sannu fare a menu
E ‘nciotanu guaglioni e guagliunelle
Cu ‘sta parrata chi parari rumenu.  

Ieri Rosina ha dittu allu maritu:
“Aspetta un secondino, …. È un’occasione.”
Chiste parole m’hannu ‘ncuriositu:
Sta forsi priparannu ‘n’evasione?  

Poi c’haiu pensatu bonu ed  è capitu
Ch’era ‘nu talianu storpiatu.


                                      COSI' VA IL MONDO 
                                          di Peppino Marino

 

Che mondo strano!

L’ingiustizia fa strame

D’ogni legalità.

La carità pelosa

Spesso si sposa

Con la vanità.

 

La mucca è ricca

E il cane non ha pane;

piange il vitello

e, intanto, succhia il latte,

mentre al gatto randagio

manca tutto.

 

La formica ha già pieni i suoi granai

e la cicala piange sui suoi guai,

quand’ecco arriva il tele imbonitore:

“Coraggio, amici,

grida lo strillone,

i vostri guai son prossimi alla fine;

farò sparir l’angoscia dei balzelli,

sarete tutti ricchi, sani e belli

e i calvi riavranno anche i capelli.

 

Il sogno è bello, la realtà amara

E la felicità sempre più rara.

 

                                         LA NUOVA PEDAGOGICA SCOPRE L'ACQUA CALDA 



    Cado dalle nubi, per dirla col titolo del film di Checco Zalone, nell'apprendere che per scoprire che la lettura ad alta voce (e collettiva aggiungerei) fa aumentare la capacità di comprensione del testo, consente all'insegnante di intervenire con correzioni, precisazioni e magari fornire qualche elemento critico (perché oltre al livello di comprensione meccanica  e a quello della comprensione del senso del testo vi è anche quello critico) cose che qualsiasi scamorza di insegnante come me che abbia frequentato il vecchio vituperato istituto magistrale e abbia affrontato un concorso nel primi decenni del secolo scorso sa benissimo (era un esercizio proposto quotidianamente) c'è voluta una ricerca condotta da un periodico che si interessa di scuola ed educazione e di un'università. Era la prima cosa che il grande Mario Sperlì ci insegnava quando ci preparava per il concorso magistrale. 
   Scommetto che quanto prima, con un'altra approfondita ricerca scopriranno che una lezione episodica basata sull'interesse vitale del fanciullo come insegnavano i vecchi pedagogisti  è più proficua di una basata su un'unità didattica, come la chiamano adesso, progettata mesi prima e della quale all'alunno non gliene può fregar di meno e la potenza di uno strumento didattico come il dettato riscoperto e valorizzato in altri paesi europei come la Francia e abolito di fatto nella scuola italiana delle tre "I" devastata da pedagogisti fantasiosi e ministri incompetenti e dalla quale escono sempre più sempre più semianalfabeti.  

 

                                       DA OGGI SIAMO TUTTI PIU' RICCHI 

 

      Finalmente una buona notizia. Ieri sono stati resi noti i dati sul risparmio che ognuno di noi, ogni famiglia italiana otterrà dal taglio dei parlamentari, la battaglia che gli incrollabili Cinque stelle, ma anche altri riformisti d’annata, portano avanti da anni. Secondo il Codacons ognuno di noi avrà un risparmio annuo di ben, 1,35 euro, (3,5 per una famiglia italiana media) una cosda favolosa. Finalmente c’è da scialacquare al pensiero che in 10 anni potremo mettere da parte ben 13 euro e 50 centesimi che diventano 135 euro in 100 anni. I benefici non si limitano a questi dal momento che la fondamentale, importante riforma ridurrà il debito pubblico dello 0,005%, un successo strepitoso, un traguardo che nemmeno Coppi di sarebbe mai sognato. Ma la cosa più importante è l’essersi levati finalmente di torno 230 rompiscatole di deputati che avrebbero potuto intralciare i progetti dei geni che dirigono i nostri partiti. Peccato non essere riusciti ad abolire il senato, quest’altra intollerabile pastoia, anche se di senatori ne abbiamo fatto fuori 115, sperando che i futuri presidenti della Repubblica non rompano con premi Nobel e uomini di cultura. Ora, ridotti i deputati a 400, abolite le preferenze, le segreterie dei partiti, con i loro listini della spesa compilati col criterio della morbidezza e dell’umidità della lingua dei candidati, potranno farsi il loro  parlamentino a proprio uso e consumo. Non siamo ancora al “bivacco di manipoli”, ma non bisogna disperare.

 

                                                   CALMA PIATTA 
                                            

  Ho aspettato quasi un mese in religioso silenzio un qualsiasi commento, una frase, una osservazione critica, una parola di biasimo per la scissione renziana da parte di quei miei vecchi compagni del PCI folgorati e innamorati del rignanese che a suo tempo avevano usato parole di fuoco per condannare l’uscita da un partito stravolto e snaturato, diventato nemico dei lavoratori e dei ceti popolari di D’Alema, Bersani, Speranza, Epifani, Ernesto Rossi e, modestamente, anche del sottoscritto che li aveva preceduti di alcuni anni,  tutti accusati di alto tradimento e da mandare al rogo. Invece calma piatta, silenzio assoluto; i critici di D’Alema Belzebù e degli altri “traditori” oggi sembrano spariti, emigrati su Marte o al massimo si rifugiano nel calcio che è sempre un ottimo diversivo per evitare di parlare di cose serie. E’ la vita, che ci vuoi fare?

                                      

                                                        



 

 

 

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